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Un silenzio assordante, tanto forte da fare rumore. È quello che si respira al Cairo sul processo che domani si apre a Roma. Sui giornali e nelle televisioni del Cairo dei quattro ufficiali della sicurezza nazionale egiziana a processo in Italia non c’è notizia: le ultime informazioni risalgono ai mesi scorsi, quando alla richiesta di portarli a processo partita dalla Procura di Roma, Il Cairo rispose con una nota in cui si parlava di “indagini ancora in corso” e di “disaccordo” con le conclusioni a cui erano giunti i magistrati italiani. “Non è un silenzio casuale – dice una fonte egiziana che preferisce non essere identificata – dietro c’è una scelta consapevole”. Quella di accreditare la versione secondo la quale gli accusati non sono mai stati informati dei procedimenti a loro carico.

Unica eccezione, in questo panorama, è Mada Masr, pluripremiato sito di informazione indipendente che alla morte di Giulio Regeni così come a tanti altri fatti scomodi avvenuti in Egitto negli ultimi anni ha dedicato pagine importanti. Pagate con la detenzione della sua direttrice, Lina Atallah, e di alcuni dei suoi redattori: e la minaccia costante che pende su di loro.

Il processo di Roma si apre in un momento molto delicato per i rapporti fra l’Italia e l’Egitto: l’ambasciatore nominato alla vigilia di ferragosto del 2017, Giampaolo Cantini, ha lasciato la sede del Cairo pochi giorni fa. La sua ultima apparizione pubblica è stata domenica. Al suo posto è atteso Michele Quaroni, ex numero due alla rappresentanza italiana presso la Ue. Per quanto totalmente usuale nei modi e nei tempi – Cantini è stato ambasciatore per quattro anni – la nomina apre nella comunità italiana che si occupa di diritti umani la speranza di un cambiamento della linea italiana.

Rispettando la volontà della Farnesina, Cantini è stato il diplomatico della normalizzazione dei rapporti fra Roma e Il Cairo, interprete di uno stile diverso rispetto a quello del suo predecessore Maurizio Massari, che della ricerca della verità sulla morte del ricercatore italiano aveva fatto una priorità, tanto da risultare poco gradito alle autorità egiziane. Il business italiano in Egitto è tornato a fiorire – primo fra tutti quello delle armi, di cui siamo stati fra i principali fornitori nel 2019 e nel 2020 – il presidente Abdel Fatah Al Sisi è stato invitato in Italia per la prima volta dopo l’assassinio di Regeni e il caso dell’arresto di Patrick Zaky, studente egiziano dell’università di Bologna, è stato inquadrato nell’ambito del monitoraggio internazionale della situazione dei diritti umani in Egitto. Troppo poco per quella parte di opinione pubblica che avrebbe voluto una presenza più decisa. La realtà è più sfumata: se non fosse stato per gli occhi italiani che vegliavano su di lui le torture riservate a Patrick avrebbero potuto essere peggiori di quelle che ha subito.

Proprio il processo Zaky sarà per il nuovo ambasciatore il primo banco di prova: la prossima udienza è fissata per il 7 dicembre e tutto lascia presupporre che ci sarà un ulteriore rinvio. Gli avvocati della difesa cercheranno di entrare nel dettaglio delle accuse. E questo darà al giudice l’occasione di prendere tempo. Per lo studente i due anni di detenzione – che scatteranno a febbraio – non sono un’ipotesi lontana. Anche perché fonti della sicurezza del Cairo hanno fatto capire a più riprese a chi segue la vicenda in Egitto di aspettarsi qualcosa in cambio della sua libertà. Qualcosa che ripulisca le ombre del delitto Regeni. Una condizione inaccettabile per l’Italia.

Fonte: Repubblica

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