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185145628 713505f6 86b3 4795 94ea 105562325550 - Libia, i sette fratelli che hanno terrorizzato una città con stragi e leoni

Dalla terra rossa delle campagne di Tarhuna continuano a riaffiorare le prove di una delle stragi più orribili scritte nel libro nero della guerra civile di Libia. La storia di una famiglia di 7 maledetti fratelli che dal 2012, poco alla volta, erano riusciti ad impossessarsi della città e l’avevano trasformata in un regno dell’orrore senza uguali in tutta la storia della Libia post-2011. Hanno imposto il terrore con metodi mafiosi, hanno ucciso centinaia di civili: donne, vecchi e anche bambini solo per poter imporre la loro volontà e depredare tutti di tutto. È la storia dei fratelli Kani.

Tarhuna era una felice cittadina a Sud di Tripoli: una ricca falda acquifera per anni aveva permesso una buona agricoltura: ai tempi degli italiani molti coloni avevano fattorie attorno a Tarhuna, agrumi, olive, bestiame. Gheddafi aveva buoni rapporti con alcuni clan locali, che gli garantivano fedeltà, e anche per questo la Giamahiria aveva sempre trattato con un occhio di riguardo la municipalità di Tarhuna.

Allo scoppiare della rivoluzione una famiglia di 7 fratelli disperati, gente senza arte né parte, capì che il vuoto lasciato da Gheddafi poteva essere riempito rapidamente. Ieri Human Rights Watch ha pubblicato un report sui massacri che questi fratelli hanno messo a segno quando sono riusciti ad avere la città in pugno. I testimoni ascoltati dalla ricercatrice di HRW Hanan Salah raccontano il loro metodo: “Questi sette fratelli erano gente miserabile, un branco di iene che appena possibile litigavano fra di loro, si picchiavano con bastoni anche mentre erano a funerali o matrimoni”, dice Hamza Dilaab.

Quando esplose la rivoluzione, buona parte di Tarhuna all’inizio rimase fedele a Gheddafi. I Kani avevano conti da regolare con una famiglia di loro cugini che erano sempre stati gheddafiani, e iniziarono uccidendoli uno alla volta, facendosi poi passare per rivoluzionari. Ma questo avviò una faida, un ciclo di vendette, e Alì, il più giovane dei fratelli Kani, venne assassinato. Immediatamente gli altri fratelli lo trasformarono in una leggenda, un “martire”: i Kani risposero poi andando a caccia non solo degli assassini, ma uccisero decine di persone, sterminarono le intere famiglie dei loro rivali.

Sempre più velocemente, i Kani furono capaci di impossessarsi di armi, di prendere il controllo della polizia locale, di rastrellare armi pesanti. Riuscirono a battezzarsi come “Settima Brigata”, a Tripoli bussarono al ministero della Difesa e degli Interni e si fecero riconoscere come “milizia autorizzata”. Iniziarono a ricevere migliaia e migliaia di dollari dal governo per mantenere l’ordine a Tarhuna e tenere le milizie rivali di Tripoli lontane dalla capitale.

I racconti dei cittadini di Tarhuna a Hrw sono agghiaccianti: irruzioni in abitazioni per uccidere il vecchio padre, i fratelli di un uomo e ordinargli di andare a terrorizzare il resto della famiglia perché offrisse miliziani, soldati da arruolare nella milizia che aveva sterminato i loro stessi parenti. In città di Kani controllavano tutto: un piccolo cementificio, uno shopping mall, taglieggiavano i negozianti, gestivano una lavanderia. Ma poi controllavano i traffici dei contrabbandieri di petrolio e di droga, dei trafficanti di migranti. Taglieggiavano tutti i gruppi criminali, presentandosi come la polizia della zona. Il capo del loro piccolo stato era diventato Mohammed, il secondo per età, salafita convinto, l’unico con un minimo di educazione. Sotto di lui c’era Abdul Rahim, incaricato della “sicurezza interna” in città. Era il primo fra gli assassini, il capo delle squadre della morte della milizia.

I testimoni di Hrw raccontano che “decine di noi fuggivano a Tripoli, andavano dal governo a raccontare cosa succedeva a Tarhuna: ma a Tripoli erano deboli, avevano bisogno della milizia Kaniat, non hanno mai fatto nulla”.

All’inizio del 2019, quando Khalifa Haftar lancia il suo assalto a Tripoli, i Kani cambiano padrone e si schierano con il generale. Tarhuna diventa la base avanzata dell’offensiva di Haftar verso Tripoli: arrivano in città consiglieri militari egiziani, emiratini, i russi, dicono anche i francesi che fino all’ultimo hanno aiutato Haftar a colpire le difese del governo di Fayez Serraj.

Nel settembre del 2019 un drone turco colpisce un convoglio della milizia, uccidendo Mohsen Al Kani e il fratello più piccolo Abdul Adhim. È l’inizio del terrore totale: decine e decine di uccisioni, di rapimenti ogni notte, per continuare a tenere in pugno la città. Giugno 2019, le truppe di Tripoli liberano Tarhuna: quel che rimane dei fratelli Kani e delle milizie di Haftar si ritirano verso Bengasi. In città le prove del loro sterminio sono nascoste sotto terra.

Da giugno Tripoli ha inviato a Tarhuna esperti forensici, della polizia e degli ospedali: hanno iniziato a scavare, decine di tombe nella sabbia, fosse comuni. Hanno trovato di tutto, donne, vecchi, bambini, perfino malati seppelliti con flebo e lenzuola dell’ospedale, come se fossero stati interrati ancora vivi, trasferiti in fretta e furia dalle corsie prima della fuga verso Est.

Kamal Abubakr, il capo della autorità per i Dispersi in guerra del governo di Tripoli, dice che i “missing” registrati di Tarhuna sono 350. Ma stanno raccogliendo i racconti dei parenti, delle famiglie: i desaparecidos i cui corpi sarebbero seppelliti sotto terra, anche nel deserto, potrebbero essere anche 1.000. Da quando nel 2015 a Tripoli arrivarono le prime denunzie delle violenze, degli orrori dei fratelli Kani il governo non è riuscito a fare nulla. L’unica cosa che possono fare, adesso, e scoprire dove sono finite le vittime della furia dei fratelli Kani.

Fonte: Repubblica

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