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BERLINO – La sera delle elezioni, nella Elefantenrunde, il tradizionale talk televisivo tra i leader dei principali partiti, l’alticcio cancelliere uscente Gerhard Schroeder l’aveva bullizzata, ancora convinto che avrebbe potuto strappare un terzo mandato. Invece, il 22 novembre del 2005, Angela Merkel fu eletta prima cancelliera donna della Germania. Fu l’inizio di una lunghissima e, suo malgrado, rivoluzionaria era. La “ragazza” di Kohl, che aveva stracciato i rivali nel partito con la force tranquille dell’eterna sottovalutata, cominciò ad affermare il suo stile inconfondibile sul palcoscenico mondiale. 
 
In quindici anni, Merkel ha amministrato le tre più gravi emergenze europee. E una sola, quella dei profughi, ha avuto quasi la forza di disarcionarla dalla poltrona di donna più potente del mondo. Una detronizzazione sfiorata anche a causa delle forze irrazionaliste e antimoderne che affascinavano Heidegger e inorridivano Thomas Mann e che riaffiorano periodicamente nella coscienza tedesca, come un velenoso fiume carsico. Goetz Kubitschek, l’ideologo della Nuova destra, ha definito la crisi dei profughi “lo strappo”, fotografando la riemersione di un’opposizione antidemocratica e antirepubblicana.
Per fortuna, la cancelliera è riuscita a confinare quelle forze oscure in un angolo. Ma da lì, una minoranza di tedeschi continua a urlare e a sdoganare idee e parole che per decenni erano rimaste confinate, opportunamente, nell’oblio.

185154663 57ac3997 2bae 4f06 bb53 b793525e994b - I 15 anni al governo di Angela Merkel, la "cancelliera delle crisi"
(afp)


Attraverso tre disastri internazionali, Merkel si è guadagnata la nomea di Krisenkanzlerin. E ha messo fine all’era in cui i presidenti americani, come riassunse efficacemente il loro consigliere principe, Henry Kissinger, non sapevano “a chi telefonare”, quando volevano parlare con l’Europa. Ma non sempre la Krisenkanzlerin, ribattezzata “leader riluttante” e “Merkiavelli” per il suo proverbiale tatticismo, ma anche la sua mancanza di visione, è riuscita a gestire le crisi in modo ottimale.

La crisi dei debiti Ue

È stata l’indubbia leader dell’Ue durante il lungo tsunami finanziario. Ma negli anni della crisi dei debiti, strattonata dal suo austero e potentissimo ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, che fu di fatto un vicecancelliere, Merkel delegò alla Bce di Mario Draghi il compito titanico di salvare l’euro e il continente da una crisi di fiducia, poi da una deflazione e una crisi economica che l’avrebbero spezzato.

Un episodio spesso dimenticato risale al 2011, quando in pieno tsunami economico la Germania costrinse l’Europa ad adottare il Fiscal compact, un accordo ancora più soffocante di controllo delle finanze pubbliche – disatteso successivamente da tutti i grandi Paesi europei fuorché dalla Germania. E spinse Paesi come la Grecia a cure draconiane e frettolose che l’hanno impoverita senza mai convertirla a un riformismo vero. 

La crisi dei profughi

Il secondo, grande banco di prova internazionale, per Merkel, fu la crisi dei profughi del 2015. “Ce la facciamo”, rimane il suo mantra di allora, forse il più celebre. Spinta dai numeri e da uno spirito cristiano che rivendicò con forza anche al congresso drammatico della Cdu di quell’anno, la cancelliera aprì le porte dell’Europa.

Dalla sua, ha sempre avuto i numeri di un Paese e di un continente invecchiati, che hanno bisogno dell’immigrazione per non estinguersi. Ma la sua coraggiosa fuga in avanti è stata anche un’avventura solitaria. Che in Germania le ha alienato una fetta del suo partito, ha messo le ali all’ultradestra Afd e ha fatto uscire dal buio un’estremismo extraparlamentare preoccupante.

Anche in Europa, “l’effetto aspirapolvere” della cancelliera, come lo definì un astro nascente della Cdu, Jens Spahn, ha fatto esplodere la destra populista. Ad oggi, l’Europa non è riuscita a risolvere il problema del riassorbimento equo di quei profughi; ancora oggi l’onere ricade sui Paesi affacciati sul Mediterraneo e su quelli che accettano volontariamente di accoglierli. Il suo primo, vero atto visionario, il suo imperativo dell’accoglienza, è ad oggi un’Incompiuta.

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(reuters)

La pandemia

Il 2020 è stato l’anno del riscatto, per Merkel. Durante la pandemia del secolo, la cancelliera è stata la grande sponsor di una soluzione solidale per i Paesi più colpiti, inventandosi il Recovery Fund e spingendo per un generoso pacchetto europeo di aiuti. E ha gestito la fase del letargo con piglio scientifico e mediando pazientemente con i governatori, salvando la Germania dai picchi di morti ma anche da misure troppo restrittive. Nei sondaggi di tutto il 2020, la Cdu ha veleggiato attorno al 38-40%. Un trionfo per la cancelliera. 

In quindici anni di scandali zero, la figlia di un pastore protestante dallo stile retorico volutamente popolare, ha cambiato profondamente il modo di fare politica. Il divorzio dalla tradizione conservatrice della Cdu e la sua postura post-ideologica hanno consentito alla proteiforme cancelliera di ingrandire talmente il raggio d’azione dei cristianodemocratici da mangiarsi porzioni enormi di elettorato socialdemocratico, verde e liberale, garantendo al partito di massa di Adenauer una tenuta solida.

In un quindicennio in cui in le forze politiche tradizionali in Europa si sono sciolte come neve al sole, bruciate dalle crisi e dall’avanzare inesorabile dei populismi, la Cdu è l’unico grande partito di centro sopravvissuto in Europa. Non c’è tema riformista o progressista che Merkel non abbia disinvoltamente assorbito – dall’uscita dal nucleare al salario minimo, dalla solidarietà con i profughi all’ambientalismo – garantendo alla Germania un’avanzamento continuo.

Fonte: Repubblica

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