Condividi:
214346853 f775b47b 8ef7 4454 acfb dbff43ea81eb - La donna che cambiò pelle agli emoji derubata da Apple

NEW YORK – Aveva creato una app perché comunicando via emoji tutti potessero sentirsi più inclusi. E invece, ad essere esclusa è stata proprio lei, dopo che Apple le ha soffiato l’idea. Almeno così sostiene Katrina Parrott, ex ingegnera afroamericana della Nasa che vive e lavora in Texas, ideatrice, appunto, della app iDiversicons. Nata per permettere a sua figlia di “esprimersi meglio” usando le faccine che tanto piacciono ai ragazzi, sì, ma che riproducessero il colore della sua pelle. Insomma, Parrott rivendica di essere stata lei a inventare gli emoticon capaci di cambiano colore in base alla scelta epidermica del fruitore. E al Washington Post ricorda come proprio quell’anno venne invitata nel campus di Cupertino per presentare il progetto. Ricevuta con tutti gli onori, lodata e incoraggiata a sviluppare la app e metterla in vendita, appunto, sull’Apple Store. Le cose iniziavano appena ad andar bene, quando, dopo pochi mesi, tutti i suoi sforzi vennero annullati, dalla comparsa, sugli iPhone degli emoji in dotazione gratuita capaci di “cambiar pelle”.

E per lei neanche un grazie, figuriamoci un riconoscimento. Nonostante quella beffa l’avesse lasciata con un buco da 200mila dollari, le spese affrontate per sviluppare e commercializzare la sua app. Proprio per questo oggi Katrina chiede giustizia: e trascina il colosso digitale in tribunale, accusandolo di infrazione di copyright. Una causa, lo sa, ben complicata. Gli avvocati di Cupertino, infatti, già si difendono: “non abbiamo copiato i disegni, ovvio, su quelli c’è il copyright. Abbiamo solo sviluppato ulteriormente un’idea, una pratica perfettamente legale”. 

Il Washington Post nota che l’esclusione della donna che paradossalmente si batteva per un più alto grado di inclusione, rispecchia un vecchio e noto problema razziale interno a quell’azienda. Apple, infatti, secondo dati da lei stessa forniti, impiega personale prevalentemente bianco o asiatico. I numeri pubblicati sul suo sito web nel 2018 (gli ultimi resi pubblici)  rivelano la presenza di un manager afroamericano ogni 123 alti dirigenti. E fra i 10mila responsabili di primo e medio livello dell’azienda, gli afroamericani sono meno di 300. Questo, nonostante l’azienda si pubblicizzi come vero agente di cambiamento sociale, impegnata a combattere le ineguaglianze razziali nelle politiche aziendali americane, tanto da aver investito 100 milioni di dollari in un progetto di giustizia e ed uguaglianza che fra le tante iniziative finanzia una scuola nella periferia di Detroit dove si offrono lezioni di programmazione gratuite per iPhone.  

Fonte: Repubblica

Condividi:

Di

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Su questo sito Web utilizziamo strumenti di prima o di terzi che memorizzano piccoli file (cookie) sul dispositivo. I cookie vengono normalmente utilizzati per consentire al sito di funzionare correttamente (cookie tecnici), per generare report di navigazione (cookie statistici) e per pubblicizzare adeguatamente i nostri servizi /prodotti (cookie di profilazione). Possiamo utilizzare direttamente i cookie tecnici, ma hai il diritto di scegliere se abilitare o meno i cookie statistici e di profilazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore. Cookie policy