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094206395 58971e78 f1c1 42a5 8b83 fa939bd10fc8 - Israele-Iran, il giallo della famiglia Ofer e i rischi del fronte marittimo

TEL AVIV. La guerra delle ombre che Israele e Iran conducono ormai apertamente anche sul fronte marittimo ha superato la settimana scorsa una linea rossa facendo le prime due vittime con l’attacco alla petroliera Mercer Street attribuito a Teheran. La nave, di proprietà giapponese, è gestita dalla compagnia Zodiac Maritime, con sede a Londra, del miliardario israeliano Eyal Ofer.

Yossi Melman, l’editorialista di punta di Haaretz per le questioni di intelligence, ricordava ieri come il nome della famiglia Ofer, una delle più facoltose d’Israele, fosse già emerso in passato nel contesto iraniano. Nel 2011, gli Ofer erano stati al centro di uno scandalo quando era emerso che la Tanker Pacific, una sussidiaria del gruppo con sede a Singapore, tra il 2004 e il 2010 aveva attraccato almeno sette petroliere in un porto iraniano. Tanto che il Dipartimento di Stato Usa aveva inserito la società madre, la Ofer Holdings Group Ltd., nella blacklist per aver raggirato le sanzioni all’Iran, per l’inasprimento delle quali l’allora premier Benjamin Netanyahu si batteva incessantemente.

Dopo sei mesi, il Dipartimento di Stato eliminò l’onta dal nome dell’influente famiglia e con essa la Ofer Holding Group dalla lista nera, citando ulteriori verifiche che indicavano che nel ramificato impero degli Ofer, non si poteva condurre a una responsabilità diretta della casa madre. Come è possibile che una società di proprietà israeliana facesse business con l’Iran è una domanda a cui in pochi ancora oggi sanno – o forse meglio, vogliono – rispondere. Una legge che vieta il commercio con i Paesi nemici, con implicazioni penali, è in vigore sin dal periodo mandatario, ma nel 2011 l’Iran non compariva neppure nell’elenco dei Paesi nemici, aggiornato ad hoc dopo lo scandalo.

“Ci sono cose su cui il silenzio è opportuno. Non c’è bisogno di criticare la famiglia Ofer”, aveva risposto l’allora capo del Mossad Meir Dagan interrogato da Melman sulla vicenda. Il che dà la misura del fatto che la guerra delle ombre sia passata in qualche modo anche dalle stive dei mercantili Ofer e forse da quelli di altre navi con partecipazione israeliana (un altro nome emerso è quello dell’uomo di affari Rami Ungar), che, secondo alcuni resoconti, potrebbero aver dato qualche input all’intelligence dello Stato ebraico. Ad ogni modo, secondo diversi analisti israeliani, sembra che il fronte marittimo nel confronto con l’Iran possa aver esaurito il suo potenziale, e che i rischi superino ormai i benefici. Specie da quando è uscito allo scoperto.

Dopo alcune misteriose esplosioni su mercantili al largo del Golfo dell’Oman, il Wall Street Journal a marzo aveva riportato che almeno da due anni è in corso una guerra navale fatta di sabotaggi reciproci. Gli israeliani hanno preso di mira una dozzina di petroliere di proprietà iraniana dirette in Siria, causando perdite per miliardi di dollari ai danni dei pasdaran e dell’alleato Hezbollah. Gli iraniani attaccano navi che spesso hanno una connessione solo indiretta con gli interessi nazionali israeliani, come nel caso della Mercer Street. E quanto emerso finora, potrebbe essere solo la punta dell’iceberg.

“Operativamente, le azioni attribuite a Israele sono state eccezionali. Ma se facciamo una valutazione strategica, le considerazioni devono essere diverse”. A parlare con Repubblica è il professore Shaul Chorev, che dirige il Centro per la Strategia Marittima e il Centro Studi Iraniani e Golfo Persico presso l’Università di Haifa, con un passato da vice-comandante della marina militare. Chorev mette in guardia sulle possibili conseguenze del protrarsi del fronte navale, che “non è il teatro di guerra naturale per Israele. Gli iraniani hanno identificato la nostra vulnerabilità nel difendere le navi in acque lontane”.

Israele non possiede una flotta commerciale, mentre la maggior parte del suo import-export avviene via mare e al 96% si basa su compagnie straniere. Delle 6,400 navi che attraccano nei porti israeliani, solo il 4% è di proprietà israeliana. L’escalation, anche solo con un aumento dei costi assicurativi richiesti da Paesi terzi, potrebbe incidere direttamente sull’economia israeliana. “Il fronte marittimo non è sostenibile nel lungo termine per Israele se non vengono intrapresi dei passi concreti, soprattutto dopo che con gli Accordi di Abramo sono aumentati gli interessi israeliani ben più lontano da dove stazionano le basi della marina israeliana”, dice Chorev.

Israele e gli Emirati hanno firmato un accordo per il trasporto di petrolio attraverso una rete di infrastrutture che collegherà le coste emiratine al Mediterraneo, passando per il Mar Rosso. “Israele deve potenziare la propria capacità di difendere i suoi interessi in quelle aree, in primis attraverso la cooperazione con la Quinta Flotta e cercando nuove alleanze, come con la CTF-150”, la task force marittima multinazionale stazionata in Bahrein, di cui anche l’Italia fa parte. “Questo non è il teatro di guerra naturale per Israele – dice Chorev – e il prezzo che rischia di pagare è molto alto”.

Fonte: Repubblica

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