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BANGKOK – Ci sono voluti molti decenni per mettere la parola fine, anche se non ancora formalmente, al “test di verginità”, una delle pratiche più umilianti alle quali sono sottoposte le donne indonesiane che vogliono entrare nell’esercito o nelle forze di polizia dell’arcipelago a maggioranza islamica.

Con un messaggio a tutti gli ufficiali il capo dell’esercito generale Andika Perkasa ha annunciato a luglio che il controllo medico previsto dalle regole di reclutamento dovrà essere simile a quello degli uomini, ovvero una semplice valutazione della capacità dei candidati di poter prendere parte agli allenamenti fisici e in generale alla pesante routine di addestramento. La svolta riguarderà anche una norma ancora più surreale e sconcertante, l’obbligo di illibatezza finora in vigore per le stesse fidanzate che vogliono convolare a nozze con un ufficiale.

Un test “discirminatorio e degradante”

Numerose organizzazioni dei diritti umani come la Commissione nazionale sulla violenza contro le donne si erano battute per abolire l’obbligo di questo vergognoso e umiliante test fisico che non è solo irrilevante ma anche “privo di validità scientifica”, come ha stabilito l’Organizzazione mondiale della sanità nel 2014. Nello stesso anno uscì anche il primo rapporto di Human rights watch sull’entità degli abusi, e il capo della polizia diede ordine di interrompere la pratica che per qualche anno è pero’ proseguita – secondo HRW – in altre province come nel Kalimantan occidentale, mentre le associazioni degli specialisti di ginecologia non si sono mai pronunciate ufficialmente. Nel maggio 2015 anche la Commissione Europea bollo’ il test vaginale come “discriminatorio e degradante” sostenendo la battaglia dell’allora ministro della Sanità Nila Moeloek contro i controlli sulle candidate poliziotte.

La decisione dell’esercito di seguire la stessa strada delle forze dell’ordine non è stata facile per le molte reticenze e la fortissima resistenza di influenti ambienti militari, politici e religiosi ortodossi. Ma il capo dei militari ha anche precisato che l’esame delle domande di matrimonio del personale maschile dovrà d’ora in poi riguardare solo “questioni amministrative” senza vincoli alle condizioni di salute e a dettagli associati ingiustamente – anche se il generale non lo ha detto – alla “moraltà” delle fidanzate degli ufficiali.

La necessità di un provvedimento scritto

Il rappresentante indonesiano di Human rights watch Andreas Harsono ha accolto con soddisfazione le dichiarazioni del generale Perkasa ma attende ora di vedere il provvedimento scritto nero su bianco nelle nuove disposizioni per il reclutamento e il matrimonio del personale, dettaglio non secondario visti i precedenti ritardi nell’applicazione degli ordini verbali. Harsono ricorda che il test, formalmente ancora in vigore, prevede “l’inserimento di due dita nella vagina per valutare se l’imene della donna sia intatto”. A questa dolorosa umiliazione hanno detto di essere state sottoposte molte delle poliziotte, soldatesse e mogli di ufficiali intervistate negli anni da HRW, che ha anche raccolto le testimonianze di medici sia civili che militari, costretti ad eseguire controvoglia un ordine a loro giudizio irragionevole.

“Molte delle donne che abbiamo ascoltato – ha detto Harsono – hanno subito la pratica dagli anni ’70 (in piena dittatura del generale Suharno ndr), fino al 2012 e 2013. Ma una poliziotta in pensione era stata “ispezionata” con lo stesso brutale metodo già nel 1965”, ovvero durante il governo democratico di Sukarno, mentre nel paese avvenivano quotidiani massacri di anti-comunisti e anti-cinesi. HRW ha  anche ottenuto copie dei controlli sanitari richiesti ai medici militari con una sezione “Ob-gyn” dove andava indicato il risultato del test sull’imene e due caselle da barrare con scritto “Intatto/non intatto”.

A difendere la legittimità del test che è rimasto in vigore sotto lo stesso attuale presidente Joko Widodo sono stati diversi ufficiali e mufti islamici secondo i quali il test misura “la personalità e la mentalità della persona” che dovrebbe “proteggere la nazione”. Un ex capo della polizia nazionale, Moechgiyarto, si spinse a dire che “le donne devono essere all’altezza di elevati standard morali”. “Se una candidata risultasse essere una prostituta – disse in un’intervista – come potremmo accettarla per il lavoro?”.

Una mentalità dura a morire

Ma i paradossi moralistici associati al culto della verginità nel grande arcipelago di 250 milioni di abitanti non riguardano solo soldatesse, poliziotte e future consorti. Nel 2010 il Consiglio regionale di Jambi raccomandò di condurre un test di verginità per le studentesse di scuole medie e licei, seguito tre anni dopo dall’Agenzia per l’Educazione di Prabumulih, a Sumatra occidentale, e nel 2015 dal Consiglio regionale di Jember. Nel dicembre del 2019 una ginnasta indonesiana di East Java venne eliminata dalla selezione di atleti per i Giochi del sud-est asiatico nelle Filippine solo per le voci fatte circolare sulla sua verginità, scatenando le proteste di attivisti indonesiani e organizzazioni per i diritti delle donne.

Che una certa mentalità sia dura a morire lo ha ribadito ancora Andreas Harsono di Hrw, secondo il quale le forze armate indonesiane dovrebbero non solo far seguire subito alle parole un provvedimento scritto, ma anche riconoscere che attraverso i test di verginità si è verificata una “violenza di genere”. Solo una trasformazione dell’attitudine culturale verso il mondo femminile puo’ creare – ha detto – “un modello per le generazioni future”.

Fonte: Repubblica

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