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LONDRA. Alla luce dell’allarmante report dell’Ipcc – il Gruppo intergovernativo dell’Onu sul cambiamento climatico – di oggi sull’assoluta urgenza di limitare le emissioni e spingere il più lontano possibile il raggiungimento dell’aumento di 1,5 gradi della temperatura terrestre, come si stanno comportando i singoli Paesi nella battaglia contro il cambiamento climatico? E stanno rispettando gli impegni degli accordi del precedente vertice Onu sul clima di Parigi? 

Ci sono nazioni che hanno fatto bene (come Regno Unito ed Unione Europea), altre peggio (Australia, India), altre che si sono rimesse in marcia (Stati Uniti), e chi potrebbe fare molto di più (Cina, Russia). Nel complesso una speranza: prima che a Regno Unito e Italia venisse affidato il timone del cruciale vertice della Cop26 (la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) di Glasgow (nel 2019), solo il 30% delle economie del mondo si erano impegnate al raggiungimento dell’obiettivo di zero emissioni nei prossimi decenni. Oggi è il 70%. Ecco, dunque, lo stato dell’arte di questo snodo vitale per il futuro del pianeta.

Regno Unito

È forse il Paese più all’avanguardia nonostante un passato molto inquinante e, insieme all’Italia, deve dare l’esempio in quanto organizzatore della Cop26 il prossimo autunno. Del resto, già l’anno scorso Boris Johnson – suo padre Stanley e sua moglie Carrie sono fervidi ambientalisti – aveva parlato di “rivoluzione industriale verde” lanciando il pacchetto di nuove norme e obiettivi climatici tracciati dal suo governo. I risultati sinora sono buoni e le promesse ambiziose: 68% delle emissioni tagliate entro il 2030 (rispetto ai livelli degli anni Novanta), il 78% entro il 2035, e zero emissioni entro il 2050. Quando era ancora in Ue, Londra si era impegnata a ridurre entro il 2020 le emissioni del 16%, rispetto agli anni Novanta: è già arrivata al 45%. Non solo: nel Regno Unito sarà vietata la vendita di auto a diesel e benzina entro il 2030 e Johnson ha annunciato che il Paese diventerà “l’Arabia Saudita del vento”. Insomma, il Regno Unito è un ottimo esempio, ma non basterà, se non sarà seguito da altri, perché il Paese britannico già oggi produce solo il 2% delle emissioni globali, rispetto al 28% della Cina e al 14,5% degli Stati Uniti.

Stati Uniti

A proposito degli Usa. Il nuovo presidente Joe Biden ha radicalmente cambiato l’atteggiamento americano dopo il clamoroso abbandono degli accordi di Parigi da parte della precedente amministrazione di Donald Trump. Oltre all’obiettivo di zero emissioni entro il 2050, Biden qualche mese fa ha annunciato di voler ridurre del 50-52% le emissioni americane di diossido di carbonio entro il 2030, raddoppiando l’impegno di Parigi con un nuovo Ndc, ossia quei documenti quinquennali che descrivono gli sforzi compiuti per ridurre le emissioni da ciascuno dei 196 Paesi sottoscrittori di quell’accordo. Secondo un’analisi di Climate Action Tracker, però, gli Stati Uniti dovrebbero tagliare le emissioni ancora di più, del 57-63% entro il 2030, se vogliono raggiungere il “net zero” entro il 2050. Inoltre, il presidente americano ha annunciato un pacchetto di 2mila miliardi per il passaggio all’energia pulita. Secondo l’indice Climate Change Performance Index (CCPI), al momento l’ultimo posto in classifica è proprio degli Stati Uniti (19,75) per la pessima performance sulle emissioni e sulle rinnovabili, eredità del regno pro-carbone di Trump.

Cina

È il maggior produttore di emissioni nel mondo davanti agli Stati Uniti, dunque un suo impegno contro il climate change è vitale per l’intero pianeta. Quattro mesi fa il presidente Xi Jinping si è impegnato a raggiungere l’obiettivo di zero emissioni entro il 2060, dieci anni dopo il resto dei Paesi maggiormente industrializzati. Comunque un grande e inedito passo per Pechino, che ha spesso considerato le richieste di riduzione del diossido di carbonio come un tentativo di limitare la sua crescita economica. Ora anche la Cina sembra però essersi convinta, anche se si propone di “ripulire” la sua produzione di energia limitando l’intensità delle emissioni (di almeno il 60-65%), più che tranciarle del tutto. Così, il piano è quello di arrivare al picco di CO2 entro il 2030, per poi scendere gradualmente. Troppo poco per molti attivisti. Alla fine del 2017, Pechino aveva tagliato le emissioni del 46% (per ogni punto di Pil) rispetto ai livelli del 2005. Tuttavia, dopo il crollo di CO2 durante i lockdown del Covid, nel maggio 2020 le emissioni sono state superiori del 5-7% rispetto allo stesso mese dell’anno prima. Insomma, lo scenario cinese è complesso, con speranze ma anche ombre. 

Unione Europea

Come ricorda la Bbc, l’Ue rappresenta un quinto dell’economia mondiale e con il 9% è il terzo blocco per emissioni nel mondo dopo la Cina e gli Usa. Detto questo, sinora l’Europa ha mantenuto decisamente gli impegni presi alla Cop di Parigi: aveva promesso di tagliare i gas serra del 20% entro il 2020 (rispetto ai valori del 1990) e già nel 2018 è arrivata a quota 23,2%. Il prossimo obiettivo è del 40% entro il 2030, ma secondo diverse associazioni ambientaliste si dovrebbe fare molto di più, come arrivare al 60% del taglio di emissioni di Co2 entro il 2030. Invece, dopo l’annuncio del cosiddetto “Green Deal” lo scorso autunno, l’Ue si è impegnata per un 55% in meno di gas serra entro quella data e per zero emissioni entro il 2050, come del resto avevano previsto gli accordi di Parigi. I Paesi dell’est ex sovietici sono i più restii a misure già drastiche e rapide verso la conversione in energia pulita.

Australia

È uno dei Paesi più esposti al climate change (vedi i devastanti incendi dell’anno scorso) ma anche uno di quelli più inquinanti: produce il 3,6% di emissioni globali, quasi il doppio del Regno Unito e il quadruplo degli Stati Uniti in rapporto alla popolazione. Non solo: l’Australia è anche uno dei più riluttanti a impegnarsi per un taglio deciso di emissioni entro termini stabiliti, oltre a essere uno dei più grandi esportatori di carbone e combustibili fossili globali. Infine, Canberra è uno dei pochi Paesi/governi che non ha ancora messo nero su bianco una data chiara per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni. Eppure la chiede il 78% degli australiani, secondo un ultimo sondaggio del Lowy Institute. L’Australia è anche uno dei pochi Paesi che non stanno rispettando gli accordi di Parigi: Canberra si era impegnata per una riduzione del 26-28% delle emissioni entro il 2030 (rispetto ai livelli del 2005), ma di questo passo potrebbe non arrivare al 17%. Anche per questo il primo ministro Scott Morrison è nel mirino delle critiche degli ambientalisti e di molti comuni cittadini. 

India 

È il terzo singolo Paese che genera più emissioni nel mondo (7,2%) dopo Cina e Stati Uniti e dunque le sue azioni contro il climate change sono assolutamente necessarie. Il primo ministro Narenda Modi è sempre stato piuttosto vago sugli impegni del “Net zero”. Tuttavia lo scorso aprile ha raggiunto un’intesa con gli Stati Uniti, la “U.S.-India Climate and Clean Energy Agenda 2030 Partnership”, impegnandosi per l’installazione di centrali per una capacità di 450 gigawatt di energia rinnovabile entro il 2030. Delhi, inoltre, sottolinea che sta rispettando gli impegni degli accordi di Parigi. Anzi sostiene di raggiungere l’obiettivo della riduzione del 33-35% di emissioni di gas serra (rispetto al proprio Pil e ai valori del 2005) prima del 2030 precedentemente stabilito. 

Russia

È un’altra grossa incognita. Vladimir Putin ha dichiarato di voler “ridurre drasticamente le emissioni nei prossimi tre decenni” ma senza dare deadline specifiche. L’unica di queste, è la riduzione del 30% delle emissioni del 1990 entro il 2030, è un obiettivo facile considerata la deindustrializzazione del Paese dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica. Ruslan Edelgeriyev, l’inviato per il clima di Mosca, lo scorso maggio in un’intervista alla Reuters ha messo in guardia tutti riguardo obiettivi ambientali frenetici che potrebbero rivelarsi “irragionevoli”.

Fonte: Repubblica

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