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LONDRA – Tra la ridda di voci, sospetti dirottamenti di navi, presunti miliziani di Teheran armati a bordo e minacce velate, una cosa è certa: la tensione nel Golfo Persico cresce gravemente. E le conseguenze, in questo intricatissimo risiko geopolitico, potrebbero essere di ogni tipo.

Ieri pomeriggio è successo qualcosa di strano a circa 90 km al largo dell’emiratina Fujairah, nel Golfo dell’Oman, dove insieme a quello di Hormuz passa circa il 40 per cento del petrolio mondiale. Quasi contemporaneamente, almeno sei petroliere hanno “perso il controllo”, ovvero non riuscivano più a muoversi: la Golden Brilliant battente bandiera di Singapore, la Velos Forza (Isole Marshall), Abyss (Vietnam), Khamdenu (Isole Cook), Queen Ematha (Guyana), la Jag Pooja (India) e soprattutto la petroliera di Panama Asphalt Princess, della compagnia Prime Tankers LLC. Che già nel 2019 ha avuto un’imbarcazione sequestrata dall’Iran.

La Asphalt Princess sarebbe stata oggetto di un “potenziale dirottamento”. L’allarme lo ha lanciato l’autorità militare United Kingdom Maritime Trade Operations, che staziona anche nel Golfo dell’Oman e fa parte della Difesa britannica. Secondo fonti della Royal Navy, “almeno otto uomini armati sarebbero saliti a bordo” della petroliera. Incerto il destino del comandante e dell’equipaggio. “Sono voci decisamente inquietanti”, dice la Casa Bianca, che però fino a ieri notte non ha confermato il dirottamento.

Il timore, o il sospetto, è che il possibile attacco sia stato orchestrato dall’Iran o dalle sue milizie non ufficiali. Nell’immediato Teheran ha smentito, definendo “molto sospette” queste ricostruzioni “atte a mettere in cattiva luce l’Iran”. Ma il contesto è preoccupante. Non sarebbe di certo la prima volta che Teheran applica la legge del taglione nei mari. Due anni fa, per esempio, si era impossessata della nave Stena Impero a Hormuz come ritorsione al sequestro, nello stretto di Gibilterra da parte degli inglesi, di una maxi petroliera iraniana sospettata di trafficare greggio alla Siria nonostante le sanzioni internazionali. Poi altri incidenti lo scorso gennaio e luglio, con navi sudamericane e americane.

Stavolta, a innescare la vendetta potrebbe esser stata – condizionale d’obbligo – l’ultima reazione congiunta di Israele, Usa e Regno Unito contro Teheran. Una condanna unanime, con minacce di nuove sanzioni, dopo l’attacco di un drone kamikaze “iraniano” – ma Teheran smentisce – del 29 luglio scorso a un’altra petroliera, la MercerStreet della compagnia israeliana Zodiac Maritime, sempre nel Golfo dell’Oman. Due le vittime: un cittadino britannico e uno romeno.

Il resto non aiuta. E non solo perché Israele accusa pesantemente l’Iran e gli Usa sono fuori dall’accordo nucleare, a differenza di Londra. Proprio ieri si è insediato il nuovo presidente Ebrahim Raisi, un falco ultraconservatore, detto “il macellaio di Teheran” che ora potrebbe far diventare l’Iran sempre più ostile. Lui e la guida suprema Khamenei ieri hanno attaccato più volte “i nemici stranieri dell’Iran”.

Faisal bin Farhan Al Saud, ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita (nemico giurato di Teheran) ha detto ieri che “l’Iran si sente sempre più incoraggiata a compiere azioni estremamente ostili”. Mentre per il nuovo premier israeliano Naftali Bennett, che ha posto una pressione enorme su Londra nelle ultime ore per aumentare il livello dello scontro con Teheran, “se necessario, Israele è in grado di agire da solo contro l’Iran. È finito il tempo dell’impunità. Chi minaccia la nostra sicurezza conosce bene il prezzo da pagare”. Potremmo essere solo all’inizio di qualcosa di molto peggio.

Fonte: Repubblica

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