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Amirhossein Moradi,  Saeed Tamjidi e Mohammad Rajabi hanno poco più di 20 anni. Sono in carcere in Iran dallo scorso novembre e ieri la Corte suprema ha confermato per loro la condanna a morte. Le accuse: “vandalismo” e “atti di guerra” contro il regime perché, durante le proteste scoppiate in decine di città iraniane lo scorso autunno contro l’aumento del prezzo del carburante, avrebbero assaltato un distributore di benzina e passato le immagini delle manifestazioni ai giornali internazionali.

Amnesty ha definito il processo a loro carico ingiusto e gli avvocati dei tre ragazzi hanno scritto una lettera pubblica per denunciare che le confessioni sono state estorte loro con la violenza. Il caso ha scatenato un’ondata di proteste sui social media iraniani contro l’esecuzione dei tre manifestanti e contro la pena di morte a cui l’Iran fa ricorso come nessun altro Paese al mondo, fatta eccezione per la Cina. L’anno scorso le esecuzioni sono state almeno 251, dice Amnesty. Da 24 ore in cima alle tendenze di Twitter c’è l’ hashtag in persiano “Non giustiziateli”, alla campagna per fermare l’esecuzione si sono unite migliaia di persone, dentro e fuori dall’Iran, cittadini comuni e personaggi noti come il regista premio Oscar Asghar Farhadi o il calciatore Hossein Mahini, difensore molto amato del Persepolis e della nazionale iraniana.

La fashion blogger Mojgan Rezaei, che su Instagram ha più di 200mila follower,  ha scritto: “Ogni vita umana è preziosa. #DontExecute”, a lei si è affiancata anche l’attrice Taraneh Alidoosti e su Twitter si è fatta sentire anche l’ex parlamentare Parvaneh Salahshouri, che dopo le proteste di novembre fece un discorso durissimo all’Assemblea iraniana accusando il regime di non ascoltare le esigenze della popolazione stremata dalla crisi economica e denunciando la repressione. Salahshouri promise che non si sarebbe più candidata. Più di 5 milioni di tweet per fermare le esecuzioni

La campagna online ha unito tantissime persone di provenienze diverse. Amir Rashidi, che è un ricercatore digitale iraniano e studia l’attivismo online da diversi anni, ci dice che non ha mai visto niente di simile. “Le persone in Iran normalmente hanno paura di partecipare a campagne online perché ci sono innumerevoli casi di cittadini che sono stati arrestati per un tweet. Questa volta sembra che non si stiano curando del rischio: stanno chiedendo a gran voce, come una sola voce, di fermare le esecuzioni. Davvero notevole”.

In passato ci sono state altre campagne digitali molto partecipate, in occasione per esempio dei negoziati sul nucleare o per la liberazione di prigionieri politici, “Ma a questo genere di mobilitazioni le persone comuni di solito non partecipano”, ci spiega Rashidi, “sono soprattutto attivisti, giornalisti difensori di diritti umani a farsene carico. Questa volta invece la campagna è partita dagli iraniani e da dentro l’Iran”.

La reazione cyber del regime
L’hashtag “non giustiziateli” ha ricevuto più di 5 milioni di tweet, dice Rashidi. La pressione social è tale che le squadre cyber del regime hanno cominciato subito la contropropaganda con l’hashtag “giustiziateli”. Martedì pomeriggio, secondo i dati di Netblocks, ci sono state diverse interferenze e interruzioni nella connessione internet in Iran, e molti si sono preoccupati: durante le proteste a novembre il governo lo spense per quasi sei giorni, tenendo il Paese isolato dalla rete globale pur di non far uscire informazioni.

Alle proteste di novembre, che furono concentrate soprattutto nelle province e nelle zone rurali e a cui parteciparono in massa giovani disoccupati e ceti popolari stremati dalla crisi economica, il governo iraniano rispose con la mano durissima. Le organizzazioni per i diritti umani parlano di almeno 500 morti, secondo la Reuters furono addirittura 1.500. Le manifestazioni furono le più imponenti da anni, con episodi anche violenti contro uffici governativi, e coinvolsero una fetta di popolazione più conservatrice e restia a scendere in piazza, in buona parte la base elettorale e di consenso del regime.

Il rischio è che la rabbia riesploda. La situazione economica in Iran è molto difficile, il rial ha perso più del 30% del suo valore dall’inizio dell’anno, le sanzioni americane hanno ridotto al minimo le esportazioni di petrolio e i cittadini accusano il governo di corruzione e inefficienza. Il presidente Rouhani ha dovuto riaprire prima del tempo le città – dopo aver introdotto misure di confinamento per il Covid già molto blande – perché l’economia del Paese non può permettersi nuovi stop. Nei palazzi del potere si teme una nuova ondata di proteste, e anche una campagna online può funzionare da miccia. Le esecuzioni di tre ventenni sono un messaggio molto chiaro per chiunque pensasse di tornare di nuovo in strada a protestare.  
 

Fonte: Repubblica

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