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223724195 27dbd99d d55c 45f7 85b4 2edcbfbf97a8 - Gli affari esteri talebani: intesa con il Pakistan, Iran e Russia alla porta

Il nuovo governo provvisorio dei talebani sembra isolato e non è chiaro se alcun esecutivo straniero lo riconoscerà immediatamente. Nell’ambito delle rivalità regionali, l’interesse a stabilizzare l’Afghanistan e a porsi in una posizione dominante a Kabul rimane. Il nuovo regime, però, disperatamente a corto di fondi, potrebbe non avere tempo per giocare una potenza regionale contro l’altra come vorrebbe, per massimizzare i suoi guadagni, ed è a rischio di doversi buttare nelle prime braccia che gli verranno offerte.

Tre potenze hanno aiutato in modo decisivo i talebani a vincere la guerra: Pakistan, Iran e Russia. Oggi, però, i pachistani sembrano saldamente al comando a Kabul, dove sono riusciti a far passare un governo provvisorio di loro gradimento, che lascia fuori tutti gli alleati dell’Iran, sia interni ai taliebani che esterni. Intendono i pachistani proseguire su questa strada, rischiando una rappresaglia iraniana, presumibilmente in cooperazione con la Russia, anch’essa insoddisfatta perché voleva un governo di coalizione?

I pachistani negli ultimi giorni, dopo il varo del governo a Kabul, si sono impegnati a smussare le tensioni regionali. L’8 settembre i ministri degli Affari esteri di Pakistan, China, Iran, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan si sono incontrati via video per discutere la situazione ed hanno riaffermato la necessità della «partecipazione di tutti i gruppi etnici» e di una soluzione del problema dei jihadisti stranieri. Il capo dell’ISI, Hameed, ha poi incontrato sabato scorso i capi dell’intelligence degli stessi paesi con in più la Russia. Quando era ancora a Kabul, Hameed ha fatto anche il giro dei partiti che avevano negoziato con i talebani, rassicurandoli che il governo di coalizione era ancora nei piani.

Nondimeno, mentre la Cina sembra soddisfatta e si sta posizionando per “comprarsi” l’Emirato a prezzo scontato (sempre che i talebani riescano a creare un ambiente a basso rischio per Pechino), c’è molto nervosismo a Mosca e a Teheran. I russi hanno annunciato che non prenderanno parte alla cerimonia di inaugurazione del nuovo governo. A Mosca si scontrano gli ottimisti, guidati dall’inviato speciale per l’Afghanistan, Kabulov, e i pessimisti, guidati dai servizi segreti (FSB), che dei talebani non si fidano. Il contatto principale dei russi è stato dal 2016 in poi il “leader dei credenti”, Haibatullah Akhund. A livello centrale i russi non hanno altri alleati di rilievo. Il fatto che Haibatullah tenga un profilo così basso, al punto di alimentare voci sulla sua morte o su una sua grave malattia, priva Mosca del suo interlocutore privilegiato. Se Haibatullah fosse davvero fuori gioco, l’intera strategia russa, impostata attorno al rapporto privilegiato con lui, deraglierebbe.

Gli iraniani per ora accettano le spiegazioni di talebani e pachistani, che il governo di coalizione è stato semplicemente rimandato perché i negoziati erano troppo complicati e bisognava dare un esecutivo all’Afghanistan. I capi politici e militari della minoranza Hazara, tutti vicini all’Iran, fremono per una mobilitazione delle loro milizie, ma le Guardie della rivoluzione dell’Iran li frenano. Senza l’appoggio di Iran e probabilmente anche della Russia, sfidare i talebani sarebbe un suicidio. In realtà, gli alleati di Iran e Russia a Kabul, ovvero Karzai, Abdullah e gli altri, stanno perdendo la speranza e pensano di essere stati raggirati da talebani e pachistani. Anche gli iraniani si chiedono perché i loro alleati siano stati esclusi dal governo provvisorio.

Gli ayatollah avranno anche sicuramente notato con profondo disappunto che dopo un inizio molto gelido, i suoi rivali nel Golfo (Arabia Saudita e EAU) hanno cominciato una rapida marcia di avvicinamento al nuovo regime. Nel 2020, sauditi ed emiratini avevano puntato tutto su Ashraf Ghani, trovandosi completamente spiazzati il 15 agosto. Si stanno però riprendendo rapidamente. Gli emiratini sono entrati rapidamente in competizione con i qatarini per collaborare alla riapertura dell’aeroporto di Kabul e nel mandare aiuti d’emergenza. Quello che preoccupa veramente gli iraniani, però, è la decisione saudita di riannodare le relazioni con i talebani, prima di tutto mandando l’ex capo dell’intelligence saudita ad incontrare Mullah Yaqub, che era stato fino all’anno scorso l’uomo dei sauditi all’interno della leadership dei talebani, ed altri leader già prima della fine di agosto. Il 10 settembre, poi, mentre gli iraniani sottolineavano la mancanza di un equilibrio etnico nel nuovo governo, il ministro saudita degli Affari esteri ha espresso il suo sostegno senza condizioni al governo provvisorio. Contrariamente a Russia, iraniani e centroasiatici, i sauditi non menzionano la necessità di includere le minoranze al governo.

Il Qatar ha aiutato i talebani diplomaticamente in passato, ma non li ha mai finanziati in modo significativo. Come i cinesi, però, i qatarini sono in prima fila tra i potenziali beneficiari della rinascita dell’Emirato afghano. Anche i qatarini sicuramente osservano le mosse di sauditi e emiratini con interesse e preoccupazione.

Molti, anche tra i talebani, vedono il Qatar come uno dei “portafogli” futuri dell’Emirato. I qatarini, tuttavia, sanno bene che spendere valanghe di soldi non si traduce necessariamente in influenza e certamente non in controllo; lo hanno appreso direttamente con le loro esperienze nella Striscia di Gaza e in Siria: se ne lamentano spesso. È chiaro che i talebani vorrebbero mungere qatarini, sauditi ed emiratini, facendoli competere gli uni con gli altri, senza concedere molto in cambio. I qatarini sembrano più orientati verso una strategia meno costosa, basata sulla loro esperienza passata con i talebani: finanziare sezioni specifiche dell’Emirato, quello meno a rischio di sorprese imbarazzanti, come per esempio il ministero degli Affari esteri, e poi convogliare soldi addizionali tramite le organizzazioni caritatevoli islamiche. In questo modo, sarebbe possibile raggiungere l’obiettivo qatarino di mantenere un altro profilo diplomatico senza diventare complice dei passi falsi del nuovo regime e senza spendere somme folli. In questo modo, però, i talebani sarebbero costretti a trovarsi un altro “portafoglio” e al momento attuale non sembrano esserci alternative alla Cina, che sicuramente approfitterà della situazione per chiedere pesanti contropartite in termini di controllo dell’economia afghana. 

L’autore è visiting professor al King’s college di Londra

Fonte: Repubblica

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