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201406770 e79ddf8b 5972 41c1 a6b2 e64d94575ec9 - Lo scoop postumo di Neil Sheehan: "Così svelai i Pentagon papers"

Quando i Pentagon Papers apparvero sulla prima pagina del New York Times il 13 giugno del 1971, Neil Sheehan, l’autore di uno dei più famosi scoop della storia del giornalismo, aveva 34 anni. Otto anni prima, finita la leva in Corea del Sud, aveva seguito, come capo dell’ufficio dell’Upi (allora una delle principali agenzie di stampa Usa) a Saigon, gli inizi della guerra americana in Vietnam, per poi diventare il corrispondente dal Pentagono del quotidiano newyorchese. 

   Sheehan, che è morto ieri nella sua casa di Washington (era malato di Parkinson), non aveva mai voluto rilevare come aveva ottenuto i documenti che lo avrebbero reso celebre (nel 1988 ha ottenuto anche il premio Pulitzer) e che scossero in modo definitivo le coscienze di un’America turbata dalla lunga guerra nel sud-est asiatico, che quattro anni dopo sarebbe finita nella prima grande disfatta militare degli Stati Uniti.

   Quando apparve il primo articolo, titolato in prima pagina solo a quattro colonne (oggi sarebbe impensabile) con due semplici righe – “Archivio Vietnam: Studio del Pentagono traccia tre decenni di crescente coinvolgimento degli Stati Uniti” – Sheehan era già convinto (lo aveva scritto qualche mese prima in un saggio sulla New York Times Book Review) che la guerra del Vietnam rientrasse nella categoria ‘crimini contro l’umanità’. I documenti, ottenuti grazie a Daniel Ellsberg – economista, attivista politico e analista militare – gli confermarono quello che già pensava.

Finora si era creduto che Ellsberg avesse semplicemente consegnato a Sheehan i documenti che aveva trafugato dal ministero della Difesa – sui Pentagon Papers sono stati scritti libri e saggi, c’è un film del 2003, un documentario candidato all’Oscar nel 2009 – ma con la morte del giornalista, il New York Times ha rivelato adesso come andarono veramente le cose. Lo raccontò nel 2015 lo stesso Sheehan, già affetto dal Parkinson, in una lunga intervista (quattro ore) a Janny Scott, famosa reporter e scrittrice che aveva lavorato per molti anni al New York Times, ponendo la condizione che nulla di quell’intervista sarebbe uscito finché lui fosse rimasto in vita. Il quotidiano e la reporter hanno rispettato i patti e ieri hanno potuto rendere pubblica la vicenda.

È un grande racconto su come è nato veramente quel famoso scoop, che portò ad una sentenza della Corte Suprema che è ancora vista come una pietra miliare nei rapporti tra governo e stampa. Settemila pagine di documenti che – scrive adesso Janny Scott – Sheehan ha trafugato a sua volta con l’inganno a Ellsberg, che aveva permesso al giornalista solo di leggere i documenti e prendere appunti. Sheehan, approfittando della fiducia dell’analista della Difesa (che gli aveva lasciato le chiavi di casa dove erano nascosti i documenti ed era andato in vacanza) chiamò la moglie Susan (anche lei Pulitzer nel 1983) per farsi aiutare a fotocopiare tutte e settemila le pagine.

Nella più assoluta segretezza, vivendo in un motel di Boston sotto falso nome, tra fotocopiatrici che si rompevano, pagine fotocopiate e nascoste in una stazione di autobus prima e poi in una cassetta all’aeroporto, con altre pagine dove era riconoscibile il nome di Ellsberg incenerite in un barbecue di un diplomatico e le difficoltà ad avere dal New York Times (dove solo due-tre capiredattori erano a conoscenza della cosa) qualche centinaia di dollari per portare a termine l’operazione.

  Una volta ricopiato tutto, Neil e Susan presero un terzo posto sull’aereo che da Boston li ripotava a Washington solo per metterci la valigia di documenti. La Scott riporta anche i ricordi di Sheehan sulla parte finale di quell’avventura: il lavoro con un gruppo selezionato di giornalisti, i dubbi su come avvisare Ellsberg della pubblicazione evitando che lui (timoroso di finire in carcere) rovinasse lo scoop. Infine la pubblicazione, una vera e propria liberazione.

  Quando, poco prima del Natale del 1971, Sheehan e Ellsberg si incontrarono casualmente a Manhattan, il giornalista confessò all’analista militare quello che aveva fatto. “Così li hai rubati, proprio come ho fatto io”, disse Ellsberg. “No, Dan, non l’ho rubati” gli rispose Sheehan. “E nemmeno tu lo hai fatto. Quei documenti sono proprietà del popolo degli Stati Uniti. Li hanno pagati con il sangue dei loro figli e ne hanno diritto”.

Fonte: Repubblica

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