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lelogio funebre di barack obama su john lewis il vero coraggio sta nel restare uniti - L'elogio funebre di Barack Obama su John Lewis: "Il vero coraggio sta nel restare uniti"

L’elogio funebre pronunciato dall’ex presidente statunitense Barack Obama al funerale di John Lewis, morto il 17 luglio, icona del movimento per i diritti umani che guidò la marcia del 1965 a Selma, in Alabama, intervenne alla Marcia su Washington ed era noto come la “coscienza morale” del Congresso dove da anni sedeva come deputato della Georgia battendosi per l’uguaglianza degli afroamericani.

ATLANTA – Il profeta James scrisse ai credenti: “Considerate la gioia pura, fratelli e sorelle, ogni volta che vi trovate a dover affrontare prove difficili di ogni tipo, perché sapete che – quando è messa alla prova – la fede produce perseveranza. Ma la perseveranza finisce il suo lavoro così che voi possiate essere maturi e completi, accendendovi pienamente”.  

È un grande onore essere di nuovo qui nella Ebenezer Baptist Church, sul pulpito del suo pastore più importante, Martin Luther King Junior, per rendere tutti i miei omaggi a colui che forse ne è il discepolo più illustre. Un americano la cui fede è stata messa alla prova più e più volte fino a diventare un uomo pieno di gioia, dotato di una perseveranza indomita. John Robert Lewis.

A tutti coloro che hanno parlato prima di me – il presidente Bush e Clinton e la Portavoce della Camera (Pelosi)  e la signora Warnock, la signora King, il suo amato staff, i suoi familiari – posso dire di essere venuto qui oggi perché amo gli americani e noi tutti siamo in debito verso John Lewis, così come la nostra libertà è in debito verso la sua inevitabile visione di libertà.
Il nostro Paese è un work in progress ininterrotto. Siamo nati con le istruzioni per dare vita a un’unione più completa. In quelle parole è esplicitato un concetto: non siamo perfetti. Ed è proprio questo a dare a ogni generazione uno scopo e un obiettivo, quello di portare avanti ciò che non è stato completato da quella precedente e andare oltre quello che si reputa possibile fare.

John Lewis, primo dei Freedom Riders, capo del Comitato giovanile di coordinamento degli studenti nonviolenti, il più giovane oratore nella  marcia verso Washington, a capo della marcia da Selma a Montgomery, membro del Congresso in rappresentanza del popolo di questo Stato e di questo distretto, per 33 anni mentore dei giovani, me compreso. Ebbene, fino al suo ultimo giorno su questa Terra, John Lewis non soltanto ha accolto questa grande responsabilità, ma ne ha fatto anche la missione della sua vita, la sua ragione di vita. Il che non è così male per un ragazzo di Troy.

John era di umili origini e questo significa che (per i suoi genitori) era il Papa. Nel cuore del Sud di Jim Crow dove erano in vigore le leggi razziali, NdT), i genitori prendevano l’auto di qualcun altro. A quanto pare non andò a lavorare nei campi. Quando si presumeva che dovesse aiutare i suoi fratelli e sorelle nelle incombenze domestiche e nei campi, si nascondeva sotto il portico e poi faceva uno scatto di corsa quando vedeva passare l’autobus della scuola. Sua madre seppe alimentare e coltivare la curiosità di quel figlio così timido e serio. E infatti gli disse: “Una volta che impari qualcosa, una volta che l’hai assimilata nella tua mente, nessuno potrà mai togliertela”.

Da bambino, all’ora di andare a dormire, John sentiva suo padre e i suoi amici lamentarsi della situazione dall’altra parte della porta della sua camera. Una domenica, da adolescente, sentì alla radio la predica del pastore Martin Luther King. Da iscritto al college, in Tennessee, John firmò a favore delle leggi[….] riguardanti la disobbedienza civile nonviolenta. John Lewis aveva qualcosa in mente, un’idea a cui non seppe resistere e che non seppe fare  a meno di inseguire: l’idea che la resistenza non violenta e la disobbedienza civile potessero cambiare i cuori e le menti degli uomini, e cambiare i Paesi, le nazioni e il mondo.

E così dette il suo contributo per organizzare la campagna di Nashville del 1960. Insieme ad altri giovani, uomini e donne, rimase seduto al banco di un locale dove vigevano le leggi razziali. Rimase seduto per bene, a schiena dritta, e rifiutò che un frullato che gli fu versato in testa, o le sigarette che gli furono spente addosso sulla schiena, o che i calci inferti in ogni parte del suo corpo e fra le costole, gli togliessero la sua dignità e la sua determinazione, e dopo alcuni mesi la campagna di Nashville riuscì a conseguire il risultato voluto arrivando a un primo successo con la desegregazione  di tutti i locali pubblici delle città più importanti del Sud.

John ha sperimentato la prigione per una prima, una seconda, una terza volta… beh, parecchie volte. Ma ha potuto anche assaporare la vittoria, e portare a nuovi livelli la sua battaglia. Sempre al Sud, quello stesso anno la Corte Suprema poche settimane dopo decretò che la segregazione sugli autobus interstatali era incostituzionale: John e Bernard comprarono a Lafayette due biglietti per una corsa a bordo di un Greyhound, si sedettero e si rifiutarono di alzarsi. Ciò accadde mesi prima della prima Freedom Ride ufficiale. Fece un esperimento. Quel suo viaggio non fu multato. E si rese conto di quello che poteva ottenere.

A quanto pare l’autista dell’autobus era furioso e a ogni fermata in piena notte scendeva arrabbiato a chiedere che qualcuno intervenisse, e ovviamente John e Bernard non avevano idea di quello che sarebbe successo e chi sarebbe intervenuto. Non c’era nessuno a proteggerli. Non c’era nessuna telecamera pronta a registrare quello che sarebbe potuto succedere.
Sapete, talvolta noi leggiamo storie di questo tipo e le prendiamo per scontate o ci comportiamo come se fossero inevitabili. Immaginate il coraggio di quei due giovani dell’età di Malia, anzi, più giovani della mia figlia più grande. Immaginate: sfidare l’intera infrastruttura dell’oppressione. John aveva soltanto 20 anni, ma mise i suoi anni in gioco, si giocò tutto. Sfidò con il suo esempio secoli di convenzioni e generazioni di violenza brutale e quotidiana sopraffazione della dignità personale patite dagli afroamericani.

Come Giovanni Battista preparò la strada, come tutti i profeti del Vecchio Testamento che predicarono ai Re la verità, John Lewis non esitò, non si arrese, continuò così, prendendo gli autobus interstatali e sedendosi nei locali pubblici e prendendosi in testa le tazze e marciando più volte per la sua missione: cambiare l’America. Parlò a un quarto di milione di persone a soli 23 anni durante la marcia su Washington. Contribuì a 24 anni ad organizzare la Freedom Summer in Mississippi. E a 25 anni suonati, a John fu chiesto di guidare la  marcia  da Selma a Montgomery.

Lo avvisarono che il governatore Wallace aveva dato ordine alle sue truppe di fermarli in ogni modo, anche ricorrendo alla violenza, ma lui e Hosea Williams e altri passarono tutti attraverso il ponte e ci sono ancora le riprese e le foto di quell’evento. Ne ha parlato il presidente Clinton. Ha parlato del suo cappotto, del suo zaino, del suo sacco a pelo, del libro che stava leggendo, della mela da mangiare, dello spazzolino da denti. A quanto pare le prigioni non offrivano grandi comodità.

Se guardiamo quelle foto, ci accorgiamo che John appare davvero molto giovane: è piccolo di statura, sembra timido, sembra ancora quel ragazzino che sua madre aveva incoraggiato, eppure è pieno di determinazione. Dio gli  ha infuso perseveranza.

Sappiamo bene quello che successe a chi partecipò a quella marcia: le loro ossa furono spazzate a bastonate, le loro teste furono colpite a mazzate, i loro occhi lacrimarono per i gas lacrimogeni e i loro polmoni respirarono a fatica, e John fu colpito al cranio e rischiò di morire. Pensò che sarebbe morto, circondato da tutti quei giovani che vedeva sanguinare e soffocare, vittime nel loro stesso paese di una violenza sponsorizzata dallo stato.

Immagino che quel giorno i soldati in un primo tempo abbiano pensato di aver vinto la battaglia. Potete immaginare quello che si dissero. Potete immaginare che si dissero: “Sì, gliel’abbiamo proprio fatta vedere!”. Immaginavano di poter respingere i manifestanti al di là del ponte, di resistere per preservare uno stile di vita che negava i diritti di base umani dei loro concittadini. Quella volta, però, erano presenti le telecamere e tutti nel mondo poterono vedere che cosa accadeva ai neri americani, a chi non chiedeva niente di più che essere trattato come gli altri americani, a chi non chiedeva un trattamento speciale, ma soltanto giusto, come era stato promesso loro un secolo prima, o un altro secolo ancora prima.

E quando John  si risvegliò all’ospedale, fece in modo che il mondo vedesse un movimento che era, come è scritto nelle scritture, “solido in ogni sua parte, ma non schiacciato. Perplesso ma non disperato. Perseguitato ma non abbandonato. Colpito, ma non distrutto”. Ritornarono alla Brown Chapel, come profeti picchiati, tutti fasciati in testa e disse: “Ci saranno altre marce”. E la gente si presentò e gli agenti si divisero e i manifestanti raggiunsero la Casa Bianca e Lyndon Johnson, figlio del Sud disse: “Noi prevarremo”. E il Voting Rights Act fu firmata.

La vita di John Lewis è stata per molti aspetti eccezionale. Ha reso giustizia alle intenzioni dei padri fondatori. Ha fatto valere la fede, quella secondo cui ciascuno di noi, persone normali senza ceto sociale o ricchezza o titoli o fama o qualsiasi altra cosa,  è in grado di  mostrare le imperfezioni di questa nazione e unirsi agli altri e capirono e sfidare lo status quo. E decidere che sta a noi, è nel nostro potere rifare questo paese, che noi amiamo, finché non diventi più simile ai nostri ideali più nobili. Che idea radicale! Che concetto rivoluzionario! L’idea che chiunque di noi, gente normale, come  un ragazzo originario di Troy possa tenere testa alle autorità dicendo: “No, questo non è giusto, non è vero, non è equo. Possiamo fare meglio”.  

Sul campo di battaglia della giustizia, gli americani come John, come Lowery, come C.T. Vivian, altri due patrioti che abbiamo perso quest’anno, ci hanno liberati tutti e molti americani danno questo per scontato. L’America è stata costruita da gente come John Lewis. Lui come molti altri nella nostra storia, ci ha portati in un lungo viaggio verso la libertà, per dar vita a un’unione più completa, che si tratti di anni, di decenni, o addirittura di altri due secoli, John Lewis sarà considerato come un padre fondatore di un’America migliore, più giusta, più unita.

Eppure, per quanto eccezionale fosse John, lui non ha mai pensato che quello che faceva fosse fuori dalla portata di qualsiasi altro cittadino. Credeva che quello che stava facendo potesse essere fatto da chiunque. Il giorno della sua morte ho parlato di quanto fosse cortese e umile e quanto tutto ciò fosse innato in lui, e malgrado questa sua incredibile carriera trattava sempre tutti con gentilezza e rispetto perché questa idea era dentro di lui, come è dentro tutti noi. Lui credeva che in tutti noi c’è una grande capacità di mostrare coraggio, e fare quello che è giusto. In tutti noi c’è la volontà di fare quello che è giusto. In tutti noi c’è la volontà di amare tutti quanti e di estendere a tutti i diritti dati all’uomo da Dio.

Molti di noi hanno smesso di ricordare queste cose. Sono insite dentro di noi. Iniziamo a pensare di non poter estendere la gentilezza e la dignità al prossimo. Che stiamo meglio se pensiamo di essere migliori e prevarichiamo e controlliamo gli altri. Questa idea spesso è incoraggiata nella nostra cultura. Ma John non ha mai creduto in questo, ha sempre creduto nella parte migliore di noi, non ha mai  rinunciato, e si è sempre fatto avanti perché ha sempre visto la parte migliore di noi. Ha creduto in noi anche quando noi non credevamo più noi stessi.

Neanche da anziano si è mai fermato. Ha continuato a essere arrestato. Da persona anziana non ha mai rinunciato a lottare, talvolta restava tutta notte perfino sul pavimento del Campidoglio degli Stati Uniti (sì il suo staff era stressato), ma quello era il suo modo di testimoniare determinazione.

Sapeva che la marcia non è giunta al termine, che siamo ancora in marcia. Sapeva che non siamo ancora arrivati al punto fatidico in cui siamo giudicati dalla natura della nostra persona. Sapeva per esperienza diretta che il progresso è fragile e dobbiamo essere tutti vigili nei confronti delle correnti più oscure della storia di questo paese. Della nostra stessa storia. Sapeva che esistono vortici di violenza e odio e disperazione che possono riprendere a turbinare.

Bull Connor sarà anche morto, ma oggi abbiamo visto con i nostri stessi occhi gli agenti della polizia premere il ginocchio sul collo dei neri americani. George Wallace sarà anche morto, ma oggi possiamo testimoniare che il nostro governo federale ha mandato agenti armati di bastoni e gas lacrimogeni per scagliarsi contro dimostranti pacifici. Non dobbiamo più indovinare il numero delle caramelle contenute nei vasi per votare. Ma proprio adesso che noi siamo seduti qui, chi è al governo sta facendo tutto il possibile per scoraggiare le persone dall’andare a votare, chiudendo seggi e mettendo a repentaglio il servizio postale con precisione chirurgica, e prendendo di mira le minoranze e gli studenti con le leggi sui documenti di identità e compromettendo il nostro diritto di voto in preparazione a un’elezione che dipenderà dai voti per posta, così che nessun alto possa ammalarsi.

So che siamo qui a celebrare la vita di John e alcuni potrebbero dire che non dobbiamo occuparci di queste cose, ma è per questo che ne parlo. John Lewis ha dedicato tutta la sua vita a combattere gli attacchi alla democrazia e nell’America che adesso vediamo intorno a noi. Sapeva che ciascuno di noi ha un potere concesso da Dio e che la fede nella democrazia dipende da come ciascuno di noi la usa. La democrazia non è qualcosa di scontato. La democrazia è difficile, è qualcosa da coltivare. Deve essere accudita. Dobbiamo adoperarci per essa. John sapeva che dipende dal fatto di mostrarci alla sua altezza, all’altezza del coraggio morale di John che sapeva che cosa è giusto e che cosa è sbagliato.

E poi chiamiamo le cose come si deve. Disse che finché avesse potuto respirare avrebbe combattuto per proteggere la democrazia, e così pure finché noi avremo fiato dovremo portare avanti la sua causa. Se noi vogliamo che i nostri figli vivano in una vera democrazia, non soltanto con le elezioni, ma una democrazia rappresentativa, tollerante, umana, vibrante, viva, e di energia dobbiamo essere come John. Non dobbiamo fare tutto quello che ha fatto lui, ma dobbiamo fare qualcosa. Dio disse a San Paolo: “Non temere. Parla. Non restare in silenzio, parla, fatti sentire. Perché io sono al tuo fianco e nessuno ti aggredirà perché ho molti seguaci in questa città che è formata dal mio popolo”.

Non basta che tutti escano e vadano a votare. Abbiamo tanti che abitano nelle grandi città ma non possono fare niente. Come John noi dobbiamo impegnarci. Lui sapeva che la protesta non violenta è patriottica, un modo per aumentare la consapevolezza dell’opinione pubblica e rivolgere i riflettori sulle ingiustizie e mettere in posizione scomoda il governo. Come John non dobbiamo scegliere tra protesta e politica, una non esclude l’altra, possiamo fare entrambe le cose. Possiamo protestare, ma anche tradurre la nostra protesta e la nostra causa in nuove leggi. Ecco perché John 34 anni fa si candidò al Congresso. Come John dobbiamo combattere di più per gli strumenti più potenti che abbiamo a disposizione, ossia il diritto di voto.

Il Voting Right Acts è uno dei più importanti risultati raggiunti dalla nostra democrazia. Risale a quando John ha varcato quel ponte, al perché il suo sangue è stato versato. Ed è il risultato degli sforzi dei democratici e dei repubblicani. Il presidente Bush che ha parlato prima e suo padre firmarono il rinnovo di quella legge, quando erano in carica. Il presidente Clinton non ha dovuto farlo perché era già in vigore, ma fece una legge che facilitava l’iscrizione alle elezioni. Ma una volta che  la Corte suprema ha indebolito la Voting Rights Act, rendendo apposta più difficile votare, soprattutto per l’elettorato delle minoranze, non fu per caso. Fu un un attacco a quello per cui ha lottato John tutta la vita, fu un attacco  alle libertà democratiche. E dovremmo considerarlo in quanto tale.

Se i politici vogliono onorare John  e sono grato per tutto quello che i leader del Congresso qui presenti hanno detto, ci sono modi migliori che fare una semplice dichiarazione e chiamarlo eroe. Basta dare nuovo vigore e contenuto e forza alla legge per la quale lui lottato tutta la vita disposto a perderla. A proposito: parlare della John Lewis Voting Rights  Act è sicuramente un bel tributo ma lui non vorrebbe che ci fermassimo qua. Quindi non dobbiamo farlo. Dobbiamo semplicemente tornare al punto in cui già eravamo.

Una volta approvata la John Lewis Voting Rights  Act dovremo continuare a marciare per renderla migliore, per far sì che ogni americano sia automaticamente registrato per poter votare, compresi i carcerati che hanno diritto a una seconda occasione. Aggiungendo seggi e rendendo il giorno delle elezioni un giorno festivo per la nazione, così che anche la madre single o chi lavora in fabbrica possa andare a votare. Garantendo che ogni americano sia rappresentato in modo equo nel nostro governo, anche i cittadini americani che vivono in Washington DC o Portorico. Ponendo fine alle lotte di parte, così che tutti gli elettori abbiano la possibilità di scegliere. Ed eliminando l’ostruzionismo, altro strumento risalente a Jim Crow, così da garantire i diritti concessi da Dio a ogni americano. Questo è quello che dovremmo fare.

Ma non basta. Anche se facessimo tutto questo, anche se ogni legge strumentale fosse approvata, dobbiamo essere sinceri con noi stessi. Troppi di noi optano di non esercitare questa franchise. Dobbiamo capire che il nostro voto fa la differenza. Troppi di noi pensano che non potranno fare la differenza o credono al cinismo dilagante, la strategia cruciale della soppressione del voto, per scoraggiare, per smettere di credere nel nostro potere. Dobbiamo anche ricordare quello che disse John: “Se non fate qualcosa, tutto resterà uguale. Dovete dare tutti voi stessi. Finché la gente protesterà per strada, spero che possa essere il cambiamento. Io ci spero, ma non possiamo abbandonarli così come viene nel seggio elettorale. Non quando le elezioni sono così urgenti come adesso. Come la prossima. Non possiamo considerare il voto una delle faccende da fare in mezzo a mille incombenze e solo se ne avremo il tempo. Dobbiamo considerarla l’azione più importante che possiamo fare nel nome della democrazia alla quale Lewis ha dedicato la vita.

Sono onorato che Lewis fosse mio amico. Lo incontrai all’università alla facoltà di legge, quando io gli dissi: “Lewis, lei è uno dei miei eroi, lei mi ispira con le sue azioni, lei e il reverendo Bob Moses, e Diane Nash, e tutto quello che altri come voi hanno fatto”. E lui mi dette la mano e mi disse grazie. Poi lo rividi quando fui eletto senatore e gli dissi di essere lì grazie a lui. E nella notte della mia elezione alla presidenza nel 2008 glielo dissi ancora: questo è anche il tuo giorno. “Io sono qui grazie a te”. Era un uomo buono, gentile e credeva in noi anche quando noi non crediamo in noi stessi.

Ed è singolare che l’ultima volta che ci siamo visti è stato su Zoom, ma temo che né lui né io siamo rusciti a capire come funzionasse. È stato a un Town Hall, dopo la morte di George Floyd, a un raduno virtuale di giovani attivisti. Poi gli ho potuto parlare in privato. Non avrebbe potuto essere più orgoglioso nel vedere una nuova generazione pronta a scendere in strada per chiedere uguaglianza e diritti e libertà.  Una nuova generazione decisa a votare e proteggere il diritto di voto. In alcuni casi, una generazione di giovani pronti a candidarsi. Gli ho detto che tutti quei giovani che vedeva, di qualsiasi razza, religione, provenienza, orientamento sessuale erano suoi figli, hanno appreso da lui, anche se non sempre lo fanno vedere. Hanno capito grazie a lui quello di cui ha bisogno l’America anche se lo hanno appreso soltanto dai libri di storia leggendo del suo coraggio. A migliaia bianchi e neri, persone senza identità precisa, hanno restituito la nostra nazione “alla democrazia, a quella voluta dai Padri Fondatori, nella formulazione della nostra dichiarazione di Indipendenza.

Doctor King ha detto n queste cose negli anni Sessanta. E questa estate abbiamo risentito quelle stesse cose e fuori dalle nostre finestre e nelle piazze delle grandi città e nei paesini rurali abbiamo visto donne e  uomini, giovani e vecchi, americani, neri e bianchi, lottare e gridare contro la segregazione dei loro concittadini americani, chiedendo trattamento uguale per tutti. Anche i bianchi che non possono più accettare di avere la libertà negata agli americani loro vicini.  Lo abbiamo visto in tutti coloro che hanno lavorato sodo per superare i nostri pregiudizi, i nostri odi, nelle persone che cercano di essere oneste e questo è ciò che John Lewis ci ha insegnato. È da qui che arriva il vero coraggio, non dall’aggredirsi gli uni contro gli altri, ma dall’unirsi. Diffondendo l’amore e la verità, non evitando le nostre responsabilità e creando un’America migliore e un  mondo migliore ma abbracciando con gioia e perseveranza  la nostra amata comunità.

Non camminiamo da soli. Che grande dono è stato  Lewis. Siamo stati tutti fortunati ad averlo con noi, a vederlo marciare per un po’ e a mostrarci come si fa e la strada da seguire. Dio vi benedica. Dio benedica l’America. Dio benedica quest’anima gentile che ci ha portati più vicini alla sua promessa.
Grazie.

Traduzione di Anna Bissanti

Fonte: Repubblica

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