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PECHINO –  “Novantanove yuan, può cantare per un’ora. La stanza è la 208: corridoio, destra, sinistra e poi ancora destra. Non può sbagliarsi”. Mica detto. Qui al Melody Ktv di Chaoyang, Pechino Est, uno dei più grandi karaoke della capitale, di stanze ce ne sono almeno 80. Di tutte le dimensioni. Pronte, dalle 11 di mattina all’alba del giorno dopo, ad accogliere intere famiglie, ragazzi in libera uscita la sera, colleghi di lavoro, gruppi di simpatiche sessantenni agghindate a festa. Tutti qui a cantare seguendo le parole sullo schermo, passatempo preferito dei cinesi, separati da pareti insonorizzate per stare lontano da occhi – e orecchie – indiscreti. Dentro, divani in pelle nera, tv da 40 pollici, due grandi casse, luci stroboscopiche, microfoni da coprire con delle spugnette colorate per evitare di sputacchiarci sopra (siamo pur sempre nel mezzo di una pandemia) e un grande schermo touch dove scegliere le canzoni. Quelle, almeno, che ancora si possono cantare.

Sì perché ora il ministero della Cultura sta preparando un giro di vite – il terzo negli ultimi dieci anni – proprio sulle canzoni “ammesse” nei karaoke. Il Partito vuole soltanto testi “sani”, che “promuovano energia positiva”. E mette al bando – secondo quanto scritto nella bozza del documento che sta preparando – quelli che “danneggiano l’unità nazionale, la sovranità e che incitano all’odio etnico”. Un indice delle canzoni proibite che tocca pure quelle dove si parla di sesso, droga e comportamenti “immorali”.

La nuova blacklist non c’è ancora, ma è facile capire dove si andrà a parare. Tra le hit non più disponibili (37 quelle cancellate nel 2011, salite a 120 nel 2015 fino alle 149 dello scorso anno) c’è quella “Boundless oceans, vast skies” della band di Hong Kong Beyond, inno delle proteste nel 2014 durante la rivoluzione degli ombrelli: “Perdonami, ma non posso rinunciare al mio amore per la libertà”. Ritornello vietatissimo. E poi “I love taiwanese girls” del rapper Mc Hot Dog (“Non mi piacciono le ragazze cinesi, preferisco quelle taiwanesi”). Ancora disponibili ma in pericolo, il padre del rock cinese, Cui Jian, e la sua “Nothing to my name” cantata dagli studenti nei giorni precedenti la strage di Tiananmen. Anzi, “l’incidente”, come si chiama qui. A rischio perfino l’Internazionale, ma in versione heavy metal dei Tang Dynasty.

“Non ne so nulla”, dice forse in buona fede Yu, cameriere assunto da pochi giorni. Più difficile credere alla manager, Li Hua: “Non ci hanno detto niente, noi mettiamo a disposizione le canzoni fornite da una società, la LeiShi”. Peccato che, contattati, il telefono squilli a vuoto per ore. Lin, 45 anni, oggi a cantare ci ha portato tutta la famiglia. “Ho trovato tutte le canzoni che cercavo. Ho sentito della lista e sono d’accordo: è quello che un buon governo dovrebbe fare”. “Dagli spettacoli dei comici fino ai videogiochi, questa è soltanto l’ultima mossa del Partito per estendere ancora di più il suo controllo su tutto”, spiega a Repubblica Angeli Datt, analista di Freedom House. “Sotto Xi il Partito ha spinto la censura in aree nuove, opprimendo la vita culturale e sociale. Sintomo di nervosismo per un dissenso interno che cresce”.

Fonte: Repubblica

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