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Il conflitto in corso fra Israele e Hamas non assomiglia all’ultimo in ordine di tempo, quello del 2014. La guerra attuale è nata sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme Est il 10 maggio, in seguito al tentativo di soldati israeliani venuti a sgomberare famiglie palestinesi dalle loro case a favore di nuovi coloni. Niente a che vedere con Hamas.

Sono stati degli arabi israeliani a opporsi a questi tentativi di espulsione. Le ostilità si sono estese alla Cisgiordania, dove scontri con l’esercito israeliano hanno fatto venti morti in pochi giorni. Le tensioni restano forti nelle città cosiddette “miste”, dove ebrei e arabi israeliani vivono fianco a fianco.

La minoranza araba che vive in Israele è il 20% della popolazione (1,8 milioni di persone). Sono arabi, palestinesi e anche israeliani di seconda fascia, perché spesso discriminati. Hanno diritto di voto (12 deputati su 120 alla Knesset), ma non hanno mai preso parte al governo. È la prima volta che questa popolazione si batte contro l’esercito israeliano.

È a questo punto che si inserisce Hamas, il movimento islamista finanziato dal Qatar e in parte dall’Iran, che sa benissimo che lanciando dei razzi sul Nord di Israele subirà rappresaglie. Hamas, che ha rotto i ponti con l’Autorità Palestinese, che governa la Cisgiordania, cerca così di ritagliarsi un ruolo di primo piano nella lotta contro l’occupante.

Questa volta, più Israele bombarda Gaza, più la solidarietà tra palestinesi si rinsalda. Lo sciopero generale del 16 maggio nelle città arabe ha dimostrato che la lotta contro Israele viene prima delle divergenze fra palestinesi. A Nazareth, la più grande città araba, ha risuonato l’inno palestinese.

Altro elemento nuovo è la mobilitazione di una gioventù che non aveva partecipato all’ultima Intifada, nel settembre del 2000. Una gioventù non necessariamente riconducibile a un partito politico. Questo ha spinto al-Fatah, il primo movimento nazionale palestinese, a tornare al centro della scena per impedire ad Hamas di trarre profitto dalla situazione.

È stato Hamas, però, a lanciare 3.350 razzi sul territorio israeliano, nella maggior parte dei casi intercettati da Iron Dome, il sistema antimissile israeliano. Razzi che hanno fatto 12 morti fra la popolazione israeliana, mentre i bombardamenti su Gaza hanno ucciso 227 persone, di cui 59 bambini.

Un elemento rilevante di questa nuova guerra è la volontà della destra e dell’estrema destra israeliane, rappresentate dal primo ministro Benjamin Netanyahu, di rifiutare qualsiasi compromesso. Come ha detto un manifestante il giorno dello sciopero: «Per Israele, i palestinesi sono indesiderabili, ovunque vivano».
Lo scopo di Netanyahu è di arrivare a un giorno in cui non ci siano più palestinesi.

Il 19 luglio 2018 il Parlamento israeliano ha adottato una legge che proclama Israele «Stato-nazione del popolo ebraico», con l’ebraico come unica lingua ufficiale e Gerusalemme unita come capitale. Gli insediamenti ebraici sul territori palestinesi sono considerati “rilevanti per l’interesse nazionale”. Questo vuol dire anche che quel 20% di israeliani arabi dovranno andare via, un po’ come nel 1948!

Questa nuova guerra si svolge dopo gli accordi di Abramo, con i quali alcuni Paesi arabi hanno riconosciuto Israele e accettato di allacciare relazioni con Tel Aviv.
Ciononostante, nella maggior parte delle città arabe ci sono state manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese. Le due parti ora hanno accettato una tregua, grazie alla diplomazia egiziana e americana, ma nulla garantisce che la pace durerà. Hamas grida vittoria mentre le famiglie seppelliscono i loro morti. La speranza del movimento islamista è di diventare interlocutore di Israele. Qualcuno ha detto: «Alla fine anche gli americani hanno negoziato con i talebani, perché non dovrebbe succedere lo stesso con Hamas?»

Ma tutto questo fa parte di un ingranaggio che un giorno o l’altro ripartirà, perché la maggioranza israeliana rifiuta la negoziazione: quello che esige è che non ci sia più nessun palestinese a contrariare i progetti di uno Stato-nazione ebraico e Gerusalemme unita come capitale. Questo conflitto vecchio di oltre 70 anni è ancora lontano da una conclusione.

(Traduzione di Fabio Galimberti)
 

Fonte: Repubblica

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