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BANGKOK. Non è difficile immaginare l’impatto del Covid-19 sull’industria turistica asiatica, visto che tutto il mondo sta soffrendo degli stessi effetti collaterali. Secondo gli ultimi dati ufficiali, la pandemia ha visto un calo del 73% a livello globale degli arrivi internazionali, percentuale che tocca l’80 per cento nell’area dell’Asia-Pacifico

A trasformare l’emisfero orientale in un laboratorio di ciò che potrebbe succedere d’ora in poi in questo settore così importante per molte economie, è la consapevolezza acquisita di dover cambiare qualcosa nel meccanismo che penalizza troppo le popolose comunità rimaste ancora dipendenti – direttamente o di riflesso – dall’afflusso di visitatori paganti.

A sollevare sui media il problema del viaggio post-pandemia sono state diverse notizie giunte dai paesi che più di tutti vedono incidere il deficit turistico sul prodotto interno lordo. Compagnie aeree come la Qantas e altre giapponesi hanno annunciato politiche di riduzione delle emissioni attraverso l’uso di tecnologie di riciclaggio dei carburanti, ma più che in cielo è sul terreno, lungo coste e valli montane, che l’impatto del turismo selvaggio del passato ha lasciato cicatrici difficilmente rimarginabili.

Dopo decenni di speculazioni e una crescita incontrollabile di afflussi turistici, due celebri destinazioni esotiche come l’isola thailandese di Phuket e quella indonesiana di Bali si sono ritrovate in ginocchio. Non è un caso se sono state tra le prime ad annunciare facilitazioni per i visitatori sia nei prezzi che nelle restrizioni sanitarie, con 10 giorni invece dei soliti 14 in quarantena e libero accesso dopo due giorni di osservazione ai vaccinati certificati.

 
Entrambe le rispettive autorità hanno garantito di volersi occupare dell’aspetto che più di tutti sta a cuore ad ambientalisti e comunità locali, ovvero un turismo ecosostenibile nei fatti, e non a parole. Ma è stato il governo della Malesia a modellare il suo piano decennale di ripresa turistica attorno – dice – “all’impegno di bilanciare lo sviluppo e la conservazione dell’ambiente naturale e del suo patrimonio”. Una sfida non da poco per un paese col 16 per cento del Pil portato da un settore che ha perso più di 24 miliardi di dollari nel 2020 e ha visto frantumarsi le previsioni di 30 milioni di arrivi. 

Ma a far capire meglio la linea d’ombra tra viaggi pre e post Covid è la storia di un mega-progetto turistico sull’isola indonesiana di Lombok. Per realizzarlo sono state letteralmente sradicate – come spiega la commissione dei diritti umani Onu – le popolazioni locali e indigene: distrutte le loro case, i campi coltivati, devastati fiumi e siti religiosi”.

Il progetto mostro – significativo secondo gli attivisti della tendenza a mantenere la stessa logica rapinatrice del territorio – si chiama Mandalika. E’ dislocato su un migliaio di ettari recintati destinati a sconvolgere la vita di migliaia e migliaia di persone nel Nusa Tenggara occidentale. Tra i “regali” fatti alle popolazioni dalle compagnie ITDC e Mandalika Grand Prix Association – in accordo con le autorità turistiche locali e nazionali – c’è un circuito motociclistico da Gran Premio, oltre a un hotel e un campo da golf.

L’iniziativa che toglierà il sonno o costringerà i vicini a trasferirsi senza troppe compensazioni, fa parte di una più ampia strategia del governo di Joko Widodo per preparare il grande arcipelago al ritorno dei visitatori. Per decentrare arrivi e presenze e promuovere nuove destinazioni, ha lanciato già dal 2016 il progetto di “10 Nuove Bali”, e ora non sembra in programma un cambio di direzione, ignorando che il trend della sostenibilità ambientale attira un numero crescente di giovani cresciuti sull’onda del pensiero di Greta Thumberg, nonché altri potenziali clienti adulti, sempre più sensibili al tipo di offerta eticamente valida.

Molti tra i neo-ambientalisti sono inorriditi nel leggere le descrizioni del progetto Mandalika fatte da Olivier De Schutter, relatore delle Nazioni Unite su povertà e diritti umani.  “I residenti locali – ha detto – sono stati soggetti a minacce e intimidazioni e sono stati sfrattati con la forza dalla loro terra senza compensazione”, ha detto. A sembrarne ignari sembravano gli stessi finanziatori, come la Banca per lo sviluppo delle infrastrutture (AIIB) che – secondo le denunce – non ha saputo “identificare, prevenire, mitigare e rendere conto degli impatti negativi sui diritti umani”. Nel rapporto finale della sua indagine, la banca ha replicato che non sono state trovate prove “della presunta coercizione, uso diretto della forza e intimidazioni relative all’acquisizione di terreni e al reinsediamento”.

Ma la stessa AIIB, assieme al dipartimento turistico dello Stato, ha annunciato un piano d’azione “per migliorare il coinvolgimento delle parti interessate”, compresi “capi villaggio e i funzionari del governo locale, e più ampiamente con la società civile e la popolazione in generale di Lombok”. Difficilmente si potrà rimediare a un danno irreversibile già fatto all’ecosistema, ma forse servirà da lezione per il futuro è stato il commento dei media locali.

Sono i paesi più poveri del sud-est asiatico quelli più danneggiati dal turismo selvaggio, come affermavano già due anni fa i ricercatori della The Travel Foundation inglese. Ancora peggio in quest’era di pandemia quando è più difficile vaccinare tutti in tempi stretti: sia Bali che Phuket stanno ad esempio dando la priorità – caso abbastanza raro al mondo – ai lavoratori dell’industria dell’ospitalità per rassicurare e attirare stranieri. E’ una decisione criticata dai gruppi de diritti umani, che ricordano in questi paesi la carenza di dosi per gli stessi operatori sanitari.

Il caso Mandalika – sull’unica isola indonesiana a stragrande maggioranza hindu in un paese islamico – è stato presentato dal governo come un modello fondamentale per creare posti di lavoro e migliorare i mezzi di sussistenza di una provincia impoverita da un giorno all’altro. Esattamente l’opposto di quanto in realtà sarebbe avvenuto secondo attivisti e gente locale di Lombok, dove sorge questa oasi aliena di alberghi e circuiti da corsa venduta come una delle “10 nuove Bali”. Nessuno sull’isola crede che tale genere di sviluppo turistico favorisca in alcun modo le popolazioni indigene. Anzi. Il problema è che Mandalika non è un caso isolato.

Rukka Sombolinggi, segretaria dell’Alleanza dei popoli indigeni dell’arcipelago indonesiano, spiega che la sua gente non ha alcuna protezione legale per la terra occupata da generazioni e “non viene mai consultata o coinvolta nel processo decisionale su progetti come questo che non li avvantaggiano”. “Investimenti nell’industria, nell’estrazione mineraria e nel turismo con la scusa di rilanciare l’economia hanno un grande impatto ambientale e umano”, ha detto. “Calpestano i diritti umani e sono fondamentalmente incompatibili con lo sviluppo sostenibile”, le ha fatto eco De Schutter. Certi “enormi progetti infrastrutturali turistici transnazionali – ha aggiunto il consulente Onu – vanno “a beneficio di una manciata di affaristi piuttosto che della popolazione nel suo insieme”.

Tra le offerte alternative che riflettono però lo spirito del nuovo turismo post-covid ce n’è una che viene dal Vietnam. Che sia solo una trovata furba o l’indicatore preciso di un nuovo corso, l’hotel Six Senses Ninh Van Bay in Vietnam ha avuto un grande successo includendo nel costo del soggiorno le spese di sostentamento di una vicina comunità di scimmie in via di estinzione dette douc langur dalla gamba nera. L’escursione per vederle crescere e moltiplicarsi è diventata parte del tour-emozioni del resort. Con l’ironia – nota la rivista di viaggi TTG Asia – che ora sono i turisti tra le specie in via di estinzione.

Fonte: Repubblica

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