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215603509 932c3e67 b166 4e01 9948 a024fcd8c836 - Il centro dove i giovani possono cambiare sesso: “Più dialogo che pillole”

Quanti sono gli adolescenti transgender in Italia? Chi se ne occupa? Quali sono i centri che utilizzano i farmaci bloccanti della pubertà in giovanissimi con “incongruenza di genere”, così adesso si chiama quel non riconoscersi nel sesso assegnato alla nascita? Di alcune e alcuni ragazzi conosciamo le storie che coraggiosamente hanno reso pubbliche: Ludovica Gentilini, Olimpia Fanfarilla, Greta che si chiamava Marco, Jacopo che da donna diventerà uomo.

Intorno un pianeta di silenzio. Sono pochissimi, otto in tutto, i centri in Italia che “prendono in carico” le famiglie e i ragazzi che vivono questa condizione di estrema sofferenza. Secondo una stima dell’Onig, Osservatorio nazionale sull’identità di genere, dal 2005 al 2018 ai centri specialistici di tutta Italia si erano rivolte 250 famiglie. Numeri che non raccontano la realtà. Sulla transizione farmacologica i riflettori si sono riaccesi con la discussione sul ddl Zan contro omofobia e transfobia. In realtà la vera rivoluzione “gender variant” è avvenuta due anni fa. Quando, dopo il via libera dell’Aifa, nel 2019, seguito a un pronunciamento del Comitato di bioetica nel 2018, è iniziata (a spese del servizio sanitario nazionale) la somministrazione pubblica della triptorelina agli adolescenti.

In prima linea nella presa in carico dei minori con “incongruenza di genere” c’è l’ospedale universitario di Careggi a Firenze, dove è presente l’unica équipe multidisciplinare autorizzata a prescrivere questi farmaci che, bloccando l’ipotalamo, fermano il progredire della pubertà. Pilastri di questo servizio, all’interno dell’unità operativa di “Andrologia, endocrinologia femminile e incongruenza di genere”, sono una psicologa e psicoterapeuta, Jiska Ristori, e l’endocrinologa Alessandra Fischer. «Dal 2014 abbiamo seguito 87 adolescenti, ora ne abbiamo i carico 35, di cui 15 maschi alla nascita e 15 femmine alla nascita. Di tutti i nostri pazienti — spiega Alessandra Fisher — la metà ha fatto il percorso con i bloccanti, nessuno di questi è tornato indietro».

Numeri piccoli di un segmento particolarissimo e caratterizzato, prima della transizione, da «alte spinte suicidarie, tanto grande è l’angoscia di non riconoscersi in quel corpo indesiderato». Docce al buio, rifiuto di guardarsi allo specchio, di spogliarsi, autolesionismo. In quella che molti pazienti hanno soprannominato “l’isola”, metafora di un approdo finalmente, felice, Jiska Ristori accoglie genitori smarriti, bambini incerti e ragazzi spesso disperati. «Nella nostra équipe multidisciplinare ci sono anche un bioeticista e uno psichiatra, soltanto alla fine di un lungo percorso che inizia dall’infanzia e coinvolge tutta la famiglia in un profondo lavoro psicologico, alcuni dei nostri pazienti iniziano la terapia con i bloccanti. Alla quale si affianca per tutto il percorso una terapia psicoterapia».

Nulla è lasciato al caso, l’attenzione è massima. Bisogna aiutare i genitori a capire come comportarsi con la scuola, nella socialità. «Più le famiglie sono aperte, più i bambini si sentono liberi di esprimere se stessi, pur nel loro essere “incongrui”». E nulla avviene prima dell’adolescenza. «Il grande momento di crisi nei ragazzi transgender — aggiunge Fischer — è l’inizio della pubertà. Quando quel corpo con cui si è in conflitto fin da bambini si manifestano i cambiamenti: la voce che muta nei maschi, il seno che cresce nelle femmine. È intorno ai 14 anni che noi somministriamo i farmaci bloccanti. Affinché, in modo reversibile, i ragazzi possano prendere tempo e decidere poi se continuare la transizione». Ossia passare agli ormoni e poi, forse, all’intervento chirurgico. Conclude Ristori: «Questo dimostra che non c’è alcun contagio sociale e la serietà del percorso. Quando finalmente si sentono accolti molti tornano a sorridere. Per noi è un successo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Fonte: Repubblica

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