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Sarà un’estate frenetica in Libia. L’appuntamento del 24 dicembre per le elezioni presidenziali e parlamentari sembra lontano, ma tutto si muove in quella direzione, fra mille difficoltà, prima fra tutte la mancanza di una legge elettorale sulla quale si sta ancora negoziando.

Nelle ultime ore una notizia riporta direttamente alla battaglia tra i vari candidati e gruppi politici del Paese: la Procura militare libica ha emesso un mandato di cattura per Saif al Islam Gheddafi, il figlio del colonnello che dalla rivoluzione del 2011 è rimasto prima agli arresti a Zintan e poi di fatto è stato liberato dalla milizia che lo teneva in custodia. Saif due settimane fa ha rilasciato una lunga intervista al New York Times, la prima da quando nel novembre 2011 era stato catturato dai miliziani di Zintan nel Sud del Paese.

Saif, che ha ancora un forte seguito in LIbia, diceva apertamente di essere pronto a tornare: “Sono stato lontano dal popolo libico per dieci anni. Devo tornare lentamente, lentamente come in uno spogliarello…”. Era l’erede designato del colonnello Gheddafi: legalmente è ancora ricercato dalla Corte penale internazionale, ma in Libia ormai viene considerato espressione di un gruppo tribale e politico ancora rilevante, perfettamente in grado di correre alle elezioni.

“Gli uomini che erano le mie guardie adesso sono miei amici”, diceva Saif al Times, aggiungendo di credere che il suo movimento politico potrebbe aiutare a ritrovare l’unità perduta del Paese: “Hanno violentato la Libia, è in ginocchio, non ci sono soldi, nessuna sicurezza. Non c’è vita qui. Vai alla stazione di servizio: non c’è gasolio, non c’è benzina. Esportiamo petrolio e gas in Italia e qui abbiamo blackout. È più di un fallimento. È un disastro totale”. Un messaggio “populista”, contro il disordine portato dalla rivoluzione, che ha una forte presa in Libia, un Paese che a 10 anni dal rovesciamento del Colonnello vive una crisi politica, economica e sanitaria drammatica.

Molti osservatori di cose libiche ritengono che la mossa della Procura militare libica sia stata dettata dagli ambianti politici che più di ogni altro temono in ritorno in politica di un Gheddafi. Secondo una fonte, il procuratore militare è vicino alla brigata “Nawasi”, una delle formazioni che in questi anni ha preso il controllo di Tripoli. Mentre il procuratore generale “civile” nei mesi scorsi aveva aperto un’indagine su Saif non riscontrando nessuna accusa che potesse essere perseguita in tribunale.

Molti altri leader politici comunque temono Saif al Islam: i primi sono i capi della Cirenaica vicini al generale Khalifa Haftar (che vorrebbe candidare il figlio Saddam) e al presidente della Camera dei rappresentanti Aguila Saleh. Quest’ultimo ha detto chiaramente che “l’imputato presso la Corte penale internazionale non può candidarsi alla presidenza”. Ma, appunto, ha fatto riferimento alla procedura aperta per crimini contro l’umanità al Tribunale Onu, mentre al momento non c’erano procedimenti in un tribunale libico.

Nell’Est i gheddafiani sono rimasti molto forti, sia perché la tribù dei Qaddafiya è molto presente da Sirte fin verso Bengasi, ma anche perché politicamente quella regione ritiene di aver subito una rivoluzione che è stata guidata da milizie e capi politici di Tripoli e Misurata. Per questo personaggi come Haftar e Saleh temono la rivalità di Saif Gheddafi, capace di pescare nel loro stesso bacino di consensi.

Il figlio dell’ex leader libico aveva costruito un profilo politico molto bene accetto anche in Occidente. Saif aveva ottenuto nel 2008 un master in Scienze politiche alla London School of Economics. Il padre lo aveva incaricato di una serie di mediazioni internazionali in cui era stato apprezzato come negoziatore affidabile e credibile.

Fonte: Repubblica

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