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164633664 acf97a62 0b78 43fe 885c 3c84ec6956dd - Israele, i coloni ultras contro la polizia: le proteste infiammano la Cisgiordania

GERUSALEMME – Una donna israeliana è stata ferita gravemente oggi pomeriggio in un attentato nei pressi dell’insediamento Nevè Tzuf in Cisgiordania, colpita alla testa da delle pietre lanciate verso l’auto in cui si trovava con due bambini, rimasti illesi. È stata ricoverata in ospedale in condizioni gravi, mentre l’esercito ha avviato un’operazione nell’adiacente villaggio palestinese Dir Nizam, in cerca dei colpevoli. La donna, Rivka Teitel, è la moglie di Jack Teitel, noto come il “terrorista ebreo”, condannato nel 2013 a due ergastoli e altri 30 anni di carcere per l’omicidio di due palestinesi e per una serie di azioni di incitamento all’odio. Non è ancora noto se si tratti di una coincidenza o di un atto premeditato.

L’attentato avviene in un momento di alta tensione in Cisgiordania caratterizzato anche da un’ondata di proteste violente di parte del movimento dei coloni contro la polizia israeliana, innescatasi lo scorso 21 dicembre con la morte di Ahuvia Sandak, un sedicenne rimasto ucciso in un incidente stradale durante un inseguimento della polizia in Cisgiordania. Ieri sera, nel corso di una manifestazione a Gerusalemme, l’undicesima in meno di due settimane, sono scoppiati pesanti scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine, con sette poliziotti rimasti feriti e venti arresti principalmente tra i “giovani delle colline”, come sono denominati gli ultrà del movimento degli insediamenti ebraici.

Durante l’ondata di proteste degli ultimi giorni, si sono registrati numerosi attacchi violenti anche contro passanti arabi a Gerusalemme e in Cisgiordania, con auto prese d’assalto e proprietà private palestinesi danneggiate da gruppi di giovani estremisti ebrei. I manifestanti protestano contro quello che definiscono un uso sproporzionato della forza nei loro confronti da parte della polizia, di cui le circostanze che hanno portato alla morte di Sandak rappresentano la punta dell’iceberg.

Secondo la ricostruzione della polizia, la volante era giunta nell’area di Kohav Hashahar, un insediamento illegale tra le colline brulle che si riversano nella Valle del Giordano, a seguito di una chiamata per il lancio di pietre contro auto palestinesi. La volante si è messa all’inseguimento dell’auto su cui viaggiavano Sandak e altri quattro giovani (dei quali solo due maggiorenni), dopo che questi non avevano rispettato l’ordine di fermarsi per verificare il loro coinvolgimento nel lancio di pietre. L’auto si sarebbe ribaltata a causa dell’alta velocità a cui viaggiava in una strada stretta e tortuosa. Secondo i ragazzi invece, la polizia avrebbe speronato la loro macchina.

Il giorno dell’inseguimento finito in tragedia era stato scoperto nel nord della Cisgiordania il corpo di Esther Horgan, 52 anni, madre di sei figli, trovata in una foresta con il cranio fracassato, crimine per cui la settimana scorsa è stato arrestato un presunto colpevole palestinese nei pressi di Jenin. Secondo alcune ricostruzioni, i giovani erano diretti in un villaggio palestinese per compiere atti vandalici in segno di vendetta.

La polizia ha avviato un’indagine interna, ma secondo le indiscrezioni, i quattro poliziotti indagati non saranno inquisiti. Mentre la procura si accinge a rinviare a giudizio i quattro giovani coloni con l’accusa di lancio di pietre e omicidio colposo per chi era al volante.

I manifestanti, appoggiati anche da alcuni parlamentari di destra, chiedono l’apertura di una indagine indipendente, ma soprattutto, con l’ondata di proteste in corso, mirano a fare chiudere l’unità della polizia che si occupa dei crimini dei coloni, nel cui ambito operava la volante coinvolta nell’incidente. Si tratta di un’unità istituita nel 2013 per prevenire e contrastare i crimini dei fautori del cosiddetto price tag, “il prezzo da pagare”, ossia la pratica di sfregiare e arrecare danni a luoghi di culto nei villaggi arabi, che negli anni è sfociata anche in episodi di estrema violenza come l’incendio della casa della famiglia Dawabsheh nel villaggio di Dura nel 2015, in cui persero la vita tre persone tra cui un bambino di un anno e mezzo e per cui pochi mesi fa è stato condannato all’ergastolo il ventiseienne Amiram Ben-Uliel.

La campagna per la chiusura dell’unità speciale è partita proprio nel 2015 a seguito dell’accusa di violenza esercitata dallo Shin Bet durante l’interrogatorio di Ben-Uliel. Lo Shin Bet, l’agenzia di intelligente interna che si occupa notoriamente di perseguire i crimini palestinesi nei Territori, ha aperto anch’essa un’unità dedicata ai crimini compiuti dai coloni estremisti (nota come “il dipartimento ebraico”, che è stata l’oggetto della miniserie tv “Our Boys” prodotta da HBO).

Il capitano Shlomi Michael, che ha diretto le indagini sul crimine di Dura nel 2015, in un’intervista al quotidiano Haaretz venerdì ha detto che non è pensabile chiudere questa unità e che “agli estremisti dobbiamo dire senza esitazione che anche noi amiamo questa terra non meno di loro, ma di fronte a qualsiasi crimine non esiteremo ad agire”.

Sempre ieri, a Gerusalemme si è svolta, per la ventottesima settimana di fila, la manifestazione dei movimenti “Crime Minister” e “Black Flag” che chiedono le dimissioni del premier Netanyahu per il processo che lo vede imputato per frode, abuso di potere e corruzione. Anche su quel fronte si sono registrati scontri con le forze dell’ordine che hanno portato al fermo di quattro manifestanti. I manifestanti hanno denunciato più volte l’uso sproporzionato della forza da parte della polizia e il clima di ostilità nei loro confronti da parte di attivisti di destra, che ha portato ad alcuni episodi di violenza nel corso dei mesi della protesta, tra cui nella notte di giovedì il tentativo di dare fuoco al tendone che funge da quartier generale dei manifestanti, appena fuori dalla residenza di Netanyahu. Per il tentativo di incendio, nel weekend è stato arrestato un minorenne.

Fonte: Repubblica

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