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San Giuseppe Jato – Manca l’aria quando si entra nella stanzetta con il letto arrugginito. Giuseppe Di Matteo, il figlio quindicenne del pentito Mario Santo, lo tenevano rinchiuso qui, nel sotterraneo di un vecchio casolare immerso nella vallata di contrada Giambascio. Non c’è una finestra. Un tempo, non c’era neanche una porta: il boss Giovanni Brusca aveva fatto costruire un montacarichi per arrivare alla prigione bunker. L’11 gennaio di 25 anni fa, il pavimento si abbassò. I carcerieri afferrarono il bambino disteso sul letto. «Non ci fu bisogno di stringerlo molto mentre lo strangolavamo – ha detto Giuseppe Monticciolo, che dopo l’arresto ha iniziato a collaborare con la giustizia – non ci fu bisogno di stringerlo perché tanto non si difendeva, non aveva più la forza di fiatare, si andava accasciando piano piano». Enzo Brusca, il fratello di Giovanni, controllò che il cuoricino di Giuseppe non battesse più. E infilarono il corpo dentro un bidone pieno di acido. Erano passati 779 giorni dal momento del sequestro ordinato dai vertici di Cosa nostra per far ritrattare il padre di Giuseppe, il primo pentito ad aver svelato i segreti della strage Falcone.

La cella, il letto e la botola. L’inferno del piccolo Giuseppe Di Matteo

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Nella prigione di Giuseppe gli operai hanno scavato una porta nel muro. E ora entra il sole. «Un luogo di morte è diventato simbolo del riscatto contro la mafia», dice Salvatore Graziano, il commissario del Comune di San Giuseppe Jato. La prigione, ormai bene confiscato ai Busca, è diventata il “Giardino della memoria”. «Grazie ai 150 mila euro donati dalla mamma e dal fratello del piccolo Di Matteo è stato possibile realizzare un’importante ristrutturazione – spiega il commissario – è stato fatto un appalto, i lavori sono ormai completati». Per la famiglia del bambino, è il luogo dove deporre un fiore. «Sarà anche il luogo dove potere organizzare tante iniziative per i giovani, grazie al sostegno di Libera», dice ancora Salvatore Graziano. Intanto, gli operai e gli impiegati del Comune stanno sistemando le ultime cose in vista del momento di ricordo organizzato per domani.

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Giuseppe Di Matteo 

Telefoniamo al papà di Giuseppe, che vive in una località segreta. Dice: «Non ci sono parole per definire quello che la mafia ha fatto a mio figlio. Sono peggio delle bestie. Ma, alla fine, ha vinto Giuseppe, perché al processo sono stati inflitti cento ergastoli. E oggi la mafia è col culo per terra». Solo uno dei boss condannati non ha scontato neanche un giorno di carcere, è il superlatitante Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993. «Secondo me vive all’interno di una famiglia – dice Santino Di Matteo – l’ho detto agli inquirenti – e secondo me si trova nel suo territorio». Cos’è rimasto della Cosa nostra delle stragi?

«L’omertà è stata sconfitta – risponde l’uomo che un tempo era un mafioso di Altofonte, oggi aiuta un sacerdote nell’assistenza delle persone più bisognose – ormai i mafiosi che provano a riorganizzarsi vengono arrestati nel giro di poco tempo grazie a indagini sempre più incisive. Ma bisogna stare comunque attenti. Ai magistrati ho detto pure di fare molta attenzione alla famiglia Madonia di Palermo e a tutte le persone che ruotano attorno. Sono molti pericolosi».

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Santino Di Matteo chiede di poter vedere la casa dove uccisero Giuseppe. Gli mandiamo alcune foto per Whats app. «Figlio mio, che inferno avrà vissuto». E ricorda l’ultima volta che lo sentì. «Una mattina telefonai, mi raccontò che sarebbe andato al maneggio, aveva una grande passione per i cavalli. Gli dissi di stare attento, ma era solo un bambino, che ne sapeva di certe cose». Giuseppe lo rapirono in un maneggio di Piana degli Albanesi. Era il pomeriggio del 23 novembre 1993. «Gli raccontammo che eravamo della Dia e che lo avremmo portato dal padre», ha spiegato Salvatore Grigoli, anche lui diventato un collaboratore di giustizia dopo l’arresto. Ma presto Giuseppe capì di essere stato rapito. La prima prigione fu a Lascari, in provincia di Palermo: «Quella notte venne tenuto legato e non smetteva di piangere», ha aggiunto Grigoli.

Nei 25 mesi di prigionia, il bambino venne trasferito più volte. Da Palermo, ad Agrigento, a Trapani. Una notte lo portarono da Purgatorio a San Giuseppe Jato. «Con le mani legate da un nastro, infilato dentro al portabagagli di un’auto», ha raccontato Monticciolo. Quando si diffuse la notizia del rapimento, Santino Di Matteo fuggì dalla località protetta in cui si trovava sotto scorta per tornare in Sicilia. Oggi dice: «Quale genitore non sarebbe corso a cercare il figlio. Anche la procura di Palermo e le forze dell’ordine hanno fatto di tutto, non smetterò di dire grazie ai magistrati Alfonso Sabella e Franco Lo Voi».

Ora, gli operai hanno terminato i lavori al Giardino della memoria. E c’è un gran silenzio nel casolare. Uno dei carcerieri, Enzo Chiodo, ha raccontato che portava dei fumetti a Giuseppe. Chissà quante storie avrà immaginato per provare a sopravvivere. Storie e sogni che sono rimasti fra queste mura.

Fonte: Repubblica

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