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105914307 b113b174 e347 44f3 a980 87f555fcf4cf - Ischgl, l'inferno dei contagi sulle Alpi austriache, pronta a riaprire tra le polemiche

BERLINO – È l’Ibiza delle Alpi, il rifugio invernale di migliaia di nordeuropei in cerca di baccanali da après ski e e notti folli. Ma nella prima ondata da coronavirus, l’austriaca Ischgl si è trasformata nel più micidiale hot spot europeo. Gli ebbri happy hour si sono trasformati all’inizio di marzo in un inferno di infetti che hanno diffuso il virus in mezzo continente. Dopo gli eccessi nei bar tirolesi, migliaia di turisti tedeschi, islandesi, scandinavi o inglesi sono tornati a casa col Covid nei polmoni.  

Le conseguenze sono state apocalittiche: la “Superspread location”, come l’ha definita uno studio pubblicato a maggio dall’Istituto dell’economia mondiale di Kiel (Kieler Weltwirtschaftsinstitut), sarebbe stata responsabile del 48% delle infezioni in Germania, di un terzo di quelle in Danimarca, di un sesto di quelle svedesi e del 40% dei contagiati in Austria. Il giudizio direttore dell’Istituto, Gabriel Felbermayr è tranchant: “Le lente reazioni alle infezioni da coronavirus a Ischgl sono state fatali”. Il problema non sarebbero tanto le piste, ma “il turismo da party”; il più redditizio, a Ischgl, quello che attira ogni anno migliaia di turisti dal Nordeuropa.

Il 5 marzo è stata l’Islanda il primo Paese a dichiarare la località sciistica del Tirolo “a rischio”, ma solo il 13 marzo il cancelliere Sebastian Kurz ha deciso di chiudere Ischgl. Il lockdown effettivo è arrivato soltanto il giorno dopo. E l’annuncio di Kurz ha scatenato disordinate fughe di massa che hanno ulteriormente accelerato i contagi. Pochi si sono attenuti alla quarantena: la stragrande maggioranza dei turisti, presi dal panico, sono scappati dalle Alpi in pullman stracolmi, neanche un quarto avrebbe compilato i formulari richiesti dalle autorità locali per facilitare il tracciamento.

A settembre sono partite le prime quattro cause, presentate al tribunale di Vienna. L’associazione a tutela dei consumatori VSV guidata da Peter Kolba ha raccolto 6.000 richieste di risarcimenti provenienti da 45 Paesi diversi, tutte riconducibili a Ischgl. Tra di essi ci sarebbero i familiari di 32 morti da coronavirus che si erano contagiati nella località tirolese. Nel frattempo sono partite anche le prime indagini penali. La Procura di Innsbruck ha aperto un fascicolo, e secondo indiscrezioni gli indagati sarebbero quattro, tra cui il sindaco di Ischgl, Werner Kurz. L’accusa, quella di aver messo in pericolo vite umane esponendole al contagio.

E adesso? Nonostante il disastro conclamato di marzo, Ischgl potrebbe riaprire la stagione il 17 dicembre, e non, come previsto, il 26 novembre. A metà dicembre dovrebbero riaprire anche le altre località sciistiche in Austria. Solo il popolare après-ski sarà vietato, e ovunque varrà l’obbligo delle mascherine e il distanziamento. Ma a giudicare dai primi avvii di stagione nelle scorse settimane – subito abortiti a causa dell’aggravarsi della pandemia – molti turisti non sembrano aver imparato la lezione di Ischgl. A inizio novembre le immagini di folle accalcate davanti agli skilift sul ghiacciaio del Kaunertal hanno scatenato un’ondata di indignazione. Ma nessuno sembra averne tratto le dovute conseguenze. 

Fonte: Repubblica

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