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BRUXELLES – La corsa è aperta. Lo start è partito il mese scorso. Dopo l’addio degli Usa all’Afghanistan e la successiva nascita dell’alleanza Aukus con Gran Bretagna e Australia. Queste due crisi dentro il Patto Atlantico hanno posto il tema del futuro della Nato. E quindi anche della selezione per scegliere il nuovo Segretario Generale che scadrà il prossimo anno. La stagione del norvegese Jens Stoltenberg, infatti, è ormai finita. Proprio quelle due vicende hanno posto fine alle ambizioni di una riconferma. E sono proprio gli Stati Uniti a muovere i primi passi, del tutto informali, per capire chi possa essere il successore.

Nelle interlocuzioni ufficiose che si sono svolte nelle ultime settimane, Washington ha fatto conoscere alcune delle sue preferenze. Si tratta di criteri che poi si tramutano in nomi. La prima richiesta è che la scelta cada su un ex premier. Negli ultimi anni la nomina ha sempre riguardato candidati che avevano ricoperto il ruolo di capo di governo. Per gli States resta un parametro per assicurare un profilo alto. Il secondo è che sia donna. Non un’indicazione perentoria, ma di certo una predilezione. Dinanzi ai suggerimenti americani, ci sono le risposte degli alleati. In particolare quelli europei, scossi da quel che è accaduto tra agosto e settembre.

E allora il primo quesito che viene posto è diretto e semplice: va scelto dentro l’Unione europea o fuori dall’Unione europea? Gli Usa non chiudono alle istanze dell’Ue. Anzi, molti fanno notare che questo potrebbe essere il turno per un Paese del Sud Europa. In sostanza, l’Italia. E allora se si accoglie il primo requisito – quello degli ex premier – l’attenzione ricade su quattro nomi: Paolo Gentiloni, Matteo Renzi, Enrico Letta e Mario Monti. Quest’ultimo è già impegnato con un importante incarico Onu e ha un profilo da economista. Letta è alle prese con un mandato politico – segretario Pd – che lo allontana. Gli incarichi extrapolitici di Renzi, soprattutto quello recente con un’azienda russa, rappresentano una difficoltà. Resta Gentiloni che però è commissario europeo.

Ma la domanda di Bruxelles resta: dentro l’Ue o fuori dall’Ue? Perché la Gran Bretagna insiste per iscriversi alla gara con l’ex premier Theresa May (che quindi andrebbe incontro alla preferenza per una donna). Per Boris Johnson sarebbe il modo per compensare l’immagine internazionale dopo l’uscita della Brexit. Ma l’impegno inglese nell’Indo-Pacifico è un ostacolo. Aukus sposta l’asse a est e rende Londra inaccettabile, in particolare per Parigi. La Francia, dopo lo schiaffo dei sommergibili australiani non accetterà mai un esponente inglese.

L'”opzione B” degli States punterebbe su un Paese dell’Est europeo. La Casa Bianca, ad esempio, è rimasta molto colpita dalla posizione intransigente assunta dalla Lituania in difesa di Taiwan e quindi contro la Cina. Su quell’area del Vecchio Continente, allora, le attenzioni si concentrano su due donne: la presidente uscente dell’Estonia, Kersti Kaljulaid, e sulla presidente della Croazia, Kolinda Grabar Kitarovic. Sarebbe un modo per confermare il ruolo di difesa della Nato rispetto all’aggressività della Russia. Il maggiore incubo per gli alleati dell’Europa orientale. Tra i Paesi membri del Patto, però, in diversi giudicano prematura una scelta del genere e sufficiente la vicesegreteria generale già affidata a un esponente di quell’area, il rumeno Mircea Geoana.

In questa potenziale impasse, allora, c’è un nome che metterebbe a tacere i dubbi e accoglierebbe le istanze di tutti. Una donna, di un Paese dell’Ue e attenta alle esigenze dell’Europa orientale: Angela Merkel. Se lei fosse d’accordo, basterebbe probabilmente una parola.

 

Fonte: Repubblica

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