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È scontro aperto tra il primo ministro e la magistratura di Haiti. Il motivo è grave e apre nuovi, inquietanti interrogativi sull’omicidio dell’ex presidente Jovenel Moïse, avvenuto il 7 luglio scorso. Ancora avvolto da molti misteri e con 44 persone in carcere, tra cui 18 ex soldati colombiani assoldati come contractor, l’attentato adesso offre un nuovo scenario che infiamma il clima sull’isola e provoca uno scossone nelle stesse Istituzioni. 

Ad essere accusato di far parte dei mandanti è il primo ministro in carica Ariel Henry. Il giudice incaricato delle indagini Bed-Ford Claude ha chiesto al Tribunale di primo grado di Port-au-Prince di incriminarlo formalmente per concorso in omicidio. Ma il capo dell’Esecutivo, indignato, non ha perso tempo. Ha definito “un errore amministrativo molto grave” l’iniziativa e ha licenziato in tronco il magistrato. Anzi, ha fatto di più: ha ordinato la destituzione del ministro della Giustizia.

Nella richiesta trasmessa al giudice Garry Oréline, titolare del fascicolo, il sostituto procuratore afferma che Henry, la notte dell’agguato, ha ricevuto almeno due telefonate dal principale sospettato, ritenuto uno dei registi dell’assassinio. Si tratta di Joseph Felix Badio, ex alto funzionario del ministero della Giustizia, già a capo della Commissione anticorruzione. È ricercato da tempo. Dovrebbe essere ad Haiti ma è probabile che sia già riparato all’estero. Il magistrato ha chiesto all’Ufficio Immigrazione di impedire la sua uscita dal Paese con un secondo ordine restrittivo. Da lui vorrebbe sapere perché aveva chiamato il primo ministro in pectore e cosa si erano detti. Visto che è irreperibile, voleva girare la stessa domanda al premier che, secondo la legge, può essere convocato davanti alla giustizia solo su specifica autorizzazione del presidente.

Ma, come si sa, Haiti non ha più un presidente e le elezioni per eleggerne un nuovo da settembre sono slittate a fine 2022. Solo nel 2023 si varerà una nuova Costituzione e si conoscerà il nome del capo dello Stato, come quelli dei deputati e senatori che comporranno il futuro Parlamento. Una mossa decisa dallo stesso premier Henry. Ha giustificato l’ennesimo rinvio sostenendo che ci voleva tempo per ritrovare un clima di pace nel Paese e che questo accordo “ambizioso e promettente” raggiunto anche con tutti i partiti dell’opposizione preludeva a “una rottura” con il passato.

Sui tabulati della Digicel, il gestore telefonico di Haiti, sono rimaste impresse due chiamate, partite dal cellulare di Badio dirette a quello di Henry. La prima alle 4,03 di quella mattina, la seconda alle 4,20. Entrambe di pochi minuti. La geolocalizzazione del telefono dell’ex funzionario della Giustizia dimostra che si trovava poco distante dalla villa dove fu sorpreso, sopraffatto e ucciso il presidente Moïse e ferita gravemente sua moglie. Ha agganciato una cella a poche decine di metri.

Cosa si sono detti i due? Cosa ci faceva, di notte, nella periferia elegante sulle montagne di Haiti, in mezzo ai boschi, davanti alla villa del presidente, nelle stesse ore in cui un commando metteva a tacere con dodici colpi di pistola l’uomo più odiato e amato dell’isola? Perché un ex dirigente del ministero della Giustizia, alla guida di una Unità che si occupava di corruzione e che, in passato, aveva minacciato di far arrestare il capo dello Stato, al centro di un golpe, scoperto e sventato dallo stesso Moïse, aveva bisogno di parlare con quello che non era ancora il primo ministro in carica ma in attesa di conferma?

Nella lettera inviata a Henry, in cui gli rendeva nota la richiesta, il giudice Claude spiegava che la sua convocazione davanti al Tribunale per l’udienza preliminare, che doveva iniziare ieri, era volontaria “tenendo conto delle restrizioni dovute alla sua condizione di alto funzionario pubblico”. Il primo ministro non l’ha presa neanche in considerazione. Ha licenziato in tronco il magistrato, ha tolto di mezzo altri potenziali nemici, ha bollato la richiesta di convocazione “un diversivo” nelle indagini “per creare confusione ed evitare che la giustizia faccia il suo lavoro con calma”. La gente si è indignata. Come gran parte delle Istituzioni pubbliche. “Ariel Henry deve dimettersi subito e porsi a disposizione delle giustizia”, ha chiesto Renan Hedouville, ministro della Giustizia. Il tempo di dirlo e anche lui è stato silurato. Resta il mistero di quelle due telefonate. L’ennesimo, in un giallo sempre più fitto. Fonte: Repubblica

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