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Il 24 novembre la sonda Dart della Nasa decollerà dalla Vandenberg Space Force Base in California per andare a colpire e deviare un asteroide. È la prima missione di difesa planetaria per proteggere la Terra da un futuro (possibile) impatto con un corpo celeste. Nell’autunno 2022, Dart si lancerà contro Dimorphos, il più piccolo di due asteroidi che orbitano assieme, per osservare quanto il “proiettile” costruito dall’uomo sia in grado di deviarne la traiettoria. Inizieremo così a farci un’idea di come si potrà in futuro dare un calcio a uno di questi oggetti che potrebbero entrare in collisione col nostro Pianeta. E, in definitiva, evitarci la fine che hanno fatto i dinosauri.

Assieme a quella americana, partirà anche la prima missione tutta made in Italy nello spazio profondo, LiciaCube, il microsatellite grande come una scatola da scarpe, finanziato dall’Agenzia spaziale italiana. LiciaCube sarà la testimone dell’impatto, grazie alla sua intelligenza artificiale per navigare in autonomia, riconoscere e puntare l’obiettivo con le sue camere. A costruirla è stata Argotec, piccola azienda torinese che si occupa di sistemi spaziali, che durante la pandemia non si è mai fermata. Anzi, ha continuato ad assumere e investire spiega David Avino, fondatore e Ceo di Argotec. Che racconta il lavoro con Asi e Nasa per questa missione che potrebbe “salvare l’umanità”. E dei progetti futuri per la sua creatura: dai microsatelliti per portare connessione e navigazione sulla Luna al comfort per gli esploratori del cosmo fino agli hotel per turisti spaziali.

114538489 d550413f 8734 4a00 b659 f4a3debeb075 - LiciaCube, la sonda italiana che volerà verso l’asteroide. “Sarà testimone della missione per difendere la Terra”
David Avino, fondatore e Ceo di Argotec 

Partiamo da LiciaCube, ora che sta per partire con la missione Dart della Nasa. In sintesi cosa farà?

Dart è una missione completamente nuova, mai tentata in passato, di difesa planetaria, La Nasa spedirà una sonda di 450 chili a 11 milioni di chilometri dalla Terra, andrà a impattare un asteroide di 160 metri di diametro (Dimorphos, il più piccolo di un sistema di due asteroidi ndr). Noi con Liciacube, alcuni giorni prima dell’impatto, verremo estratti dalla sonda, apriremo i pannelli solari e accenderemo i computer di bordo. Inizieremo a seguire Dart verso l’asteroide.

Per la prima volta l’uomo proverà a deviare intenzionalmente un asteroide per osservarne gli effetti. Liciacube dove sarà?

Noi ci terremo a dovuta distanza con una manovra di evasione, per evitare detriti dalla collisione. Osserveremo da alcuni chilometri la nuvola, quello che in gergo chiamiamo il plume, che si tirerà su dall’impatto. Da lì scatteremo foto, saremo i testimoni oculari. Eseguiremo le manovre dal centro di controllo, qui a Torino.

Una volta staccatasi dalla sonda, LiciaCube sarà “sola” nel suo viaggio. Come farà a manovrare?

In modo automatico, perché tra noi e l’asteroide la distanza è tale che il segnale impiega 40 secondi dalla Terra. Liciacube quindi dovrà essere autonoma. È dotata di un sistema di navigazione che sfrutta algoritmi di Intelligenza artificiale. Grazie alle camere a bordo per riconoscere gli obiettivi che deve puntare. Non solo la sonda madre per seguirla, ma anche l’asteroide. Per sapere dove guardare quando si arriverà a destinazione.

Come l’avete “allenata”?

Abbiamo creato un gemello della sonda in un ambiente simulato qui a Torino, per addestrarla con il machine learning a riconosce gli obiettivi, la sonda e l’asteroide, che a molti chilometri di distanza sono appena due puntini, nelle stesse condizioni di illuminazione. Questo fa sì che grazie alle nostre ottiche possiamo navigare in modo autonomo. È tutto fatto qui nella nostra azienda, il team software e Intelligenza artificiale ha potuto provare e riprovare le simulazioni.

LiciaCube è la prima missione tutta italiana nello spazio profondo. Una missione finanziata dell’Agenzia spaziale italiana (Asi).

È sicuramente una prima importante, abbiamo lavorato direttamente con Nasa per le interfacce tecniche e con Asi per gli obiettivi dettati da comunità scientifica italiana, che ha richiesto requisiti specifici per le camere, per esempio. Lavorare direttamente con Asi e Nasa e gli scienziati italiani è stato un valore aggiunto.

Come siete arrivati alla Nasa?

Lavoravamo già con la Nasa per la sonda Argomoon (un altro microsatellite che volerà con la prima missione del programma Nasa Artemis, ndr). Hanno conosciuto la nostra azienda e apprezzato il nostro approccio e la nostra piattaforma tecnologica molto avanzata. Hanno cominciato a capire come funzionava e per questa missione hanno chiesto ad Asi una piattaforma proprio come Hawk.

Hawk è la piattaforma, il “modello” di satellite con cui avete costruito Liciacube. Cos’ha di particolare?

È un microsatellite che ha all’interno sistemi di propulsione, radio, computer e genera energia con i pannelli solari, tutto in uno spazio molto ridotto. Non è un cubesat, ma un satellite a tutti gli effetti. Piattaforma studiata non solo per le orbite basse orbite terrestri, ma per andare lontano e per durare molto nel tempo nelle condizioni avverse dello spazio profondo. Liciacube pesa 15 chili ma Hawk è versatile, può essere ingrandita fino a 55, con gli stessi sistemi ma ospitando strumenti più pesanti, per esempio computer di bordo camere più potenti e fornire servizi come comunicazioni od osservazione della Terra. E a differenza dei cubesat, possono durare 5-7 anni nello spazio. Ancora di più in orbita terrestre.

E portare “internet” sulla Luna. Andromeda è il progetto per una costellazione di satelliti attorno alla Luna per fornire il servizio di telecomunicazioni e navigazione. Parliamo di uomini ma anche i rover e i lander, i robot che invieremo sulla superficie. Sono già pianificate un centinaio di missioni nei prossimi sette anni. Anche su lato nascosto della Luna. Ma questo è il futuro immediato. Stiamo già lavorando da alcuni mesi come prime contractor di uno studio per l’Esa sul MarsComNav, per l’estensione di questo sistema di comunicazioni e navigazione su Marte.

Cos’altro si potrebbe fare con questi microsatelliti?

Ci sono tante applicazioni per potenziali costellazioni attorno anche alla Terra stessa. Tanti servizi da integrare con quello che fanno satelliti di grandi dimensioni ma con costi più contenuti. Hawk è affidabile, garantisce una lunga durata di sistemi e sottosistemi, dall’osservazione Terra alle telecomunicazioni, potrà servire per l’Internet of things che di anno in anno diventa sempre più spinto.

Tante costellazioni significa tanto traffico nello spazio attorno al nostro Pianeta, sempre più affollato e con un problema di detriti spaziali.

Questo è uno dei punti fondamentali: lanciamo di tutto nello spazio. Non c’è ancora una normativa rispettata da tutti e abbiamo già fatto danni. Ma presto le norme inizieranno a essere più stringenti. Hawk è stata creata per far sì che fosse sostenibile, perché ha una lunga durata e affidabilità. E abbiamo un piano per parcheggiare i satelliti in orbite sicure alla fine della loro vita, o di farli deorbitare per bruciare in atmosfera.

Argotec è un’azienda “giovane”. È vero che avete continuato ad assumere anche durante la pandemia?

Sì. L’età media dei nostri dipendenti è attorno ai 30 anni. In tutto siamo una settantina, una ventina assunti in questi ultimi due anni e abbiamo ancora 10-15 posizioni aperte. La nostra filosofia è quella dell’in house concept, appena abbiamo soldi li investiamo per un nuovo laboratorio e per far crescere al massimo le nostre competenze. Così riesci a tenere i costi contenuti e far fronte alle scadenze. Controllando tutto il processo ricerca e sviluppo.

Proprio le scadenze con la Nasa erano pressanti, due missioni in partenza, Dart e Artemis I.

È stato un anno particolare, stavamo aprendo laboratori, una sede negli Usa. Appena scoppiata la pandemia eravamo già in parte in remote working, e abbiamo continuato in questo modo. Nella fase di integrazione dei satelliti abbiamo usato telecamere nella camera bianca, per avere meno operatori possibile sul posto, e tutti gli altri da casa per ricevere immagini e seguire le procedure, le verifiche del satellite e i test. Anche questo ci ha fatto crescere. Ma da settembre 2020 abbiamo voluto tornare in azienda, abbiamo investito in nuovi spazi, altre centinaia di metri quadrati, per lavorare in sicurezza. E per fortuna non abbiamo avuto nessun caso di Covid al nostro interno.

Nello spazio avete già portato cibo di qualità per gli astronauti, la prima macchina da caffè espresso. Cosa vi frulla in testa ora?

Ci frulla in testa di continuare a lavorare per lo human space flight e sul comfort per gli esploratori spaziali. Ci sono tre tipi di esploratori: prima vengono gli astronauti, il secondo livello sono i lavoratori, se continueremo ad avere stazioni orbitanti e una colonia lunare, saranno quelli che faranno funzionare i sistemi abitativi e magari altre attività mining estrazione nuove risorse. La terza sono i turisti spaziali. Sembrava impossibile ma nel giro di pochi anni sono arrivati. Non solo voli suborbitali, parlo di popolare hotel spaziali. Si stanno investendo tanti capitali in questo, anche di privati. Diverrà realtà, sarà solo per ricchi all’inizio, poi in futuro sempre più accessibile. Di cosa hanno bisogno? Di vivere bene anche nello spazio. Sistemi termici, luci, comunicazioni, caffè, entertainment.

E come ci state lavorando?

Abbiamo lanciato un sistema, Open space, per far sì che aziende che arrivano da settori diversi, come è successo con la macchina da caffè espresso, possano capire che i loro prodotti possono arrivare nello spazio. Collaborano con un nostro team sui bisogni di elettronica e design per farli funzionare in orbita. Sviluppi che portano poi a ritorni anche sulla Terra. Un esempio banale: con un’azienda di illuminotecnica studiamo l’illuminazione dei moduli spaziali per bioritmi degli astronauti. Nello spazio devi avere luci che si addicano al ritmo circadiano, notte-giorno. La cosa bella, quando cominci a studiare queste cose, è che i risultati ti ritornano sulla Terra, per esempio con nuovi brevetti. Con Lavazza è successo.

Com’è nata Argotec?

Il salto verso lo spazio è un pallino che ho fin quasi da bambino. Sono nato nel 1971, quando le missioni Apollo sulla Luna erano al termine ma rimasi folgorato dalle prime sonde della Nasa su Marte. Sono nato a Foligno da genitori casertani, mio papà era militare, ho frequentato l’Accademia militare e sono stato ufficiale dei paracadutisti per dieci anni. Laureato in informatica, poi ho lavorato con Esa all’estero. Un’esperienza di sette anni nel settore dello human spaceflight, ho seguito i primi voli degli astronauti europei sulle Soyuz russe, gli esperimenti e l’addestramento. Poi sono tornato in Italia per fare qualcosa di mio. Ho cominciato da casa, con mio figlio piccolo che frignava nell’altra stanza.

Come i garage dei giovani innovatori.

Il primo ufficio in realtà fu una portineria dismessa nel mio palazzo, in corso Ferrucci 95 a Torino. Un buco, una stanza e un bagnetto. Coordinavo gruppo che faceva training e operazioni per gli astronauti europei, ma io volevo fare ingegneria, veri e propri prodotti. Poi ci siamo staccati, era una stanza sola ma un laboratorio fighissimo, ci abbiamo lasciato il cuore.

Come ci si sente a vedere la propria sonda partire per lo spazio profondo, in una missione che potrebbe contribuire a “salvare l’umanità”?

Assolutamente contento e orgoglioso del team dei ragazzi che abbiamo dei colleghi e dei sacrifici. Ma io sono particolare: non riesco a festeggiare, non mi concentro sul momento che è già iniziato tempo fa, penso a quello che sarà Argotec nel futuro.

Fonte: Repubblica

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