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lee contro lee la faida tra fratelli per governare singapore - Lee contro Lee, la faida tra fratelli per governare Singapore

PECHINO – “Singapore non ha bisogno di un altro Lee”. Detto da un Lee, potrebbe suonare curioso. Ma non nella città Stato asiatica, strana forma di regime semi-autoritario illuminato, in cui il potere è da 55 anni senza interruzioni nelle mani della stessa forza politica, il Partito d’Azione Popolare, e per la maggior parte nelle mani della stessa famiglia. Lee, appunto. Lee Hsien Loong, 68 anni, premier dal 2004, è figlio del mitico fondatore del Paese, Lee Kuan Yew. E al termine delle elezioni parlamentari di oggi si assicurerà senza dubbio un quinto mandato. La differenza è che questa volta dovrebbe essere l’ultimo, avendo lui stesso annunciato che non intende governare oltre la soglia dei 70 anni. E la novità di questo voto è che a rendergli la corsa (un po’) più complicata, oltre al coronavirus, ci si è messo anche il fratellino minore. Lee Hsien Yang, 62 anni, ex militare e manager, ai ferri cortissimi con il maggiore, è sceso in campo con una delle forze d’opposizione, il Partito del progresso. Non ufficialmente candidato (“Singapore non ha bisogno di un altro Lee”), ma comunque a fare campagna per il rinnovamento, e mettere i bastoni tra le ruote all’odiato fratello, con cui ha rotto dopo essere stato tagliato fuori dall’eredità della casa paterna: “La leadership a Singapore non deve essere più di una famiglia o di una persona, c’è bisogno di qualcosa di diverso”.

Ripetiamo: le speranze di vittoria, per il suo partito o per le altre forze di opposizione, come il Partito dei Lavoratori, sono infinitesimali. Azione Popolare, protagonista della trasformazione di Singapore da un villaggio di pescatori a una delle città più ricche del mondo, ha sempre conquistato oltre il 60% dei voti, e una fetta ancora più ampia dei parlamentari. I suoi leader, cioè i Lee, sono citati come il massimo esempio di regime “meritocratico”. L’ultimo della stirpe, Lee Hsien Loong, ha studiato nell’ordine al Trinity College, a Cambridge e ad Harvard, sempre con il massimo dei voti. L’autoritarismo dal volto gentile che la famiglia plasmato, dall’Economist definito “democrazia difettosa”, combina la limitazione delle libertà politiche e di espressione (all’occorrenza represse) con una certezza del diritto anglosassone nelle questioni economiche, e la ricerca spasmodica dell’efficienza e della trasparenza nella macchina pubblica. Basta vedere il profilo Instagram del primo ministro, da far invidia a dei ventenni.

Eppure di questa vittoria annunciata sarà importante valutare le proporzioni, perché per Singapore e per Lee il momento è tutt’altro che facile. Primo problema: il virus. Il Paese che aveva reagito prima di tutti gli altri al pericolo, e che sembrava averlo circoscritto senza bisogno di lockdown, si è all’improvviso ritrovato con infezioni fuori controllo all’interno dei dormitori-pollaio in cui vivono i lavori stranieri, la forza lavoro che manda avanti la città, clamorosamente dimenticati dalla strategia di prevenzione. Sebbene limitati alla comunità degli immigrati, i focolai fuori controllo hanno portato il conto complessivo dei casi a 45mila, una delle più alte incidenze al mondo, costringendo il governo a introdurre restrizioni più dure anche nel resto della metropoli. Inoltre l’impatto economico della pandemia, su un’economia già in frenata, si annuncia devastante: la previsione per il 2020, recessione tra -4 e -7%, è la peggiore dall’indipendenza, anno 1965.
A rischio di essere ingenerosi, la macchina perfetta di Singapore sembra aver perso colpi anche durante il voto di oggi, il terzo al mondo in epoca di pandemia dopo Corea del Sud e Serbia. Le misure di sicurezza, controlli della temperatura, sanificazione, voto scadenzato per fasce orarie, hanno provocato file mostruose ai seggi, spingendo le autorità a eliminare in corsa l’obbligo di indossare dei guanti monouso.

Questa sera si capirà se l’immagine del Partito e della famiglia dei tecnocrati ne avrà sofferto oppure no. Di certo il momento è delicato, visto che il premier Lee aveva già annunciato che si sarebbe ritirato a 70 anni, cioè tra due. A metà legislatura avrebbe dovuto passare il potere alla quarta generazione di leader del Partito d’Azione Popolare, guidata dall’erede designato Heng Swee Keat, 59 anni, oggi vice premier e ministro delle Finanze. Invece dopo aver imposto il voto anticipato Lee ha dichiarato che non lascerà prima di aver rimesso in salute il Paese, frase dietro a cui molti hanno letto un ripensamento, la volontà di restare al potere almeno fino alla fine del mandato. L’idea che Singapore, con buona pace del fratello minore, non possa ancora fare a meno dei Lee.

Fonte: Repubblica

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