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il neurochirurgo delle gemelline siamesi cammino a due metri da terra anzi volo - Il neurochirurgo delle gemelline siamesi: “Cammino a due metri da terra, anzi volo”

Concentrazione, adrenalina e felicità allo stato puro. Sono le parole che sintetizzano meglio le emozioni che ha provato Carlo Marras, responsabile di Neurochirurgia dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma, il medico che ha coordinato l’équipe di oltre 30 persone tra medici e infermieri che lo scorso 5 giugno ha eseguito il primo intervento al mondo su bambine ‘craniopaghe totali’. Originario di Quartu Sant’Elena, in Sardegna, 56 anni, il neurochirurgo a Repubblica.it racconta il lato umano dello straordinario intervento chirurgico grazie al quale le due gemelline siamesi, Ervina e Prefina, unite per la testa dalla nascita, ora possono finalmente guardarsi negli occhi.

Quello effettuato al Bambin Gesù è il primo caso in Italia e probabilmente l’unico al mondo di intervento riuscito su una coppia di gemelli con questa rara e complessa fusione a livello cranico e cerebrale?
“Ci sono stati altri tentativi ma non sono andati a buon fine. Fino agli anni ‘50 nei bambini con questa malformazione l’incidenza di mortalità e disabilità era del 99%. Solo negli anni ’80 il neurochirurgo americano James T. Goodrich, recentemente scomparso a causa del Coronavirus, riuscì a cambiare l’approccio a questo tipo di malformazione eseguendo interventi in più fasi per permettere ai due cervelli di adattarsi piano piano alla separazione, ma c’erano sempre complicanze per uno dei due gemelli. Il suo è stato comunque un contributo fondamentale. Il nostro rappresenta l’unico intervento in cui la separazione delle gemelle ha permesso di dare entrambe le bambine le stesse chance di vita”.

Che cosa ha provato quando le hanno affidato il coordinamento di questo intervento così delicato?
“Quando la presidente del Bambino Gesù, Mariella Enoc, mi ha presentato questo caso non avevo competenza sul craniopago perché è una malformazione rara: si verifica ogni due milioni di bambini nati vivi e ogni 100mila coppie di gemelli. Perciò, ho scaricato e raccolto tutta la letteratura disponibile per capire cosa fare e come farlo. Poi ho formato l’équipe coinvolgendo le varie specialità: neurochirurghi, anestesisti, neuroradiologi, chirurghi plastici, neuroriabilitatori, ingegneri, infermieri di differenti aree specialistiche e fisioterapisti. Abbiamo elaborato un documento di 50 pagine che è stata la “prima pietra” per disegnare tutto il percorso assistenziale e, anche grazie alle tecnologie avanzate come ricostruzioni in 3d e neuronavigatore, abbiamo potuto simulare l’intervento fino a quando abbiamo capito che eravamo pronti.
Una squadra di 30 persone tra medici e infermieri: per lei è stato un po’ come fare il direttore d’orchestra?
“Mi sono sentito proprio così, anche perché avevo il compito di coordinare le varie competenze di specialisti con personalità molto diverse ma forti. Abbiamo costruito una squadra molto coesa che si è strutturata nel tempo basandosi sulla fiducia reciproca. Lavorare insieme è stato come doversi lanciare nel vuoto ma sapendo che non saremmo caduti. Abbiamo condiviso tante difficoltà, ma anche tante sensazioni anche se, in quanto “direttore d’orchestra” ero quello che si doveva emozionare di meno. Ma ora che è finita, posso vivere la mia felicità per questo enorme successo professionale e personale che mi accompagnerà per sempre”.  
Dottor Marras, l’intervento di 18 ore è stato come una lunga maratona: lei corre?
“No, cammino molto perché non uso la macchina ma il mio sport è il nuoto che mi aiuta tantissimo quando devo affrontare interventi chirurgici così lunghi e complessi, sia per la preparazione fisica ma soprattutto in termini mentali perché aiuta la concentrazione e libera la mente. E poi mi ha “allenato” a stare in apnea perché durante le 18 ore dell’intervento siamo stati tante volte con il fiato sospeso.

Leggi anche: “Due gemelline siamesi unite dalla testa, separate al Bambin Gesù”

Vi siete preparati per oltre un anno per poi effettuare tre interventi delicatissimi fino all’ultimo con il quale le bambine sono state finalmente separate. Che cosa ha provato?
“Il momento più emozionante è stato sicuramente quello della separazione: in sala operatoria eravamo tutti molto concentrati ma si percepiva la gioia perché tutti ci siamo resi conto che stavamo vivendo un momento unico e favoloso. E’ stato un evento molto potente per tutti. Le abbiamo staccate nel pomeriggio ma l’intervento è andato avanti fino alle tre di notte. Quando mi sono tolto il camice per andare via ero stanco morto. Sono tornato a casa a piedi come faccio sempre, ma nonostante la stanchezza non sono riuscito ad addormentarmi subito: ero felice e avevo ancora in circolo tanta adrenalina”.
Qual era la paura più grande: che cosa poteva andare storto?
“Personalmente ritengo che il rischio peggiore sarebbe stato non tanto che le bambine potessero morire ma che potessero avere una grave disabilità. Infatti, prima di avviare tutta la pianificazione, abbiamo consultato il nostro comitato etico per condividere un percorso terapeutico che potesse dare a entrambe le bambine le stesse chance di qualità della vita. Perciò, tutta la pianificazione è stata fatta avendo in mente questo obiettivo. Non solo staccarle, ma fare in modo che potessero vivere bene da separate”.
Com’è stato l’incontro con la madre delle due bambine?
“Molto allegro. Ci ho parlato il giorno dopo e lei appena mi ha visto, senza nessuna formalità, mi ha abbracciato e mi ha mostrato tutta la sua felicità iniziando a danzare e a saltare e anch’io mi sono lasciato andare a questo momento di leggerezza. Ora – a  poco più di un mese dall’intervento – volo e cammino a due metri da terra”.

Fonte: Repubblica

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