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DECIMOMANNU (CAGLIARI) – L’angelo custode sta in cima alle nuvole e veglia affinché nessuno si faccia male. Soprattutto in Afghanistan e in Iraq, quando la notte amplifica le minacce: nessuno lo vede ma tanti devono la vita alla sua protezione. In fondo, questa è la missione di uno degli strumenti più sofisticati dell’Aeronautica: il bimotore C-27 Jedi. Il nome rievoca i cavalieri di Star Wars e indica un acronimo complesso – Jamming and Electronic Defense Instrumentation – che in sostanza significa “guerra elettronica”, la più segreta delle sfide contemporanee. Una lotta combattuta con onde elettromagnetiche, decidendo la sorte delle battaglie senza esplodere un colpo. Nella stiva dell’aereo infatti c’è un sistema in grado di scoprire, disturbare o accecare qualsiasi frequenza: li chiamano “attacchi”, anche se vengono sparati soltanto impulsi.

I Jedi italiani sono in azione da sette anni, con un’attività mantenuta top secret. Ogni tanto sui siti web che visualizzano le rotte dei cieli ne appare uno, sempre alle prese con traiettorie misteriose: decolla da Erbil e compie giri circolari sui monti del Kurdistan. Cosa fa? Scorta dal cielo una spedizione contro i rifugi dell’Isis, accompagnando le forze irachene o quelle della coalizione internazionale. I suoi apparati captano le frequenze usate dai jihadisti e ne ostacolano le trasmissioni fino a bloccarle: così impediscono ai miliziani di comunicare, li lasciano senza possibilità di concordare le mosse. Poi nei punti critici del percorso, quelli in cui potrebbe scattare un’imboscata, letteralmente viene “spento tutto”: se i terroristi cercassero di attivare un ordigno, usando una radio o un cellulare, si troverebbero in mano un telecomando inutile. In pratica, il bombardamento elettronico li priva della loro arma più letale.

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Il sistema di guerra elettronica nella stiva 

Abbiamo assistito a una di queste operazioni nel poligono sardo del Salto di Quirra, dove i Jedi si addestrano per perfezionare le procedure in uno scenario di monti e gole molto simile all’Iraq. Nell’aeroporto di Decimomannu la missione viene pianificata con cura. Un convoglio di truppe deve raggiungere una base isolata e l’intelligence descrive il percorso, segnalando tredici punti ad alto rischio, ciascuno indicato con un nome in codice. Sono stati avvistati missili terra-aria portatili e mitragliere pesanti, quindi l’aereo non dovrà scendere sotto i cinquemila metri. Il pilota studia le condizioni meteo: “Siamo fortunati, ci sarà un tappeto di nuvole proprio sotto di noi e ci renderà totalmente invisibili”.  

A bordo c’è un equipaggio misto. Dell’aereo si occupano gli aviatori del 98° gruppo di Pisa – i “Lupi” – mentre gli specialisti del Restoge – i “Corvi” – gestiscono il sistema di guerra elettronica. Il tempo di volare fino alla costa e scatta il “buzzer on”: il sistema viene acceso per cominciare la caccia alle frequenze. Ne agganciano otto nemiche, che ovviamente si alternano al resto delle comunicazioni; per questo bisognerà continuare a tracciare solo quelle avversarie e studiarne ogni cambiamento. I piloti seguono le indicazioni dei tecnici, mantenendo il bimotore a una distanza utile per “colpire”. Tutti a bordo obbediscono alle richieste che arrivano dal campo, dove un ufficiale – in gergo Jtac – coordina l’avanzata del convoglio con “l’angelo custode”: si parla solo in inglese, come nelle spedizioni all’estero.

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La cabina di pilotaggio del C-27 Jedi 

Muoversi lungo gli sterrati è faticoso: almeno due ore per fare trentacinque chilometri, una processione sempre piena di incognite. A seconda della situazione, da terra scelgono il tipo di intervento. Chiedono di far zittire solo alcune frequenze oppure disturbarle tutte. Fino al momento più delicato, quando vengono notati movimenti sospetti o ci sono tratti critici, e allora parte lo “strike”: gli impulsi azzerano ogni comunicazione, impedendo di telecomandare le trappole esplosive. Sullo schermo questo bombardamento invisibile si trasforma in istogrammi, che ricordano le immagini di un vecchio film di fantascienza. Onde di un blu sempre più scuro si abbattono sulla linea rossa della frequenza nemica. È uno tsunami elettronico: in pochi attimi piega il segnale avversario, quindi lo travolge e spezza. Alla tastiera ci sono due ufficiali, selezionano i bersagli, ne verificano la natura e modulano l’attacco. Nonostante i computer, c’è una grande manualità: “La preferiamo agli automatismi, permette sempre di avere tutto sotto controllo”.

Per oltre un’ora il convoglio va avanti senza ostacoli. Poi all’improvviso dalle rocce aprono il fuoco contro le camionette con razzi e mitragliatori. L’attività sull’aereo diventa frenetica. I piloti spingono il C-27J più in basso: avvicinandosi al suolo, aumenterà la potenza degli impulsi. Ma anche i pericoli e per questo attivano lo schermo di autodifesa, con sensori radar che avvistano eventuali missili e sganciano cariche esplosive per ingannare le testate ad infrarosso. La simulazione è altamente realistica, pure per le donne e gli uomini del Restoge che hanno condotto decine di vere missioni: il Poligono interforze del Salto di Quirra ormai riesce a riprodurre alla perfezione le situazioni vissute al fronte. Gli ordini si accavallano, nelle cuffie si sente l’eco della battaglia, tutti però mantengono la calma. C’è un ferito e bisogna chiamare un elicottero-ambulanza, proteggendolo “elettronicamente” mentre atterra nella valle.

Quindici minuti di massima tensione. Quando torna il silenzio, a terra si concedono una pausa per mettere a posto armi e mezzi. Prima però chiedono di “giocare il jolly”: il Jedi oscura tutte le frequenze ostili, tranne una specifica. I terroristi sono costretti a usarla e non sanno che l’intelligence la sta ascoltando: un interprete sente cosa dicono e cosa stanno preparando. Parlano di una bomba piazzata pochi chilometri più avanti, dove sperano di sorprendere il convoglio già provato dall’imboscata. L’aereo si abbassa di nuovo e “spegne” l’area, mentre gli artificieri disinnescano l’ordigno. È l’ultima minaccia: la spedizione può terminare il suo viaggio senza problemi.

Come funziona il C-27 Jedi, l’aereo che spezza le comunicazioni dei miliziani. Usando una tecnologia completamente realizzata in Italia

In Afghanistan di operazioni del genere i Jedi ne hanno fatte più di quattrocento. L’equipaggio ricorda i mesi del 2014 quando gli italiani consegnarono gli avamposti all’esercito di Kabul: bisognava riportare indietro lunghe file di camion, lentissime perché zeppe di equipaggiamenti e obbligate a seguire le strade più solide. “Atterravamo, facevamo il pieno, saliva un team fresco e si ripartiva per altre sei ore”. Ci sono state anche azioni combinate contro i ponti radio montati dai talebani per trasmettere da una vallata all’altra. Il C-27J localizzava le antenne, un drone Predator le inquadrava e un jet Amx provvedeva a distruggerle con una bomba a guida laser.

Nella campagna irachena contro lo Stato islamico l’impegno è ancora più massiccio. Già 5200 le ore di volo. “Spesso anche gli americani ci chiedono di scortarli, perché hanno pochissimi mezzi del genere”, commenta un ufficiale senza nascondere l’orgoglio. Questo infatti è uno strumento totalmente italiano. L’aereo viene prodotto da Leonardo ed è considerato “la fuoriserie dei velivoli da trasporto”: porta oltre 30 tonnellate di carico ma ha l’agilità di un caccia. Hardware e software sono stati realizzati dai militari del Restoge a Pratica di Mare, in uno dei primi laboratori creati al mondo per la guerra elettronica. Lo comanda il colonnello Stefano Rigoni, per anni pilota dei Tornado che annientano le difese contraeree: un’attività in cui sono fondamentali proprio gli archivi di frequenze radar preparati dal Restoge. “Non ci siamo preoccupati di costruire un sistema destinato al mercato, ma solo di ottenere le capacità che ci servivano”, spiega il generale Alberto Rosso, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica: “Poter operare nello spettro elettromagnetico oggi è indispensabile e noi abbiamo un’eccellenza in questo campo. La definirei artigianale, nel senso migliore del termine. Speriamo di implementare con nuove risorse la disponibilità del C-27J e migliorarlo ancora: è uno strumento unico, con un costo basso e una grande flessibilità d’impiego”. Infatti è modulare: basta smontare la strumentazione speciale e in un’ora la stiva torna pronta per i voli cargo.

Tra i tanti compiti del Jedi ce n’è anche uno molto particolare: unire alla guerra elettronica quella psicologica. Dall’aereo si può infilare una voce registrata nelle trasmissioni di una stazione radio dei talebani, sostituendo alle prediche dell’odio un messaggio di pace per la popolazione. Oppure entrare nella telefonata di un cecchino dell’Isis, con frasi che gli facciano capire di essere stato smascherato. Parole spesso più efficaci di qualsiasi arma.

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Fonte: Repubblica

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