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175220707 82b898a5 c733 4ece af31 bd1f75ade4b7 - Il mago dei suoni: "Io, dal garage di papà al disco di Kanye West"

“Il primo biglietto andata e ritorno per gli Stati Uniti costò 350 euro. Dormii sulle panchine dell’aeroporto ma, dopo tre settimane, tornai con due dischi di platino, grazie all’album di Jay-Z che all’epoca non era ancora il marito di Beyoncé”. Parole di Irko M. Sera, partito da Conegliano Veneto nel 2006 e oggi, a 40 anni, tra i più affermati ingegneri del suono al mondo. Uno dei lavori più recenti di questo costruttore e designer di suoni e collezionista di papillon – “ho oltre trecento bowtie” – è Donda di Kanye West, rapper, personaggio divisivo e persino ex (auto)candidato alla Casa Bianca: l’album uscito pochi giorni fa è già primo in più di 100 Paesi al mondo e pare destinato a essere il disco dell’anno negli Usa. “La mia passione è sempre stata l’audio, la musica è arrivata dopo” dice Irko. 

Com’è stato il suo percorso? 

“Fin da ragazzino amavo spirullare con gli equalizzatori delle radio che mio padre portava in casa. La musica con più bassi e risposte di frequenze sulla batteria era l’hip hop americano che in Italia non si sentiva nemmeno. Ho cominciato a comprare dischi in giro per il mondo. E’ iniziato tutto da lì”. 

Erano i primi anni Novanta, lei si chiamava ancora Maurizio. 

“Sì, ma a 13 anni, quando scoprivo l’hip hop, gli amanti di quei suoni avevano tutti nomi strani: Blast, Boost. Io volevo un nome vero, di IRKO mi piaceva anche la simmetria nei caratteri maiuscoli. Così l’ho scelto, e oggi è il mio nome”. 

Dopo le radioline di papà cos’è arrivato? 

“Le serate in discoteca a far sentire quella musica che nel Nord Est cominciava a comparire in una nicchia di appassionati. In quelle serate spesso incontravo molti degli americani che vivevano in Veneto, nelle due basi militari Usa. Facevo Scienze informatiche all’Università ma mollai tutto per un corso di nove mesi come tecnico audio a Treviso. La mia famiglia mi ha sempre sostenuto. Il primo studio lo aprii nel garage di casa loro: chiesi a mio padre un grosso prestito per un microfono. Sei settimane dopo gli avevo restituito tutti i soldi, grazie ai guadagni in quelle serate e agli americani che poi venivano a registrare i loro rap sulle mie basi in quello studio. Persino lui si stupì. Poi arrivò il 2006”. 

E cosa successe? 

“In sei anni avevo migliorato il mio inglese e scoperto una cultura diversa. Dallo studio di mio padre ero passato a una sala più grande grazie a uno dei miei docenti di quel corso. Avevo perso ogni limite di spazio e possibilità: se vuoi registrare un’orchestra, in un garage è impossibile. Poi arrivò l’invito di quel prof a New York, io non avevo una lira”. 

Però partì lo stesso. 

“Andai a vedere com’erano gli studios americani con quel biglietto da 350 euro, il più economico che ci fosse. Mi ritrovai a lavorare in Kingdom Come, un disco iconico di Jay Z, e tornai a casa con quei due dischi di platino perché avevo curato la traccia 1, la più importante. Erano solo i primi riconoscimenti: ero nel posto giusto al momento giusto. Ieri in due ore ho vinto quello d’oro per Donda, e non è il mio primo premio tra Grammy e premi di Bilboard”. 

In mezzo le collaborazioni con artisti come Jennifer Lopez, Timbaland, Snoop Doog, Puff Daddy, Sia: star mondiali dell’hip hop, del rap e del pop. 

“Sì, ma tutto partì da quell’album con Jay-Z a cui io non sapevo nemmeno di dover lavorare, che all’improvviso mi aprì tante porte. Mi trasferii a New York, poi a Baltimore e da dieci anni vivo a Los Angeles. In America è davvero tutto 10 mila volte più grande nel business musicale: i successi come i fallimenti e lo stress. Mi è andata bene”. 

E dall’Italia intanto non la cercava nessuno? 

“Pochissimo in questi quindici anni. Mi dicevano fammi suonare come i dischi americani poi però alzami anche la voce: il contrario di quanto avviene qui. Pochi giorni fa ho finito di lavorare a un brano di Fedez: mi ha cercato lui nella stessa settimana in cui mi cercava Kanye West”. 

Con chi le piacerebbe lavorare? 

“Tra i grandi dell’hip hop americano mi manca solo Dr.Dre, il produttore di Eminem: abitiamo anche vicini. Tra gli italiani, i Maneskin: non li conoscevo neppure, un amico me li ha fatti sentire su ClubHouse. Sono interessanti”. 

Il prossimo passo qual è, Irko? 

“Studio Beat 3, una costruzione realizzata da zero con due sale di registrazione e due appartamenti, per viverci e lavorare. Il 3, perché l’1 è ancora il garage di mio papà, il 2 è stato il successivo. Stef, un ragazzo di Conegliano come me, è il mio primo collaboratore: cerco di restituire un po’ della fortuna che ho avuto io”. 

Com’è l’Italia vista da Los Angeles? 

“Io sono orgoglioso di esserci nato, e per gli americani l’Italia è il Paradiso in terra, poi tra Europei di calcio e medaglie olimpiche il momento sembra favorevole. Mi manca la mia famiglia, per il Covid non vengo in Italia dal 2018, ma non tornerò a vivere da voi. Però avrò la bandiera tricolore in casa, nel mio Studio Beat 3”.  

Fonte: Repubblica

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