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LONDRA. Si dice che i soldi non possano comprare la felicità, ma non ditelo a quei neozelandesi che da un anno e mezzo causa Covid non possono vedere i propri figli, i propri cari, uscire o rientrare dal loro stesso Paese, o a quei lavoratori essenziali che ancora oggi non si sono visti riconoscere la residenza dalle autorità di Wellington, nonostante tutto. Invece per Larry Page, il co-fondatore di Google, tutto sembra possibile. Anche diventare ufficialmente residente in Nuova Zelanda, uno dei Paesi più ermetici in tempi di Coronavirus insieme alla vicina Australia, con i viaggi internazionali ridotti praticamente a zero anche per gli stessi cittadini neozelandesi. 

Perché basta pagare, tanti soldi, e, magia: Larry ce l’ha fatta. Alla faccia di tutti gli altri, in un Paese dove crescono critiche e polemiche. Si è saputo difatti che Page, uno dei re della californiana Silicon Valley, è diventato residente in Nuova Zelanda grazie al programma per paperoni “Investor Plus”, che permette a chiunque di stabilirsi se promette di investire almeno 8,5 milioni nello stato oceanico. Nessun problema per Larry: dopo essersi sganciato dalla dirigenza di Google-Alphabet, è pure la sesta persona più ricca sulla Terra con i suoi circa 100 miliardi di euro di patrimonio. Che saranno mai 8,5 milioni per lui?

Il problema però è che, a causa del Covid, anche il programma “Investor Plus” dei paperoni è stato sospeso allo scoppio della pandemia, a causa delle dure restrizioni decise dalla lodata e accorta premier Jacinda Ardern. E come ha fatto allora Page, che ha avanzato domanda ufficiale per la residenza solo lo scorso novembre, a trasferirsi così in fretta in Nuova Zelanda?

Il motivo, o per i suoi critici la scusa, è stato suo figlio 12enne. Il ragazzo lo scorso gennaio era alle isole Figi, poi si sarebbe sentito male. Allora papà Larry gli ha organizzato il salvataggio, con tanto di elicottero privato, e ha chiesto al governo neozelandese di farlo entrare nell’isola per ricevere le cure necessarie. Soltanto per questo motivo, ossia ricongiungersi al figlio, Page è riuscito a superare la frontiera e stabilirsi in nuova Zelanda, insieme alla moglie Lucinda Southworth e al secondo figlio di dieci anni. Poi, una volta sul posto, ha attivato il processo di trasferimento ufficiale sull’isola grazie a “Investor Plus”, conclusosi il 4 febbraio 2021. E il gioco è fatto.

“Tutte le regole sanitarie sono state rispettate”, ha sottolineato qualche giorno fa il ministro della Salute neozelandese Andrew Little. “Sarà, ma abbiamo medici e infermieri, in prima linea contro la pandemia, da mesi in un limbo, senza residenza. Mentre basta che arrivi un miliardario e… puf, tutto è possibile”, ha risposto piccata la consigliera governativa sull’immigrazione, Katy Armstrong, a Radio New Zealand.

Ma perché Page è voluto andare a tutti i costi in Nuova Zelanda? Non è il solo. Lo hanno già fatto altri ricconi, tra i quali il cofondatore di PayPal Peter Thiel, quello di LinkedIn Neil Hoffman e il celebre regista americano James Cameron. La risposta sta in un cliché sempre più di moda tra i geni della Silicon Valley: ossia che la Nuova Zelanda sia il Paese migliore qualora il mondo dovesse essere travolto da una catastrofe globale di qualsiasi tipo: climatica, naturale, ma anche commerciale, energetica, sistemica, tali da mettere in discussione l’attuale civilizzazione. Secondo un recente studio dell’inglese Global Sustainability Institute, per le sue caratteristiche naturali e strutturali, la Nuova Zelanda sarebbe il Paese che resisterebbe meglio a un “giorno del giudizio”. Quindi tutti in Nuova Zelanda. O meglio, solo i paperoni. 

Fonte: Repubblica

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