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221656688 20c0bbc7 7622 4a95 86a0 0daeb245e4d2 - Il Senato conferma Burns. Alla guida della Cia, l’ex ambasciatore a Mosca

NEW YORK – Per una coincidenza molto simbolica, un ex ambasciatore americano in Russia (dal 2005 al 2008) ottiene il via libera del Senato e diventa il nuovo capo della Cia proprio mentre la tensione sale ai massimi tra le due superpotenze che si affrontarono durante la prima guerra fredda. È il 64enne William Burns l’ex diplomatico scelto da Joe Biden per dirigere la più nota (ma non l’unica) delle agenzie d’intelligence statunitensi. Altrettanto singolare della sua lunga carriera diplomatica, è il suo ultimo incarico: dopo essere andato in pensione dal Foreign Service, l’ex diplomatico era andato a dirigere il Carnegie Endowment for International Peace, uno dei più autorevoli think tank americani specializzati in analisi geopolitiche.

Nella missione affidata a quell’istituto dal mecenate che lo fondò (il capitalista dell’acciaio Andrew Carnegie le cui fonderie avevano lavorato anche per l’industria bellica) c’è la costruzione della pace mondiale. Ma Burns è chiamato alla guida della Cia in una fase di recrudescenza della tensione internazionale con le grandi rivali, Cina e Russia. La sua professionalità e competenza da ambasciatore e uomo di governo bipartisan (ha servito sotto George W. Bush e Barack Obama) gli saranno preziose per governare una riconversione politica della Cia.

C’è un consenso bipartisan a Washington su questo: come molte altre risorse militari e di intelligence, anche la Cia è stata vittima della sindrome dell’11 settembre, cioè si è concentrata in modo eccessivo sui compiti dell’antiterrorismo; in parallelo, le sue energie migliori le ha destinate alla vigilanza sui teatri del Medio Oriente. Ha perso colpi proprio per quanto riguarda la sfida con la Cina, che ora è al centro delle priorità. La missione di Burns è di focalizzare l’intelligence sulle rivali di stazza.

La conferma di Burns da parte del Senato incrocia le vicende lungo l’asse Washington-Mosca, anche perché il senatore repubblicano Ted Cruz ha insistito sulla questione del gasdotto Nord Stream 2 nelle audizioni.

Il giorno dopo l’accusa di Biden a Putin di essere “un killer”, la Casa Bianca non tenta di spegnere l’incendio. Anzi: conferma l’irrigidimento delle relazioni con Mosca; chiama a raccolta gli alleati e ottiene una prova di coesione. Infine manda un monito preciso agli alleati stessi: chi fa il doppiogioco e intrattiene relazioni pericolose (leggi: Nord Stream 2) pagherà un prezzo.

Poco dopo è arrivato un comunicato congiunto di tutti i ministri degli Esteri del G7, con una dura condanna della Russia per le sue azioni in Ucraina. Il comunicato è un elenco di accuse già note, non relative a fatti appena accaduti: la sua funzione dunque è chiara, è stato sollecitato dagli americani per dare a Putin una prova di compattezza dal fronte delle maggiori democrazie (non tutte appartenenenti alla Nato visto che nel G7 c’è il Giappone).

La Casa Bianca ha incassato un’altra prova di coesione con la dichiarazione di Josep Borrell, l’alto rappresentante Ue per la politica estera: “C’è una lunga lista di assassinii riusciti o tentati in Russia e nel caso di Navalnyj l’Ue ha imposto sanzioni. Le autorità russe hanno fatto azioni illegali in Ucraina e hanno un chiaro ruolo in conflitti nel nostro vicinato e il presidente della Federazione russa è responsabile per queste azioni russe”. Ma la solidarietà tra alleati non deve fermarsi alle dichiarazioni, secondo Biden. E così è partito un altro segnale, un avvertimento agli europei su un dossier che da molti anni divide le due sponde dell’Atlantico: il gasdotto fra la Russia e la Germania.

È il segretario di Stato Antony Blinken a mettere in guardia gli europei: “Come ha detto il presidente, Nord Stream è un cattivo affare. Lo è per la Germania, per l’Ucraina, per i nostri alleati e partner dell’Europa centrale e orientale. Il Dipartimento di Stato tiene sotto controllo le operazioni per completare il gasdotto e sta valutando le informazioni sui soggetti coinvolti. Diverse Amministrazioni Usa sono state chiare su questo, il gasdotto è un progetto geopolitico della Russia per dividere l’Europa e indebolire la sua sicurezza energetica. La normativa sulle sanzioni approvata dal Congresso nel 2019 e allargata nel 2020 ha un ampio sostegno da una maggioranza bipartisan”.

Bilnken ha ribadito così la perfetta continuità fra l’Amministrazione Biden e quella di Donald Trump sul gasdotto Nord Stream 2 e sulla determinazione con cui verranno colpite le aziende coinvolte, anche se europee. Peraltro le obiezioni americane a quel gasdotto risalgono alla presidenza Obama. Il problema è che il principale destinatario del monito, Angela Merkel, su questo punto non ha mai dato segnali di voler cedere, chiunque fosse il presidente americano a insistere su questo punto. Tra l’altro su Nord Stream 2 in Germania esiste un antico conflitto d’interessi, da quando l’ex cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder è diventato un amministratore dell’ente energetico russo.

Rapidamente la guerra fredda tra Biden e Putin coinvolge l’Unione europea, che al di là della coesione sulle sanzioni ha sempre avuto al proprio interno delle “colombe” che volevano ricucire con Mosca, per interessi economici o per calcoli geopolitici. Biden è consapevole che se gli Stati Uniti hanno un interscambio con la Russia ridotto ai minimi termini e pressoché irrilevante, la posizione europea è diversa. Ma è anche deciso a segnare una riscossa atlantica dopo gli anni in cui Trump aveva trascurato la Nato, e le incursioni russe in molti campi non avevano ricevuto risposte adeguate.    

Fonte: Repubblica

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