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la banda dei criminali in divisa e lombra di unalleanza con i clan - La banda dei criminali in divisa e l’ombra di un’alleanza con i clan

E’ una delle vicende più gravi della storia della Repubblica quella che riguarda la caserma “Levante” di via Caccialupo a Piacenza. Guardo le foto di questi carabinieri coinvolti nell’inchiesta, si atteggiano come rapper con cartamoneta in mano, vedo le immagini dei torturati. Leggo le accuse gravissime, le violenze e i pestaggi che hanno perpetrato certi dell’impunità (momentanea) data dalla divisa; leggo dei ricatti, delle estorsioni, dello spaccio di hashish ed erba. Leggendo in fila le carte delle inchieste degli ultimi anni l’Italia ne esce come un Narco-Stato. Vivo tra carabinieri da quasi 14 anni e quindi sento di dover urlare agli arrestati e indagati Giuseppe Montella, Salvatore Cappellano, Angelo Esposito, Giacomo Falanga, Daniele Spagnolo, Marco Orlando, Stefano Bezzeccheri: NON SIETE CARABINIERI. Se le accuse saranno confermate, vorrà dire che questi individui non solo hanno tradito il giuramento fatto alla Repubblica, ma hanno sputato, stuprato, violato ogni donna e uomo (più di centomila militari) che, decidendo d’essere carabiniere, raccoglie su di sé una scelta di vita complicata e di responsabilità. Hanno delegittimato la fiducia dei cittadini nell’Arma. Di tutto questo dovranno rispondere, e non solo dei loro crimini gravissimi.

Leggo le carte dell’inchiesta e trovo che nelle telefonate i carabinieri infedeli fanno rifermento a Gomorra. «Hai presente Gomorra? Tu devi vedere gli schiaffoni che gli ha dato». Secondo le accuse, l’appuntato Montella, che sembra essere il capo di quello che viene in queste ore chiamato “il clan dei carabinieri” va insieme ad un collega in una concessionaria e, per farsi vendere un’auto a un prezzo molto basso, i due militari iniziano a pestare il gestore e gli fanno notare di essere armati: «Figa, sono entrato attrezzato, uno si è pisciato addosso, nel senso proprio pisciato addosso (…) L’altro mi ha risposto e l’ho fracassato». Gomorra diventa lo specchio in cui si riflettono, addirittura il potere che vorrebbero raggiungere. Gomorra è divenuta nel tempo l’altro volto della vita: esistono le cose e poi esistono le cose come si fanno in Gomorra. La serie tv diventa lo spazio dove rivedono non solo le dinamiche in cui operano ma ambiscono a diventare esattamente ciò che dovrebbero contrastare, prova finale che chiunque pensasse che in Gomorra si trattava di una esagerata descrizione della realtà non conosceva la realtà.

La storia di Piacenza apre delle riflessioni: la prima, la legalizzazione delle droghe leggere. Legalizzare è l’unica strada per fermare un traffico infinito su cui si fonda il segmento iniziale di ogni — e ripeto, ogni — gruppo criminale. Fermare il traffico delle droghe leggere è facile, basta legalizzare. Legalizzare significa bloccare sul nascere molti gruppi criminali che non riuscirebbero a fare il salto di qualità verso il traffico di cocaina e su altri tipi di attività criminali senza partire dallo spaccio di hashish e marijuana.

La seconda questione, l’immigrazione. Nella caserma di Piacenza si muovono certi che essere violenti con gli immigrati non porterà nessun danno, anzi. Sanno che un immigrato (ancor più se con precedenti penali) non avrebbe possibilità di essere creduto se dovesse denunciare torture. L’idea che arrestare significhi risolvere, eradicare il problema — errore cavalcato dai populismi — ci porta alla terza questione: i superiori.
Come riuscivano a nascondere quanto facevano questi carabinieri? Le voci delle loro violenze circolavano da tempo in città, le loro auto di lusso erano chiaramente incompatibili con i loro stipendi. Perché la loro condotta veniva tollerata? Semplice, “il clan dei carabinieri” si tutelava con il numero elevato di arresti. Portavano risultati quantificabili, e questo serve a fare carriera e serve alla politica per fare facile comunicazione. Chi totalizza più arresti è il migliore e viene in qualche modo “protetto”. Il maggiore Stefano Bezzeccheri, comandante della compagnia di Piacenza, chiede all’appuntato Montella di fare più arresti, e i magistrati scrivono nell’ordinanza: «In presenza di risultati in termini di arresti, gli ufficiali di grado superiore erano disposti a chiudere un occhio sulle intemperanze e sulle irregolarità compiute dai loro sottoposti».

Quando arriva in caserma il nuovo maresciallo, rimane sconvolto da quello che vede e confessa al padre: «Se lo possono permettere perché portano i risultati, portano un sacco di arresti l’anno. Ma perché? Perché hanno i ganci…». Ecco uno degli elementi che dovrebbe immediatamente mutare in tutte le forze dell’ordine. Bisogna smetterla di pensare che sbandierare arresti significhi professionalità e capacità. Fare multe non significa che si sta gestendo bene una città, così arrestare a tappeto (immigrati, disperati, nella maggior parte dei casi) non significa che si stia davvero tenendo in sicurezza un territorio. La differenza non la fa il numero di arresti, ma la qualità degli interventi, le modalità, le inchieste che si portano a compimento per mutare la situazione.

La quarta questione: la ?drangheta. Ciò su cui non si è posta abbastanza attenzione è che è difficile credere che si possa costruire un’organizzazione come hanno fatto questi carabinieri infedeli senza l’alleanza e l’accordo con le ?drine. Loro stessi cercano (arrestano e pestano a sangue) uno spacciatore che mette sul mercato erba a minor prezzo rischiando di distruggergli la piazza, cosa che farebbero anche le cosche con loro. C’è stato certamente un accordo ma per ora non sono accusati di associazione mafiosa. Piacenza è terra con forte presenza di ?drangheta: ricorderete nel giugno 2019 l’arresto per ?drangheta di Giuseppe Caruso, il presidente del Consiglio comunale di Piacenza (in quota Fratelli d’Italia) è pensabile che li abbiano lasciati fare i clan? I carabinieri della “Levante”, quasi tutti di origine campana e calabrese, hanno un legame strettissimo con gli spacciatori Daniele Giardino e i suoi fratelli (Simone e Alex): è lì la pista che ci porta dritti alle organizzazioni criminali calabresi e alla mediazione con loro. Il patto tra crimine organizzato e carabinieri infedeli è la parte più oscura e che merita approfondimento di questa incredibile storia.
 

Fonte: Repubblica

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