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DAKAR – In un incrocio del quartiere Medina, a poca distanza dal Palazzo di Giustizia di Dakar, decine di elmetti neri delle forze antisommossa si stringono per impedire il passaggio a una folla di giovani manifestanti che freme a pochi centimetri dai loro scudi. Un cartello emerge dal fragore. “Vi abbiamo chiesto democrazia e sviluppo! Avete preferito la ricchezza e i vostri interessi. Siete la vergogna!”. Una voce strozzata nell’aria rovente urla: “Vogliamo poter decidere! Non ci fermerete!”. A una settimana da quegli eventi, i segni della rabbia delle proteste rimangono impressi sul cemento della capitale senegalese. Nell’atmosfera di calma apparente detriti, cumuli di cenere, vetri rotti e relitti d’auto sono ancora accatastati ai lati delle strade.

La scintilla che ha fatto scoppiare le manifestazioni nei principali centri abitati del Senegal è l’arresto di Ousmane Sonko, avvenuto il 3 marzo. Il giovane leader del partito di opposizione Pastef-Les Patriotes, arrivato terzo alle ultime elezioni del 2019, doveva infatti presentarsi in udienza al palazzo di giustizia per rispondere alla gravissima accusa di violenza sessuale ai danni di una giovane ragazza di un centro massaggi, ma la scelta di cambiare tragitto rispetto a quello prestabilito dalle autorità, generando così una manifestazione spontanea, è stata giudicata un intralcio all’ordine pubblico e tentata insurrezione. Accusa che è valsa la custodia cautelare per il politico a cui il 26 febbraio era stata inoltre tolta l’immunità parlamentare.

In questo senso Ousmane Sonko ha sempre rigettato le imputazioni, definendole un “complotto” teso ad eliminarlo dalla scena politica. Il giovane parlamentare anti-sistema è considerato infatti il principale antagonista del presidente Macky Sall. Un outsider della politica amato dalle giovani generazioni e, dunque, uno dei principali concorrenti in vista del voto del 2024 al quale Sall, in carica da nove anni, non potrà ricandidarsi a causa del limite di due mandati.

Per quattro giorni gli scontri tra manifestanti e la polizia hanno interessato Dakar e altre località del Paese tra cui, in particolare, la regione della Casamance, provocando almeno 10 morti e 590 feriti. Tra il 4 e l’8 marzo, periodo di maggiore intensità delle proteste, sono stati inoltre incendiati e saccheggiati decine di centri commerciali Auchan e stazioni Total principalmente perché legate alla Francia, con cui Sall ha ottimi rapporti e la cui presenza è ritenuta “scomoda” e “opprimente” da molti senegalesi.

La svolta nell’impasse avviene l’8 marzo. La mattina i giudici, dopo la prima udienza di Sonko, decidono per la liberazione dalla custodia cautelare del politico, mentre la sera il presidente Sall si rivolge per la prima volta alla popolazione dichiarando di aver compreso le inquietudine e le preoccupazioni dei giovani. Intervengono inoltre, con un messaggio distensivo, i leader religiosi delle potenti confraternite Sufi. Il caso giuridico però resta ancora aperto e il politico, ufficialmente libero ma sotto controllo giudiziario, continua ad accusare Sall di aver “tradito la nazione” e ad esortare la mobilitazione dei sostenitori.

In questo contesto di alta tensione, che in Senegal non si vedeva da quasi dieci anni, nasce il Movimento di difesa della democrazia (M2D), formato da parlamentari dell’opposizione e organizzazioni della società civile con l’obiettivo di resistere alle “pratiche dispotiche del governo”. Proprio il M2D, sotto l’hashatag #FreeSenegal che è dilagato sui social, ha organizzato grandi mobilitazioni pacifiche per sabato, poi rinviate a data da destinarsi, dopo un ulteriore intervento di pacificazione di una delegazione della confraternita islamica Mouridyya, la più importante del Paese.

Eppure nonostante un ritorno alla calma, le ragioni della rabbia rimangono sul campo. Nelle voci dei manifestanti emerge un senso di regressione del pluralismo democratico. Durante il mandato di Sall, oltre a Sonko, ci sono stati altri due importanti episodi di oppositori estromessi dalla politica per casi giudiziari: nel marzo 2013, Karim Wade, ex ministro e figlio dell’ex-presidente Abdoulaye Wade, e nel marzo 2017, Khalifa Sall, ex-sindaco di Dakar, condannati entrambi per appropriazione indebita e corruzione. “Devono smetterla di incarcerare e imbavagliare oppositori e chiunque la pensi diversamente. E’ uno schema che usano sempre ormai”, sostiene ancora insoddisfatto il giovane Cherif, mentre si allontana dal Palazzo di Giustizia.

Ma se il caso Sonko è stato il motore politico iniziale, le vere cause della collera sono più profonde. Si radicano nell’esasperazione e nel senso di abbandono che esiste da tempo tra i giovani. Incertezza, mancanza di opportunità, difficili condizioni di vita sono il cocktail di un contesto economico già critico che si è poi aggravato per via del fattore Covid. La pandemia e le sue conseguenze hanno intaccato settori economici importanti per il Paese. Tra cui la pesca artigianale, l’allevamento, il commercio informale e il turismo, col suo indotto praticamente azzerato. Il quadro generale in Senegal racconta oggi di un calo del 16% nelle esportazioni e una contrazione del 30% nelle importanti rimesse della diaspora all’estero, che nel 2019 valevano il 10% del Pil.

“Non abbiamo lavoro. Non c’è impiego, al massimo sono occupazioni occasionali. Noi giovani siamo senza fare niente e lo Stato non fa nulla”, sostiene Diouf, un altro ragazzo incontrato in una delle notti di collera a Ngor. Non esistono dati aggiornati sul tasso di disoccupazione nel Paese. Il più recente è del 2019 in cui la percentuale era pari al 19%, ma già in aumento da due anni consecutivi. “Quindi le soluzioni sono due: o scappare all’estero o provare a riprendersi il Paese”, conclude il giovane.

Il tema immigrazione torna quindi al centro del dibattito. Se negli ultimi anni era stato registrato un assestamento delle partenze, nel 2020 i numeri sono tornati a crescere. In particolare sono esemplificativi i dati sugli arrivi di migranti sulle coste spagnole delle Isole Canarie. Nel 2020 una sequela di naufragi ha provocato più di 1.800 morti e riacceso l’attenzione sulla poco conosciuta “ruta canaria”. L’anno scorso sulle isole sono sbarcate quasi 20mila persone arrivate con imbarcazioni di fortuna, spesso piroghe provenienti dal nord del Senegal attorno a Saint Louis o da M’bour, città costiera a sud di Dakar. Un dato enorme se comparato ai 2.700 arrivi del 2019 e sintomo di una crisi sociale imperante.

A Thiaroye sur mer, cittadina di pescatori della cintura di Dakar, tutti conoscono almeno una persona che ha tentato di migrare in Europa. Qui la ruta canaria è stata battezzata col motto “Barça ou Barsakh”, “Barcellona o morte”. “La prima volta mi hanno fermato in Libia, la seconda, la barca è affondata non lontano dalle isole. Ho rischiato di morire e ho rinunciato per ora”, il racconto di Cheikh che ha vissuto sulla sue pelle l’esperienza del viaggio, concludendo “in quel percorso lungo 1.500km tra Senegal e Spagna ci sono gran parte delle ragioni delle proteste”.

Se quindi oggi le manifestazioni si sono sgonfiate per l’intervento di attori politici e religiosi influenti, in Senegal la tensione resta alta. L’attesa è per gli investimenti post Covid e il modo in cui il governo agirà in vista delle elezioni del 2024.

Fonte: Repubblica

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