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Un volto conosciuto e uno nuovo: fra i talebani protagonisti della presa di Kabul, al di là dei militanti, due nomi hanno suscitato attenzione. Sono il mullah Baradar, capo negoziatore a Doha e atteso nella capitale come probabile presidente, e Gholam Ruhani, protagonista inatteso di una conferenza stampa in inglese nel palazzo di Ashraf Ghani nelle prime ore dell’occupazione della città.

Afghanistan, il leader dei talebani: “Garantire la sicurezza per una vita pacifica”

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Il mullah con gli occhiali

Sarà con tutta probabilità il presidente dell’Emirato islamico per la transizione: Abdul Ghani Baradar, cognato e compagno di strada del mullah Omar fin dalla fondazione dei talebani, è la figura più autorevole degli “studenti coranici” e punto di riferimento per ogni possibile mediazione. Secondo la sua scheda redatta dall’Interpol, Baradar è nato nel 1968 nel villaggio di Weetmak, nell’Uruzgan, una delle zone più povere dell’Afghanistan. Dopo averne sposato la sorella, è sempre stato il braccio destro del mullah Omar, con un profilo più operativo e senz’altro meno carismatico.

Da figura più legata alle operazioni militari, come comandante e stratega, Baradar è diventato poi il capo dell’ufficio politico e negoziatore della delegazione talebana a Doha. Una trasformazione radicale: l’uomo che secondo Newsweek guidava la motocicletta di produzione cinese su cui il leader talebano si sottrasse alla cattura nel novembre 2001, pochi mesi fa si faceva fotografare durante una stretta di mano con Mike Pompeo, allora segretario di Stato Usa.

Con tutta probabilità il suo percorso è legato anche alla prigionia: dopo essere diventato comandante militare dei talebani e leader della Shura di Quetta, il consiglio di anziani che governava il gruppo, nel 2010 Baradar fu arrestato nelle vicinanze di Karachi. Fu un’operazione poco chiara, che fu rivendicata anche dagli Stati Uniti ma che le autorità pachistane negano sia stata concordata. In quell’occasione, secondo fonti di stampa, l’allora presidente afgano Hamid Karzai andò su tutte le furie perché proprio con Baradar stava trattando un accordo di pace. Liberato nel 2018 su richiesta americana, nel 2020 il mullah firmava l’accordo di Doha che metteva fine all’intervento Usa in Afghanistan.

L’uomo di Guantanamo

Il talebano con il turbante nero seduto sulla sedia del presidente Ashraf Ghani sarebbe l’ex detenuto numero 3 del carcere speciale di Guantanamo Bay: Gholam Ruhani, che le schede della prigionia indicano come prigioniero di “media pericolosità, mediamente minaccioso e di medio valore come capacità informativa”. Originario di una famiglia di Ghazni che gestiva un negozio di apparecchi elettrici, fuggito in Iran per evitare il servizio militare durante il regime filo-sovietico, era rientrato in Afghanistan nel 1992, per arruolarsi pochi anni più tardi nell’intelligence dei talebani, comandata da suo cognato Qari Ahmadullah, dove aveva lavorato dapprima come autista e poi come impiegato.

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Gholam Ruhani (con il braccio destro alzato) tra i talebani che il 16 agosto hanno preso possesso del palazzo presidenziale di Kabul (afp)

Era stato arrestato nel 2001, durante l’intervento americano successivo agli attentati dell’11 settembre. Alla data dell’arresto, Ruhani ha insistito a negare di essere il numero tre dell’intelligence talebana: secondo Andy Worthington, autore del libro “The Guantanamo Files”, Ruhani aveva dichiarato di essere un coscritto dei talebani, che si impegnava in lavori impiegatizi per non essere mandato al fronte, e che era stato invitato alla riunione con gli americani perché aveva imparato un po’ di inglese studiando i manuali di elettronica nel negozio di suo padre.

Secondo le indicazioni dei suoi secondini, Ruhani ha sempre cercato di sottostimare il suo ruolo nell’intelligence degli studenti coranici. Nella prigione cubana dove gli Usa tengono i “combattenti nemici”, Ruhani è rimasto per otto anni, come lui stesso ha raccontato in buon inglese nella conferenza stampa dal palazzo presidenziale seguita dalle telecamere di Al Jazeera. In Afghanistan Ruhani è rientrato a metà 2007, per essere detenuto nel centro di Pol-i-Charki, vicino a Kabul.

Fonte: Repubblica

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