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Il governo federale di Addis Abeba lunedì ha lanciato “l’offensiva finale” contro i ribelli del Tigray. Lo ha denunciato il portavoce del governo commissariato del Tigray e del Tplf (Fronte popolare di Liberazione del Tigray), Getachew Reda, con una dichiarazione su Twitter.

Il conflitto tra il governo del premier Abiy Ahmed, aiutato dall’esercito eritreo di Isaias Afwerki, e quello del Tigray, dura quasi da un anno: undici mesi di guerra che hanno innescato una catastrofe umanitaria con migliaia di morti, milioni di sfollati, torture e abusi usati come strumenti di guerra, 400mila persone a rischio carestia e aiuti internazionali bloccati.

A giugno il Nobel per la Pace nel 2019 Abiy ha proclamato il cessate il fuoco per consentire agli aiuti internazionali di entrare. Uno stop violato dai tigrini che hanno approfittato per riprendersi i territori conquistati dai federali e invadere le regioni di Amhara e Afar.

Ieri, 11 ottobre sono ripresi pesantemente gli attacchi federali. Addis Abeba non ha confermato, né smentito l’offensiva. Raggiunto al telefono, Getachew Reda conferma a Repubblica quanto diffuso sui social: la ripresa del conflitto. “Ci stanno attaccando almeno su 4 fronti nella regione di Amhara. Ma stamattina li abbiamo respinti”.

“Offensiva finale”, titola la sua dichiarazione. Finale?

“Non siamo noi a definirla finale. È stato lo stesso governo federale. Noi ci siamo ripresi in parte quello che era nostro. Ci hanno obbligato a combattere”.

Chi vi sta attaccando?

“Il governo federale, le forze speciali della polizia dell’Oromia, le forze di Amhara, delle regioni Somali e Sidama. Siamo arrivati al secondo giorno di pesanti bombardamenti. Stamattina abbiamo respinto l’offensiva via terra. Noi intendiamo difendere le nostre posizioni e distruggere l’esercito che ci sta attaccando”.

Nella sua dichiarazione sostiene che il cessate-il-fuoco proclamato dal governo a giugno era solo strumentale e non deciso per scopi umanitari?

“Si sono ritirati per rafforzarsi. Per acquisire armi e droni”.

L’esercito eritreo è ancora in Etiopia a fianco di Abiy?

“Non abbiamo notizie della loro presenza in questa ultima offensiva. Ma Addis Abeba ha messo la nostra regione occidentale nelle loro mani. Ora nel Tigray occidentale ci stanno loro (l’ovest del Tigray è l’unica parte della regione in mano ai federali, ndr).

Ha notizie della presenza dell’esercito somalo a fianco del governo federale?

“Quando è iniziata la guerra, a novembre e dicembre, sì. Ci è stato riferito che ne sono morti almeno 200”.

Il governo federale non ha confermato e non ha negato. La portavoce Billene Seyoum ha però detto che “Addis Abeba ha la responsabilità di proteggere i suoi cittadini in ogni parte del Paese da atti di terrorismo”. E’ una conferma da parte federale?

“Non dire niente, per me, equivale a confermare”.

Quali sono le vostre condizioni per la pace, per sedervi a un tavolo con Abiy?

“Sono condizioni minime. il Tigray è sotto assedio. Il governo ha tagliato l’elettricità, le comunicazioni, l’accesso degli aiuti umanitari, nessun servizio bancario. Queste non sono condizioni. È il minimo che Addis possa fare. I bambini stanno morendo di fame. Perché queste condizioni dovrebbero essere difficili da accettare? La gente sta morendo di fame solo perché non ha accesso alle banche. Noi vogliamo la pace ma non molleremo finché questo assedio non verrà fermato”.

Lei quindi ci sta dicendo che ristabilire comunicazioni, vie di accesso e operatività delle banche, è sufficiente per trattare la pace?

“Io non mi siedo a nessun tavolo se prima non mi viene data una garazia sul ritiro di tutte le loro forze armate dal nostro territorio. Non me ne vado da Amhara o Afar se prima non mi viene assicurato che non riattaccano un’altra volta. E deve accadere in presenza di un mediatore”.

Abiy non accetta le vostre condizioni. Cosa intendete fare?

“Noi non ci fermeremo finché non ritira l’assedio. Per fermare un maniaco come lui bisogna annientare il suo esercito. Continueremo a fare in modo che le sue forze armate non rappresentino mai più una minaccia alla nostra gente”.

Nella sua dichiarazione di lunedì lei fa appello all’intervento della comunità internazionale. Da quali Paesi avete ricevuto sostegno?

“Stati Uniti, Nazioni Unite e Unione europea. Ma se loro non riescono a convincere Abiy, dovremo fare a modo nostro. Forti parole di condanna non sono sufficienti. Finora il Paese più difficile da convincere a intervenire è proprio l’Italia”.

Perché l’Italia?

“Roma sostiene Abiy Ahmed. Perché, secondo la mia opinione personale, ha paura del flusso di migranti che potrebbe riversarsi sul vostro Paese. Probabilmente pensano che se Abiy cade, i migranti triplicano. L’Italia è uno dei pochi Paesi europei, insieme a Spagna e Portogallo, che non intende forzare il premier a negoziare con noi. Questi Paesi si sono messi di traverso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu”.

Cosa dovrebbe fare secondo lei la comunità internazionale in concreto?

“Possono fermare il bazaar di armi di Abiy in Iran, Qatar e Cina. Sta sprecando i soldi pubblici per acquisire sempre più armamenti. Chiudere il bazaar sarebbe già un aiuto”.

Chi impedisce l’accesso al Tigray degli aiuti umanitari? Vi date la colpa a vicenda.

“Non siamo noi. È Abiy e il suo governo. Abiy deve capire che i bambini etiopi del Tigray stanno morendo per colpa sua”.

Fonte: Repubblica

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