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ROMA — Il boato dei caccia squarcia il cielo di Roma. Le Frecce Tricolori fanno le prove per celebrare il trattato del Quirinale. Su Palazzo Chigi, intanto, diluvia. Mario Draghi ed Emmanuel Macron si ritrovano a sera. Limano i contorni di un progetto politico a cui lavorano da mesi. Un patto che va ben oltre i dodici articoli dell’intesa. Vogliono condizionare l’Europa del dopo Merkel, sfruttando la presidenza francese dell’Unione che comincia a gennaio 2022. Cambiare nel profondo il Patto di stabilità. Consolidare la strada del debito comune. E impedire che dopo il Covid si torni alle cattive abitudini rigoriste del passato.

La leggenda narra che tutto abbia avuto inizio a fine febbraio, pochi giorni dopo l’insediamento dell’ex banchiere centrale a Palazzo Chigi. Da allora, il rito si ripete uguale a se stesso: uno dei due alza il telefono, senza preavviso. L’altro risponde. Senza mediazione dei diplomatici, vittime collaterali di un’amicizia ormai solida. Semmai, facendo leva anche sulla consuetudine tra il premier e il consigliere ombra di Macron, Alain Minc. I colloqui si intensificano tra marzo e aprile, ma il profilo resta basso: il francese non vuole dare la sensazione di prepararsi a nuovi equilibri in vista dell’addio della Cancelliera, compagna di battaglie e di bevute dopo ogni Consiglio europeo. Poi, il 25 maggio, la svolta. In una saletta dell’hotel Amigo, a due passi dalla Gran Place di Bruxelles.

È lì, davanti a due tazze di espresso, che si decide di accelerare il percorso del trattato del Quirinale. Le due diplomazie ci lavorano da più di tre anni. Sei saggi – e per l’Italia il sottosegretario Enzo Amendola – fissano principi che celebrano una partnership politica e strategica, senza tracce della minaccia neocoloniale francese su Roma denunciata da Giorgia Meloni. Un progetto, tra l’altro, sopravvissuto alla sbandata per i gilet gialli di Luigi Di Maio, al richiamo in patria dell’ambasciatore francese, all’antieuropeismo strutturale di Matteo Salvini.

I due leader si incontrano di nuovo a margine del Consiglio europeo di giugno. Poi il 2 settembre in un cena a Marsiglia. Faccia a faccia, senza altri commensali. E poi a ottobre per il G20, nella Capitale. Quindi all’Eliseo, a novembre. Discutono di difesa comune, un dossier che fa capolino anche nel trattato. L’asse franco-tedesco sul fronte militare è ormai mitigato dalle novità, Italia e Spagna allargano il gioco. Ci ha lavorato Lorenzo Guerini, rilanciando il cosiddetto “Pesco4”. Resta ovviamente la competizione commerciale. La stessa che porta Roma a mantenere una forte cooperazione industriale con Stati Uniti e Gran Bretagna.

Ma c’è molto altro, a consolidare la coppia europeista. Il rebus libico, in particolare, dopo anni di guerriglia diplomatica e sgambetti sul campo. Non tanto o non solo per una conversione generosa all’unità europea nel teatro nordafricano, quanto piuttosto per una pragmatica presa d’atto: mentre Roma e Parigi si davano battaglia, russi e turchi si sono impadroniti del timone della crisi. La svolta, intanto, comincia a mostrare i primi frutti anche in Sahel.

C’è un trattato da firmare, a questo punto. Draghi e Macron si ritrovano faccia a faccia, a poche ore dal cda decisivo di Tim sull’offerta del fondo americano Kkr, che potrebbe estromettere la francese Vivendi. Entrambi promettono neutralità, ma dovrebbero discuterne in queste ore per evitare ricadute sui rispettivi interessi strategici nazionali. Il cuore del processo di cooperazione, però, è altrove, sul ring di Bruxelles. E guarda più a Est, verso Berlino.

Il nuovo patto di governo tedesco finisce inevitabilmente al centro dei colloqui romani. Draghi, Macron e le due diplomazie sembrano sollevati, perché il testo firmato in Germania lascia margini per ragionare in Europa di nuove regole di bilancio, nonostante i liberali in coalizione. Da ministro delle Finanze, d’altra parte, Olaf Scholz non ha mai inseguito i falchi del Nord. La sfida è raggiungere nel 2022 un compromesso. E immaginare un nuovo Patto di stabilità. Per non ingessare gli investimenti per la crescita e difendere il principio del debito comune europeo.

Europa, europeismo sovrano e integrazione, certo. Ma senza mai dimenticare le ambizioni personali. «Draghi è un degno erede dei padri fondatori dell’Unione», disse ammirato nel 2019 il francese parlando del banchiere centrale. Giocano di sponda, alimentano la comune passione presidenzialista. E costruiscono il proprio futuro. L’ambizione di Macron, tra pochi mesi in gara per la rielezione, è farsi capofila dei nuovi equilibri continentali. Provando a farli coincidere con i progetti di Draghi, che mai ha escluso la voglia di Quirinale, ma che potrebbe scegliere di giocare un’altra partita, tutta di governo. Prima in Italia, fino al 2023. E poi europea, al vertice dell’Unione. Dal 2024, con il sostegno di Parigi.

Fonte: Repubblica

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