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Dopo una lunga pausa, i talebani hanno ripreso a negoziare nomine a posizioni governative con elementi esterni al movimento, nell’intento di rendere il governo dell’Emirato più “inclusivo”. Il fallimento dell’Emirato nell’ottenere i finanziamenti necessari al fine di far ripartire l’economia e la macchina dello Stato ha portato il Paese sull’orlo dell’abisso, ora che l’inverno è alle porte.

Nelle prime settimane al potere, i tentativi guidati dal Mullah Baradar di formare un governo di coalizione si sono incagliati sull’opposizione degli Haqqani. Dopo la formazione del governo temporaneo il 7 settembre, i talebani hanno fatto timidi tentativi di incorporare alcuni elementi esterni in posizioni relativamente junior, quali vice ministri, capi di dipartimento e cosí via. Nel complesso, comunque, l’immagine monolitica del governo non è stata scalfitta. Per due mesi i talebani si sono sentiti ripetere da tutti, e specie dai Paesi della regione, che il loro governo deve diventare più “inclusivo”, ovvero più in linea con la composizione etnica e sociale del Paese. La formula dell'”inclusività” si adatta bene ai bisogni dei Paesi della regione, nessuno dei quali è un campione della democrazia e della rappresentanza. Dopo lunghe deliberazioni, i leader dei talebani hanno ora finalmente raggiunto un consenso sulla necessità di allargare la base del governo. Tutti sono d’accordo sul fatto che un disastro umanitario delegittimerebbe completamente l’Emirato. Al tempo stesso, non si parla di un ritorno alla linea originaria di Baradar, la formazione di una coalizione con alcuni dei vecchi partiti e gruppi del vecchio regime. Molti talebani si oppongono ancora al riciclaggio dei vecchi politici e comunque la credibilità della vecchia classe politica quali partner si è molto erosa. Tra i nuovi dirigenti domina l’impressione che i vecchi partner negoziali ormai rappresentino molto poco e non valga la pena di creare divisioni interne per coinvolgerli con l’Emirato.

Il consenso recentemente raggiunto pertanto riguarda l’incorporazione di un numero sostanzialmente maggiore di elementi esterni, sia tecnocrati con competenze specifiche, che rappresentanti delle diverse comunità etniche e religiose. Non sembra invece che si parli di nominare delle donne a posizioni di responsabilità. Per convincere gli osservatori esterni che l’Emirato si sta muovendo verso un governo etnicamente bilanciato, due vice ministri non-pashtun verrebbero nominati: un tajiko, probabilmente membro dei talebani, e un hazara. In quest’ultimo caso si tratterebbe verosimilmente di un esterno, visto che ci sono molto pochi hazara e tajiki.

La vera novità è che anche gli Haqqani sono d’accordo sulla necessità della svolta. Questi sviluppi non sono confermati solamente da fonti interne ai talebani, ma anche da fonti esterne. Una delegazione di notabili hazara è stata invitata a Kabul nei giorni scorsi al fine di discutere possibili nomine. Un diplomatico di uno dei Paesi della regione ha indicato che i talebani hanno discusso con le diplomazie regionali i loro intenti in considerevole dettaglio.

Secondo le fonti interne ai talebani, le nuove nomine sarebbero quasi pronte ma rimane un grosso ostacolo da superare, vale a dire il nome del nuovo primo ministro. La vecchia guardia di Kandahar insiste a volere Baradar in quella posizione, anche perché sarebbe il candidato ideale per migliorare i rapporti con i Paesi occidentali. Il capo degli Haqqani Serajuddin, invece, ha posto il suo veto alla nomina di Baradar e insiste che il primo ministro dovrebbe essere qualcuno di neutrale tra i due contendenti, come il primo ministro attuale Hasan. Questa diatriba sta ritardando la svolta dei talebani.

Ci sono anche altri segnali che i talebani sono determinati a rendersi accettabili almeno a livello regionale. I diplomatici dell’Emirato hanno cominciato a propagare la decisione presa recentemente di ridurre sostanzialmente la dimensione delle forze armate, al fine di sottolineare il carattere ‘mite’ del nuovo regime, che non rappresenta una minaccia per i paesi confinanti. Si parla almeno di un dimezzamento dell’esercito rispetto a quello della ormai defunta repubblica islamica. I talebani stanno anche segnalando la loro ambizione di reintegrarsi a livello regionale e la mancanza di qualsiasi intenzione aggressiva con l’adozione di un modello di esercito piuttosto convenzionale. Invece di seguire il modello che avevano adottato negli ultimi anni della loro campagna insurrezionale, ispirato dalle Guardie delle Rivoluzione del vicino Iran,  hanno concentrato i loro sforzi nel riciclaggio dei mezzi ereditati dal vecchio esercito nazionale, che saranno abbastanza costosi da mantenere operativi, ma assai probabilmente di utilità assai limitata anche per operazioni anti-insurrezionali.

Rimane da vedere se la svolta sarà sufficiente a sbloccare la situazione, specie con gli americani che vedono la presenza degli Haqqani nel governo col fumo negli occhi.

Fonte: Repubblica

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