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170638385 ef39c883 6d30 4371 8d64 d2c4033b7952 - L'ex gerarca argentino accusato di torture e omicidi che si sente diffamato

Si godeva tranquillamente la pensione in un complesso turistico in provincia di Messina, il gerarca argentino scappato dal suo Paese per evitare l’arresto e sotto inchiesta in Italia per diversi omicidi, indicato da decine di vittime del regime militare come torturatore. Nel giugno del 2019, dopo una minuziosa ricerca negli uffici dell’anagrafe di tre Comuni siciliani, siamo andati a trovarlo, l’abbiamo ripreso e fotografato. Lui, l’ex tenente di fanteria Carlos Luis Malatto, ha avviato un’azione legale. Si sente diffamato. Sì, diffamato.

Questa è la breve storia di una causa che sarebbe banale rubricare solo nel lungo elenco delle liti temerarie: perché sconfina nel paradosso. Il settantenne che, dal balcone del buen retiro di Portorosa, a pochi passi dalla sua Mercedes e dalla barca ormeggiata nel canale artificiale del resort, si affacciò a petto nudo per poi ritirarsi frettolosamente appena saputo che aveva di fronte dei giornalisti,  è lo stesso signore accusato in patria di crimini contro l’umanità – non di un abuso d’ufficio o di furto aggravato –  e rimane ufficialmente latitante per la giustizia del suo Paese. Quest’uomo che per la magistratura argentina è uno dei protagonisti degli orrori della dittatura, ribalta con mossa al limite del grottesco il tavolo e si professa vittima di falsità.

Eppure su quello che fu il ruolo di Malatto, il tribunale federale di San Juan non ha molti dubbi: l’ex tenente ha dato il suo contributo al golpe militare del 24 marzo 1976, “partecipando attivamente a diverse procedure di detenzione ed è uno dei più indicati dalle vittime per la partecipazione a interrogatori sotto tortura”. Ciò è scritto nella sentenza del 3 settembre 2013, piena zeppa di racconti di sequestri, incappucciamenti e sevizie, dalle finte fucilazioni alle scosse sui testicoli: quella sentenza ha condannato i commilitoni di Malatto, e non ha partorito alcun provvedimento nei confronti di Malatto medesimo, per il semplice fatto che lui nel frattempo era scappato in Italia e il diritto argentino non prevede il processo in contimacia. Ma in quel verdetto, confermato tre anni dopo in ultimo grado di giudizio, l’ex tenente è citato 283 volte.

Questo e altro – come la controversa decisione della Corte di Cassazione di non concedere nel 2013 l’estradizione dell’ufficiale – abbiamo scritto, in articoli e servizi video che rappresentano puro esercizio del diritto di cronaca. E che sono stati ripresi da media di tutto il mondo.  Il fatto che davanti a tutto ciò, e davanti alle testimonianze a suo carico rese di recente in Italia da uomini e donne argentini cui la repressione ha tolto gli affetti più cari, Malatto si affidi a un giudice per difendere il suo onore, è cosa ovviamente legittima. Ma francamente strapperebbe pure un sorriso, se sullo sfondo non ci fosse  una tragedia immane mai abbastanza commemorata.

Fonte: Repubblica

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