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184237925 f75ce7f5 9124 4e22 b48a e702b03c7cd6 - Giappone, uno spot della Nike contro il razzismo scatena la polemica sui social

NANCHINO – La pubblicità che sta spaccando il Giappone racconta la storia di tre ragazzine, tre figlie del Sol Levante. La prima ha i genitori coreani, la seconda un papà di colore e la carnagione scura, la terza sia la mamma che il papà giapponesi. Tutte e tre vengono bullizzate a scuola, per le loro origini o per la loro diversità. Tutte e tre trovano riscatto nel calcio, diventando delle campionesse. Il messaggio finale, griffato Nike: “Non puoi fermare lo sport. Non puoi fermare noi”.

Spot tipico di una società che si è spesso schierata dalla parte delle minoranze, un po’ per valori e un po’ per interesse. Solo che in Giappone quello della diversità è un tema ancora non del tutto risolto. E se a molti la pubblicità è piaciuta, come dimostrano i 60mila like sotto il video su Twitter, ad altri la rappresentazione che dà del Sol Levante proprio non è andata giù. Tra i commenti alla pubblicità, che in tre giorni è stata vista 15 milioni di volte, parecchi sono critici: “Davvero la società giapponese è ancora così? Chi ha pregiudizi è la Nike”, scrive uno; “Vi divertite a prendervela con il Giappone?”, chiede un altro. Diverse persone dichiarano che non compreranno più prodotti con il baffo e invitano i connazionali a unirsi al boicottaggio.

Complesso spiegare reazioni così polarizzate. Di certo il Giappone resta ancora oggi una delle società più uniformi del mondo dal punto di vista etnico. Di certo gli hafu, i “mezzi”, termine dispregiativo con cui sono indicati i figli di un genitore nipponico e di uno straniero, sono stati a lungo discriminati, così come i coreani, che spesso hanno scelto di rifarsi un cognome giapponese. La stessa Naomi Osaka, figlia di padre haitiano ma cognome della madre giapponese, la campionessa di tennis che il Paese celebra e potrebbe addirittura nominare portabandiera alle Olimpiadi, è stata oggetto di episodi al limite della discriminazione, come quando uno dei suoi sponsor, i noodles Nissim, la ritrasse in forma di cartone animato sbancandole la pelle.

Allo stesso tempo anche grazie a simboli come Osaka, che non a caso fa un cameo nello spot Nike, il suo sponsor, o come la nazionale di rugby, una squadra che più multietnica non si può, le attitudini in Giappone stanno cambiando. In particolare tra i più giovani, che potrebbero non essersi riconosciuti nella pubblicità. Ma c’è anche un altro aspetto da considerare: il fatto che la critica, se così la si può chiamare, sia arrivata da una società americana, aspetto che non l’ha certo resa più gradita. Proprio come in Cina, anche in Giappone sta risorgendo un orgoglio nazionalistico, sentimento che il vecchio premier conservatore Shinzo Abe ha aizzato e cavalcato per anni. Paradossalmente, questo sciovinismo darebbe ragione alla Nike.

Ora alcuni definiscono la scelta della società un clamoroso autogol, l’errore di chi si pone su un piedistallo di superiorità nel rapportarsi a un’altra cultura. Altri dicono che il fatto che se ne parli così tanto lo rende un successo. L’azienda non ha risposto agli attacchi, solo ribadito il suo impegno per le minoranze e detto di credere che lo sport possa mostrare un mondo migliore. Ma più che il dito, forse bisognerebbe guardare alla luna: se una pubblicità sulla diversità etnica fa dibattere così tanto, è perché il Giappone ne ha ancora bisogno.

Fonte: Repubblica

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