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“Proprio mentre stiamo parlando, il mio governo sta studiando nuove limitazioni per far fronte alla quarta ondata del Covid. Il dubbio è se stabilire nuove limitazioni rivolte soltanto ai non vaccinati, che ancora non capiscono che il siero è una condizione di libertà, o se imporre un nuova chiusura generale”. È martedì sera, il ministro degli Esteri slovacco Ivan Korcok è in visita a Bologna per una serata dedicata ad Alxander Dubcek, ma la preoccupazione per l’andamento della pandemia in Europa centrale domina. E infatti, appena 24 ore dopo, il governo di Bratislava deciderà di imporre un nuovo lockdown totale, per tutti: due settimane in cui sarà permesso uscire di casa solo per attività essenziali. “E così – commenta laconico Korcok – chi ha avuto più senso di responsabilità pagherà il prezzo delle scelte di chi rifiuta la vaccinazione”.

Ministro, la Slovacchia è uno dei Paesi col tasso più basso di vaccinazione (attualmente è poco sopra il 40%, ndr). Come se lo spiega?
“Sono sorpreso ed esterrefatto dal fatto che la gente sia ancora così esitante. Purtroppo siamo vittime anche noi di campagne di disinformazione e di fake news che provocano danni enormi. Una volta passata questa emergenza dovremo fare uno sforzo particolare per capire perché così tanta gente ha paura del vaccino, specie tra gli anziani”.

Uno dei grandi temi di conflitto interno alla Ue è la gestione dei migranti. Oggi l’attenzione di tutti è sulla Polonia e i Paesi Baltici, che confinano con la Bielorussia. Ma in altri momenti lo è stato il versante Sud, lungo le coste del Mediterraneo. Eppure il suo Paese, assieme agli altri appartenenti al Gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, ndr), si è opposto a una gestione comune dei flussi.
“È evidente a tutti che le migrazioni di massa non sono un fenomeno destinato a scomparire, e i motivi sono noti: guerre, cambiamenti climatici, crisi economiche. E capisco perfettamente il dramma di Paesi come l’Italia o la Grecia. Però siamo convinti che il sistema delle quote obbligatorie non sia una soluzione al problema, ma solo un modo per trasferire l’onere dell’accoglienza da un Paese a un altro. Oltretutto, diventano un incentivo ai trafficanti di esseri umani, siano essi i Paesi del Nordafrica o la Bielorussia di Lukashenko. Sia chiaro, l’Europa deve assolutamente rispettare e applicare il diritto di asilo, questo non è assolutamente in discussione. Ma non possiamo nasconderci che un flusso infinito non è sostenibile: il nostro popolo si oppone, e ci sono problemi reali di integrazione. Bisogna agire sulle cause a monte, cercare di ridurre la necessità di emigrare. E l’Europa deve avere una politica estera più netta nei confronti dei Paesi ai suoi confini”.

Bruxelles e il Gruppo di Visegrad sono in conflitto aperto anche su alcuni temi come l’aborto e i diritti degli omosessuali, su cui le legislazioni nazionali spesso smentiscono i principi fondamentali sanciti dall’Unione.
“Attenzione, su questo non bisogna fare confusione: sullo stato di diritto la Slovacchia non ha alcun conflitto con l’Europa. È vero, ci sono stati due tentativi di limitare l’accesso alle interruzioni di gravidanza, ma il parlamento li ha respinti entrambi. Il problema quindi non riguarda noi, ma alcuni nostri vicini”. 

Altra questione aperta: la Ue continua nel processo di allargamento verso i Balcani. La Slovacchia che posizione ha al riguardo?
“Siamo totalmente a favore. Per una questione ideale, ma anche per una questione di interesse nazionale. L’allargamento della Ue ha un potere trasformativo enorme, garantisce stabilità e prosperità a quello che, in questo caso, è il nostro vicinato. Poi, certo, per poter aderire bisogna rispettare criteri e condizioni, non possono esserci scorciatoie. Vorrei dire però che anche la Ue deve fare la sua parte fino in fondo, e non sempre la fa. Paesi come l’Albania e la Macedonia del Nord sono ormai pronti per avviare i negoziati di adesione, ma nei loro confronti il processo si è bloccato”. 

Tra gli altri vuole entrare anche il Kosovo, che però la Slovacchia non riconosce…
“Quello che la Slovacchia non riconosce, assieme ad alcuni altri Paesi, è la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo. Ma siamo fra i protagonisti principali degli sforzi diplomatici per costruire un dialogo tra il Kosovo e la Serbia. La soluzione va trovata prima tra Belgrado e Pristina”.

L’incontro con il ministro degli Esteri di Bratislava avviene in quella che in realtà è una circostanza felice. Due settimane fa Alexander Dub?ek, l’eroe sconfitto della Primavera di Praga scomparso nel 1992, avrebbe compiuto 100 anni. Ma Dub?ek era “nato” una seconda volta quando di anni ne aveva appena compiuti 67, nel novembre del 1988: vent’anni dopo l’invasione dei carri armati del Patto di Varsavia che aveva messo fine all’ultimo tentativo di autoriforma di un Paese del socialismo reale, l’Università di Bologna gli conferì una laurea honoris causa che rappresentò il suo ritorno sulla scena pubblica e l’inizio del suo processo di riabilitazione. Ed è per celebrare questo duplice “compleanno” che l’Università di Bologna ha organizzato una cerimonia solenne con la partecipazione del ministro Kor?ok (Dub?ek era, appunto, slovacco).
Ministro, lei è nato nel 1964, quindi nel 1968 era un bambino piccolo…
“È vero, eppure ho un ricordo vividissimo dell’invasione sovietica. Era il 21 agosto e rammento perfettamente mia madre che, urlando, svegliò mio padre dicendogli “Sono arrivati i Russi!”. E ricordo mio padre che mi prese in braccio per farmi guardare fuori dalla finestra. Vedevamo i carri armati e mi disse “È finita”. I miei genitori erano grandi sostenitori di Dubcek”.

Vent’anni più tardi, il viaggio di Dub?ek in Italia rappresentò un passaggio significativo nell’erosione del blocco sovietico. Lei ormai era adulto, era consapevole di quel che stava per accadere?
“No, per niente. Il regime era ancora al potere, e anche se ormai aveva le “gambe molli”, ancora non eravamo in grado di percepirlo. Attraverso le radio occidentali e la televisione austriaca avevamo saputo del viaggio, ma non vedevamo il contesto. Io l’avrei capito l’anno dopo: avevo partecipato a tutte le manifestazioni di protesta dell’89 e nel novembre di quell’anno, dopo un corteo studentesco, vidi Dub?ek salire sul palco per parlare. Ecco, quello fu il segnale. Tant’è che telefonai a mio padre per chiedergli se aveva visto cosa stava accadendo: lui disse di sì e ripeté per la seconda volta “È finita”. Solo che stavolta non era finito il sogno, ma il regime comunista”.

Oggi Dubcek viene giustamente celebrato come un eroe. Ma in realtà fu un grande sconfitto. Lui voleva un socialismo dal volto umano, riformare il comunismo. E, fra parentesi, non era nemmeno favorevole alla separazione tra Cechi e Slovacchi.
“Infatti sarebbe sbagliato fare di Dub?ek qualcosa che non era. Queste celebrazioni non sono un tentativo di santificazione, ma il riconoscimento del prezzo altissimo che ha pagato per il suo tentativo. Di Dub?ek vanno rispettate le idee, l’aver considerato la democrazia e i diritti umani come valori fondamentali, e va rispettato il percorso che lo ha portato negli ultimi anni della sua vita ad avvicinarsi alla socialdemocrazia. E va anche ammirato il suo rigore morale, qualità che oggi in politica si vede poco. Vorrei aggiungere, e di questo sono assolutamente certo, che oggi sarebbe un sostenitore entusiasta dell’integrazione europea”.

Fonte: Repubblica

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