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L’AIA – L’eterno ragazzo-premier Mark Rutte è così sicuro di vincere le legislative anche stavolta da aver già chiesto ai leader dei partiti che potrebbero formare la nuova coalizione di affrettarsi a far nascere un governo all’indomani del voto, giovedì stesso se possibile. Non c’è tempo da perdere perché la pandemia sta funestando anche l’Olanda, e lui non intende aspettare i sette mesi che ci vollero alle elezioni di quattro anni fa per la nascita di un nuovo esecutivo. Secondo i sondaggi più recenti dovrebbero accadere «cose incredibili» perché, domani, lui e il suo Partito popolare per la libertà e la democrazia (VVD) non si confermino rispettivamente primo ministro dei Paesi Bassi e formazione con più seggi in Parlamento (ne ha 33 e dovrebbe guadagnarne tra i 31 e i 38) . Così com’è molto verosimile che ottengano la maggioranza anche gli altri partiti del Rutte III, dimissionario per uno scandalo legato alle prestazioni previdenziali, in cui molte famiglie sono state ingiustamente accusate di frode.

A capo del governo olandese dal 2010, Mark Rutte si presenta come il simbolo della continuità, dell’affidabilità e di conti pubblici che scoppiano di salute. E poco importa se gli manca il carisma del grande tribuno, e se il suo solo aspetto glamour siano le cravatte Armani. Dalla famiglia d’imprenditori calvinisti da cui proviene ha ereditato uno spiccato senso del dovere, il rigore e un amore spassionato per il lavoro. Ex enfant prodige della politica olandese, Rutte, 54 anni, ne ha soltanto 16 quando decide di abbandonare una promettente carriera di pianista per entrare nel VVD. Appena laureato in Storia all’università di Leida, dove diventa membro della potente confraternita Minerva, viene assunto come direttore del personale dalla multinazionale Unilever. Dieci anni dopo, nel 2002, partecipa al primo governo di Jan  Peter Balkenende da sottosegretario agli Affari sociali. Otto anni più tardi, a soli 43 anni, diventa il più giovane primo ministro olandese.

Il liberale Rutte si è sempre proclamato un fervente ammiratore di Winston Churchill e di Margaret Thatcher, le due icone dei conservatori britannici, non si è mai sposato e conduce da sempre uno stile di vita molto morigerato. Ancora insegna educazione civica due ore a settimana in una scuola di un quartiere disagiato dell’Aia, possiede un’auto usata e abita sempre nell’appartamento che acquistò quand’era studente. Fino alla morte della madre, avvenuta in piena pandemia, ogni martedì l’invitava a cena in un ristorante indonesiano. Era questo il solo svago che gli si conosceva.

I suoi governi vantano innegabili successi economici. Bastano due dati: la crescita economica che si è assestata intorno al 2,3%, un dato che i Paesi Bassi non raggiungevano da prima della crisi ossia dal 2008; e il tasso di disoccupazione tra i più bassi d’Europa, che consiste in un piccolo 5,4%, con una vistosa riduzione dall’aprile 2013, e che è continuato a calare fino all’inizio della pandemia. Per il suo pragmatismo e per una versatilità politica che ha sempre consentito di adattarsi alle situazioni più difficili, gli olandesi lo chiamano il “Camaleonte”.

Nel 2016, dopo il successo del referendum contro l’accordo europeo con l’Ucraina riuscì, per esempio, a strappare in extremis un emendamento che gli ha consentito di scavalcare il voto anti-Ue. E dopo la vittoria della Brexit in Gran Bretagna e di Trump negli Stati Uniti, alle legislative di quattro anni fa fu il primo leader democratico che riuscì a fermare l’onda populista incarnata nei Paesi Bassi dal candidato xenofobo Geert Wilders. Com’è verosimile che ci riuscirà anche domani. Paladino del libero mercato e contrario a una gestione unicamente bicefala franco-tedesca delle riforme europee, per Rutte ogni Paese deve essere responsabile della propria politica economica, soprattutto quelli che spendono troppo ai quali vorrebbe che Bruxelles imponesse importanti riforme strutturali. Tutti ricorderanno, l’estate scorsa, la sua strenua opposizione al generoso Recovery fund che è stato comunque votato dall’Unione europea a favore dei Paesi più colpiti dal Covid.

Nel corso del suo ultimo governo, il Rutte III, naufragato per uno scandalo dal quale è riuscito a uscirne immune con un’abile piroetta politica, ha dotato la polizia di più mezzi, ha incoraggiato l’esperimento di coltivazioni di cannabis sotto il controllo dello Stato e ha abbassato le tasse per i lavoratori e per le imprese. C’è chi dice che non abbia saputo percepire o interpretare le inquietudini degli olandesi. Quelle che riguardano il futuro dei loro figli, e soprattutto quelle legate all’arrivo dei migranti n un Paese già iper-antropizzato. Rutte ha perciò cercato di recuperare il terreno perso, riappropriandosi dell’idea di un’identità nazionale in pericolo. Una mossa che non è piaciuta a tutti i suoi sostenitori ma che ha tolto la terra sotto ai piedi dei sovranisti. Due giorni fa, forse per guadagnare altri consensi, “Rutte il docile” come lo chiamano i suoi rivali politici, ha ammesso di non andare a messa quanto vorrebbe. Ma ha poi aggiunto che «tutte le sere» prega.

Fonte: Repubblica

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