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“I grandi studios di Hollywood, Disney in testa, sono genuflessi al volere del Partito Comunista Cinese”. È l’accusa, gravissima, del ministro della giustizia americano William Barr. Che ha usato proprio quel verbo, “kowtowing”, inginocchiarsi, nel corso del lungo discorso tenuto ieri a Grand Rapids, Michigan, dove per trenta minuti ha appunto attaccato le politiche commerciali cinesi da lui definite “predatorie”. E accusato il Dragone di manipolare le imprese americane, rubare segreti commerciali e tentare di hackerare gli sforzi degli Stati Uniti per sviluppare i vaccini. E’ l’ultima puntata di un braccio di ferro, quello fra Pechino e Washington,  che va avanti da mesi e che ogni giorno sembra farsi più duro.

Il ministro se l’è dunque pure con alcune grandi multinazionali americane: accusandole di fare gli interessi cinesi, aiutandoli a raggiungere i loro obiettivi egemonici, in particolare nel campo cinematografico. Su tutti quella Disney che si prepara ad uscire nelle sale di mezzo mondo con la nuova versione di Mulan, remake del cartoon del 1998 ma girato con attori in carne e ossa. Tanto più dopo che l’attrice cinoamericana Liu Yifei, 31 anni – che indossa appunto i panni dell’eroina cinese impegnata a difendere il suo Paese dall’invasione degli Unni – si è di recente schierata con la polizia di Hong Kong, contro i dimostranti (scatenando la protesta dei social con l’hashtag #BoycottMulan).

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“I vertici delle corporation americane forse non si vedono come lobbisti, ma dovrebbero stare più attenti: rischiano di essere strumentalizzati”, ha detto ancora Barr. Insistendo: “Hollywood regolarmente censura i suoi film per soddisfare il regime comunista”. E avvertendo che d’ora in poi le società americane dovranno notificare ogni eventuale legame con la Cina per non essere accusate di violazione delle leggi sulle azioni di lobbying. Il ministro ha attaccato pure società high tech come Apple, Google, Microsoft, Yahoo e Cisco, definendole “pedine dell’influenza cinese”. Anche queste sarebbero infatti troppo “disponibili a collaborare” con Pechino. “La globalizzazione non sempre indirizza verso una maggiore libertà. Un mondo che marcia al ritmo del tamburo comunista cinese non sarà ospitabile per istituzioni che si fondano sul libero mercato, il libero commercio ed il libero scambio di idee” ha concluso.

 Fonte: Repubblica

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