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PECHINO – Sanzioni e contro sanzioni. In una sfida dove rispondere è d’obbligo, pena apparire deboli agli occhi dell’avversario, la Cina prende provvedimenti contro quattro politici americani. Occhio per occhio: la scorsa settimana era stata la Casa Bianca a sanzionare quattro funzionari comunisti, giudicati responsabili della repressione della minoranza musulmana nello Xinjiang. Oggi Pechino risponde con sanzioni su altrettanti tra parlamentari e funzionari Usa, tra i più attivi nel promuovere iniziative contro la Cina, in tema di diritti umani e non solo.

I parlamentari presi di mira da Pechino sono tutti repubblicani, i senatori Marco Rubio e Ted Cruz e il deputato Chris Smith. Repubblicano anche l’ultimo politico colpito, cioè Sam Brownback, nominato da Trump nel 2018 ambasciatore internazionale per la libertà religiosa, alla guida dell’omonimo ufficio presso il Dipartimento di Stato.

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Chris Smith e Sam Brownback

Rubio, Cruz e Smith sono tra i membri del Congresso Usa più esplicitamente nel criticare Pechino e negli ultimi mesi hanno promosso una serie di norme con l’obiettivo di contrastare l’influenza cinese negli Stati Uniti, punire le presunte violazioni dei diritti umani o le presunte bugie nella gestione dell’epidemia di coronavirus.

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I funzionari sanzionati la scorsa settimana da Washington invece sono o sono stati tutti impegnati nello Xinjiang, la provincia dove Pechino, in nome della battaglia contro il terrorismo, ha intrapreso una campagna di rieducazione della minoranza uigura di fede musulmana. Secondo la Cina è una campagna volontaria, secondo diversi osservatori si basa sulla detenzione coatta dei musulmani e sulla sistematica violazione dei loro diritti. Il più importante tra i funzionari puniti da Washington è l’architetto della stretta e capo del Partito comunista nella provincia Chen Quanguo. È la prima volta che gli Stati Uniti sanzionano un membro del Politburo, il massimo organo decisionale del Partito.

Le mosse sono soprattutto simboliche. Le sanzioni americane prevedono il congelamento delle proprietà finanziarie dei funzionari colpiti e delle loro famiglie e il divieto di ingresso in territorio americano. Oggi Pechino non ha spiegato in che cosa consisteranno le sue, ma dovrebbero essere simili. Non risulta però che gli esponenti del Partito comunista coinvolti posseggono proprietà o conti negli Stati Uniti, né che i politici americani abbaino interessi in Cina.

A lungo Donald Trump ha scelto di non allargare la sfida con Pechino al tema dei diritti umani, preferendo piuttosto trattare sul commercio e poi salvaguardare il relativo accordo. Ma la pressione del Congresso e le mosse cinesi, come la nuova legge sulla sicurezza introdotta ad Hong Kong, stanno spingendo la Casa Bianca ad agire. Per ora affondi e ritorsioni sono blandi, ma non è detto che rimangano così, specie nel caso di vittoria del democratico Joe Biden alle prossime elezioni.      
 

Fonte: Repubblica

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