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A fine agosto Israele aveva 10mila contagi al giorno, più che a gennaio, all’alba della campagna vaccinale. In quel momento è arrivato uno studio che ha suscitato allarme. Le persone vaccinate a gennaio e febbraio avevano una probabilità del 53% superiore di infettarsi rispetto a chi aveva ricevuto le iniezioni a marzo e aprile. Poteva sembrare che fosse arrivato il giorno tanto temuto: quello in cui avremmo visto l’efficacia dei vaccini svanire. Dopo soli 9 mesi dall’arrivo delle prime fiale (in Israele la campagna è iniziata il 20 dicembre 2020), un po’ di delusione era comprensibile. Israele si è affrettata ad avviare il terzo ciclo di somministrazioni. Anche l’Italia ha dato il via libera alla terza dose, ma solo a categorie ben precise, con il via libera dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) atteso a breve. A fine settembre l’ulteriore iniezione è prevista per circa 3 milioni di immunodepressi. A dicembre toccherà alle persone sopra agli 80 anni e a gennaio-febbraio agli operatori sanitari.

Alle statistiche israeliane si sono aggiunte negli ultimi giorni quelle americane e inglesi, non troppo dissimili, accompagnate anche lì da un forte aumento dei contagi: 160mila al giorno negli Usa, quasi 40mila nel Regno Unito. Numeri da ondata pre-vaccini per quanto riguarda le infezioni, ma con una percentuale di morti grandemente ridotta. I dati raccolti a New York infatti, riportati in un articolo sul sito di Science, confermano che le curve dei vaccinati che si contagiano sono molto differenti dalle curve di chi poi si ammala gravemente. Nonostante il grosso aumento dei casi, il rischio di ricovero fra i vaccinati resta basso, e non aumenta col passare del tempo: meno 95% rispetto ai non vaccinati. Israele conferma il dato: meno 85% tra gli over 50. La Gran Bretagna calcola una protezione del 96% nei confronti dell’ospedalizzazione.

In Italia segnali evidenti di un calo di efficacia dei vaccini non si notano. La fondazione Gimbe calcola che sono aumentati gli operatori sanitari contagiati (questa categoria era stata immunizzata per prima, a partire dal 27 dicembre, e oggi è quasi al 98% di copertura): 2.553 a luglio e 2.460 ad agosto, dai 20mila di dicembre 2020. In tarda primavera erano calati fino a 265 in un mese. Ma Gimbe stessa ammette che potrebbe essere l’effetto dell’aumento dei casi nella popolazione generale. Un focolaio di 6 persone (5 vaccinate) si è registrato all’ospedale di Trento. Una decina le persone contagiate al Sant’Eugenio di Roma, quasi tutte vaccinate, 15 in una Rsa, del cosentino, anche loro  immunizzate. Ma la bella notizia è che nessuno di loro ha sintomi che non siano lievi.

Cosa succede veramente, allora, i vaccini stanno perdendo di efficacia? Di fronte alla variante Delta, arrivata in Europa a giugno, sicuramente sì. Di fronte al passare del tempo, probabilmente ancora no. Che i vaccini, messi a punto con il ceppo del coronavirus di Wuhan, non fossero perfetti di fronte alla variante arrivata dall’India, era prevedibile. Una ricerca su Nature all’inizio della settimana ha dimostrato che gli anticorpi dei contagiati guariti hanno un’efficacia ridotta di 5,7 volte rispetto al virus di Wuhan. Per gli anticorpi dei vaccinati la riduzione di efficacia è di 8 volte.

E poi c’è il fattore tempo. Anche lui gioca a sfavore della protezione. Ma qui le nostre conoscenze sono più frammentarie. “Gli anticorpi non sono eterni. Certo che stiamo vedendo una riduzione” spiega Andrea Mengarelli, responsabile dell’unità di ematologia del Regina Elena, l’ospedale oncologico di Roma. “Il loro numero si dimezza approssimativamente in tre mesi. Nei nostri pazienti, a causa dei tumori o di alcuni trattamenti, il sistema immunitario è meno efficiente. Già in partenza i livelli non erano alti. Oggi siamo scesi a valori che, per quelle che sono le nostre conoscenze, potrebbero essere insufficienti a prevenire un’infezione”. Nel caso delle persone fragili, dunque, la terza dose sembra molto importante.

Anche nei sani si vede un calo degli anticorpi nel tempo. “Ma questa osservazione non ci dice molto, né ci preoccupa” conferma Andrea Cossarizza, immunologo all’università di Modena e Reggio Emilia. “Più importante sarebbe osservare come si comportano i linfociti specifici, che comprendono le cellule della memoria immunitaria”. Sono loro a determinare il vero valore della durata di un vaccino. “Ma mentre gli anticorpi li misuri con un test del sangue, per una accurata valutazione dell’immunità bisognerebbe fare un prelievo di cellule nei linfonodi o nella milza. Che è ovviamente infattibile, ecco perché le informazioni che abbiamo non sono conclusive”. Il fatto che ora tra gli infetti si vedano anche i vaccinati della prima ora, secondo Cossarizza, “può essere spiegato sia perché la priorità fu data a persone molto anziane e fragili, che difficilmente montano una risposta immunitaria robusta, sia perché avendo vaccinato un grandissimo numero di persone, il numero di quelli che rispondono male al vaccino (stimato intorno al 5%) sale in modo proporzionale. Va però ricordato che, a differenza di chi non si è immunizzato, chi ha ricevuto le iniezioni non ha un decorso severo”.

Fonte: Repubblica

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