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Il lungo corteo funebre si snoda sui costoni delle montagne. Ci sono vecchi e bambini, giovani e donne. Facce tristi, sguardi fieri, poche lacrime, molta rabbia che le note melanconiche di una banda si spengono nel dolore. Tutti conoscevano 16 delle 19 vittime uccise e bruciate nei cassoni di due pick-up trovati nei campi dello Stato messicano di Tamáulipas, 20 chilometri dal confine con il Texas. Erano nati e cresciuti a Comitancillo, un pugno di case arrampicate sull’altipiano del Guatemala, nella regione di San Marcos, tra le più povere del paese centroamericano.

A metà del gennaio scorso sono partiti diretti a nord, hanno attraversato il Messico lungo la dorsale del Golfo ma sono finiti in una trappola quando già pensavano ai parenti che li aspettavano dall’altra parte del confine e a come sarebbe stata la loro nuova vita. Gli altri tre migranti erano messicani, aggregati durante il percorso. Tutti avevano sborsato anche 12 mila dollari. Una fortuna se si pensa che a Comitancillo se ne guadagnano 7 per 8 ore di duro lavoro.

Ci avevano pensato i parenti, mettendo mano ai risparmi di una vita, indebitandosi, ipotecando case e piccoli negozi. Ma lo avevano fatto volentieri. Aiutavano figli e nipoti a sfuggire dalla povertà. L’alternativa era possibile. Ci provavano in tanti e molti avevano realizzato il grande sogno.

Come Edgar López, 50 anni, il più vecchio in mezzo a tanti ragazzi poco più che ventenni. Li rassicurava durante il viaggio. Per distrarli dall’angoscia e imprimere coraggio raccontava loro come era la vita negli States, a cosa bisognava fare attenzione, quali posti evitare, come mettersi in regola, come studiare, dove cercare lavoro. Questo meccanico, pastore civile volontario della chiesa di Carthage, nel Mississipi, sapeva di che parlava. Per vent’anni aveva vissuto nella piccola cittadina americana, diventata il cuore dell’immigrazione maya, come responsabile tecnico della catena di macellazione in una fabbrica di polli, una delle tante che punteggiano quella regione. Nell’agosto del 2019 c’è un’incursione degli agenti dell’Immigrazione e López viene arrestato. Ha un ruolo da dirigente, ha pagato sempre le tasse, ha i documenti in regola. Ma era già stato espulso vent’anni prima, è recidivo. La legge è implacabile: va deportato.

Torna a Comitancillo ma non resiste alla solitudine. Pensa alla moglie, ai figli nel frattempo nati in America, a loro volta sposati, che sono rimasti negli Usa con i nipoti. Vuole raggiungerli. Si imbarca con gli altri. Vengono stipatati prima su un autobus, poi su due furgoni, quindi cambiano ancora mezzo e alla fine saltano su due fuoristrada. Cambiano anche i “coyote”, i mercanti di esseri umani. Ognuno vuole la sua tariffa. Il gruppo protesta, debolmente. Ha già pagato.

Ma anche la legge della strada è implacabile. Il Messico è diviso in territori e ogni Cartello che li domina impone la sua tassa di passaggio. Chi non paga viene sequestrato. Lo trattengono fino a quando qualcuno provvede al posto loro. Ma da casa, a cui si rivolgono molti con voce tremante, rispondono che non ci sono più soldi. Non si sa chi alla fine li ha uccisi. Sono stati trovati tutti ridotti a scheletri bruciacchiati nelle stesse pick-up date alle fiamme.

Carne umana da eliminare. Come Marvin Tomas, 19 anni, promessa del calcio, un sinistro possente e imprendibile. Oppure Santa Cristina García, anche lei 19 anni, impiegata in un negozio dove era pagata una miseria: ha puntato sugli Usa portandosi dietro la sorellina di 16 che aveva un labbro leporino da ricomporre. Come Andreson Marco Antulio Pablo, 17 anni, Ribaldo Danilo Jiménez Ramírez di 18. E ancora Efego Miranda Díaz di 30, anche lui pastore della chiesa locale. Voleva andare a New York, stare cinque anni, raccogliere qualche soldo, tornare e costruire la sua casa a Comitancillo.

Sogni, speranze, progetti. Tutti bruciati. Dalle fiamme appiccate dal Cartello legato agli ex Zetas, i gruppi d’élite della polizia passati con i narcos. Con la complicità di 19 agenti della polizia locale che li ha fermati, venduti o fatti fuori per conto di chi comanda. Sono stati arrestati. Sanno cosa è successo, difficile che parlino. Lo dicono tutti al funerale che adesso si raccoglie attorno alle 16 bare con dentro i resti riconosciuti tramite il dna.

Fonte: Repubblica

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