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Dopo otto anni di negoziati con l’Occidente, un accordo sul nucleare raggiunto con Barack Obama e poi disfatto da Donald Trump, i moderati escono di scena e l’Iran entra in una nuova fase politica, con molte incognite per gli equilibri regionali e i negoziati di Vienna, ora in una fase di stallo.

Il conservatore Ebrahim Raisi, che a giugno ha vinto le elezioni presidenziali con la più alta astensione nella storia della Repubblica Islamica, si presenterà oggi in Parlamento per chiedere la fiducia con una lista di potenziali ministri. Raisi è un religioso senza particolare carisma che deve la sua ascesa politica alla Guida Suprema Ali Khamenei e all’appoggio di una larga parte dei Pasdaran, il corpo dei guardiani della rivoluzione nato come milizia rivoluzionaria nell’Iran di Khomeini e divenuto il più potente apparato militare e industriale del Paese.

Su Raisi pesano le gravi responsabilità dei fatti del 1988, quando durante la guerra con l’Iran il comitato di cui faceva parte decise l’esecuzione di migliaia di prigionieri politici. Le organizzazioni per i diritti umani l’accusano anche di aver avuto un ruolo nella repressione delle proteste del 2019: all’epoca era capo della magistratura e nessuno dei responsabili della gestione delle piazze, dove sono state uccise almeno 300 persone, è stato processato.

Quale postura vorrà adottare il nuovo presidente iraniano sul dossier nucleare − se un approccio oltranzista come vorrebbero le fazioni più dure del regime, o uno più pragmatico per arrivare alla rimozione delle sanzioni, come lui stesso ha detto di voler fare − è la domanda che si pongono in queste ore le cancellerie europee.

In gioco non ci sono solo le trattative per il ritorno all’accordo Jcpoa, ma la stabilità del Golfo e dell’intera regione. Le notizie degli ultimi giorni in questo senso non rassicurano. Giovedì scorso l’attacco alla petroliera Mercer Street nel golfo dell’Oman, gestita da una società di proprietà di un israeliano, e costato la vita a due membri dell’equipaggio, ha innescato un duro scontro con Washington, Londra e Gerusalemme.

Ieri il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz ha accusato apertamente dell’attacco i guardiani della Rivoluzione e in una riunione con gli ambasciatori dei Paesi membri del consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha fatto i nomi del comandante dell’aeronautica dei pasdaran, il generale Amir Ali Hajizadeh, e di Saeed Aghajani, il capo della sezione che si occupa di droni.

L’Iran nega di aver avuto qualsiasi ruolo nell’esplosione sulla Mercer e nel tentato dirottamento di un’altra petroliera, due giorni fa, al largo delle coste emiratine: “False flag”, operazioni sotto copertura per preparare il terreno a un attacco contro di noi, sostiene. La tensione ieri si è alzata anche sul confine tra Libano e Israele quando l’esercito israeliano ha risposto con fuoco di artiglieria al lancio di tre razzi. Episodi purtroppo frequenti, spesso opera delle fazioni militanti palestinesi e non di Hezbollah, il movimento paramilitare finanziato e sostenuto dall’Iran, ma che per Gerusalemme sono un ulteriore motivo di allarme. Fonte: Repubblica

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