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LONDRA – Davvero, dopo le ultime uscite e pessime mosse politiche, Boris Johnson potrebbe essere defenestrato dal partito conservatore ed essere sfiduciato, come si specula in maniera crescente da giorni a Whitehall e sui giornali? Regola numero uno: a meno di costrizioni familiari e improvvise, il primo ministro britannico non si dimetterà mai. Secondo: mai sottovalutare Boris Johnson. Perché, oltre a indiscutibili doti politiche, possiede un istinto di sopravvivenza raro, come dimostrato più volte in passato, anche da sindaco di Londra. Tuttavia, Johnson deve fare molta più attenzione che in passato. Perché lo scenario politico sta cambiando, soprattutto nel partito conservatore. E perché Rishi Sunak, il giovane e rampante 41enne ministro delle Finanze, sta diventando una minaccia sempre più grossa per la leadership, e non è il solo a incarnarla. C’è anche una donna.

Il caso Paterson

 

Ma andiamo con ordine. Johnson si è cacciato in un guaio politico qualche settimana fa, quando ha deciso di salvare Owen Paterson, un deputato conservatore di lunga data additato da una commissione Parlamentare bipartisan di aver fatto lobby e ottenuto guadagni sfruttando indebitamente il suo seggio nella Camera dei Comuni di Westminster. Così il primo ministro, anche per l’amicizia che lo lega a Paterson, “si è andato a schiantare in rettilineo”, metafora automobilistica sua: prima ha ordinato al suo partito di votare una legge in difesa di Paterson e altri casi simili, costringendo molti tory riluttanti a sacrificare la propria etica e reputazione. Poi, di fronte alle enormi polemiche generate, ha fatto una clamorosa marcia indietro, costringendo Paterson alle dimissioni.

Ovviamente, molti deputati conservatori, che per Paterson ci hanno messo la faccia, sono andati su tutte le furie. Di lì sono ripartite le accuse di “sleaze”, ossia di “immoralità politica”, contro il partito conservatore. Una battaglia cavalcata, seppur in maniera non proprio convincente, anche dai laburisti guidati da Keir Starmer. Pochi giorni dopo sono emerse nuove ombre sui contratti governativi in piena pandemia Covid (tecnicamente detti “Ppe”, ossia per procurarsi mascherine, materiale protettivo e test in fretta e furia nel 2020), con addirittura “corsie preferenziali Vip” per gli amici e finanziatori del partito conservatore, per ottenere appalti fino a centinaia di milioni di sterline. In uno di questi, è finito di nuovo nella bufera Paterson. Le minute di un incontro tra Downing St e la società Randox per cui l’ex deputato ha fatto lobby per un multimilionario contratto “Ppe” sono incredibilmente scomparse. Nessuno nel governo Johnson sa dove siano finite.

Il freno all’Alta velocità

Le polemiche sono dunque inevitabilmente cresciute. Nel frattempo, Johnson ha ripudiato una promessa nero su bianco nel suo programma per le elezioni politiche vinte nel 2019: è stato stralciato, infatti, il progetto di linea ferroviaria ad alta velocità tra Manchester e Leeds, ovvero una delle “ricompense” agli ex elettori laburisti ed operai del Nord e del centro (Midlands) dell’Inghilterra che hanno fatto trionfare il primo ministro alle elezioni di due anni fa. Il problema è che si è speso troppo durante la pandemia per sovvenzionare imprese e lavoratori (circa 25 punti di debito in più) e quindi un progetto come l’alta velocità tra Manchester e Leeds il governo non può più permetterselo. Ma questo non è piaciuto affatto a molti elettori locali, alcuni dei quali si stanno già pentendo di aver dato il voto ai tories. 

Peppa Pig e gli industriali

L’altro giorno, però, Johnson poteva parzialmente rifarsi con un discorso alla Confindustria inglese (Cbi) i cui imprenditori (che non hanno dimenticato il “fuck business” del primo ministro durante la campagna referendaria sull’uscita dall’Ue nel 2016) sono sempre più inquieti per le serie disfunzioni di cui sta soffrendo l’economia britannica: inflazione alta (4,3%), grave crisi energetica, mancanza cronica di lavoratori e autisti, Brexit e ovviamente il Covid. 

Ma Johnson, per usare le sue metafore motoristiche, è stato protagonista di un altro “frontale”. Perché il suo discorso è stato surreale, a tratti disastroso: apparso in cattiva forma, ha perso più volte il filo del discorso perché aveva i fogli del testo disordinati. Poi, nello stupore generale, ha divagato a lungo sul cartone animato Peppa Pig dopo una visita al parco giochi a tema con la moglie Carrie e il piccolo Wilfried. Tanto che un giornalista di Itv, a caldo, ha dovuto chiedergli: “Primo ministro, ma lei è sicuro di stare bene?”.

L’assistenza sanitaria

Poche ore dopo, a Westminster, si è consumata un’altra controversia politica del governo e del partito conservatore. Perché due notti fa i tories hanno votato (nonostante circa 60 ribelli colmati solo dall’ampissima maggioranza parlamentare di cui gode Johnson) un nuovo disegno di legge sull’assistenza sociale e sanitaria che fissa il tetto alle spese per tutti – al di là del reddito e dei patrimoni di ogni individuo – a circa 100mila euro all’anno (nel corso di una vita). Cosa vuol dire? Che soprattutto gli inglesi più poveri, spesso proprio al Nord ex laburista ed operaio, potrebbero essere colpiti sproporzionatamente da questo provvedimento, e qualcuno sarà costretto anche a vendersi casa per pagare l’assistenza medica e sociale. Un argomento che aveva già colpito, duramente, la reputazione di Theresa May.

Ma che cosa c’entra in tutto questo il giovane ministro delle Finanze di origine indiana ed ex banchiere di Goldman Sachs, Rishi Sunak? C’entra perché, in quanto titolare del Tesoro, Sunak è colui che ha messo più freni a Johnson sulla spesa negli ultimi mesi, irritando il primo ministro, che a tal proposito non si pone alcuno scrupolo, come già visto nella sua gestione di Londra da sindaco. Da molti mesi, tra i corridoi di Westminster e Whitehall, si sussurra che Sunak sarebbe un perfetto successore di Johnson: giovane, sveglio, carismatico, intraprendente, e pure di una minoranza etnica, che sfaterebbe così la tradizione dei conservatori in larghissima maggioranza bianchi, anziani, ben istruiti e ricchi.

Il problema, anzi il timore di Johnson e dei suoi, è che Sunak voglia scalzare il primo ministro prima che quest’ultimo lo voglia. Ovvero non prima di un secondo mandato. L’altro giorno la responsabile politica della Bbc, Laura Kuenssberg, ha twittato la bomba: “Una alta fonte di Downing Street mi dice che il discorso di Johnson è stato il caos totale e che nell’esecutivo bisogna mettere ordine il prima possibile”.

Attenzione al glossario di chi bazzica a Westminster e Whitehall: “Alta fonte di Downing Street” non è necessariamente sinonimo di Number 10, ossia del Numero 10 dove Johnson vive e lavora. Perché, ed è quello che oramai tutti pensano tra johnsoniani e non, Kuenssberg avrebbe potuto riferirsi, in realtà, a una alta fonte del numero 9 di Downing Street: ossia dove vive e lavora proprio Rishi Sunak. 

Subito è partita la caccia la “Chatty Pig” di Downing St, ossia il “maiale chiacchierone” nel gergo del primo ministro e dei suoi. Chi sarà stato? Dal Tesoro smentiscono ogni commento, anche in forma anonima, alla giornalista della Bbc. Ma è il chiaro sintomo di un disagio crescente tra il numero 10 e il numero 9 di Downing Street. Nel mirino di Sunak ci sarebbe soprattutto il capo di gabinetto di Johnson, Dan Rosenfield, che il ministro delle Finanze vorrebbe cacciare. Il primo ministro non ci sta, e nemmeno la moglie Carrie che ha sempre più peso nelle decisioni. Anche perché Johnson sa che l’ombra di Sunak su di lui sta crescendo.

Intanto, alcuni parlamentari conservatori hanno consegnato alla Commissione 1922 (quella dei deputati tory senza incarichi di governo) in forma anonima alcune lettere di richiesta di dimissioni di Johnson. Segno che tra i deputati, anche quelli del Nord arrivati a Westminster solo grazie alla straordinaria campagna elettorale di Johnson, stanno crescendo disagio e ribellione.

Sia chiaro, però: questo non è affatto l’inizio di una rivolta decisiva contro Johnson, che rimane ancora molto solido al potere e che resta nettamente il favorito per essere il primo ministro anche dopo le elezioni previste nel 2024, ma che il primo ministro potrebbe anticipare al 2023 per questioni strategiche.

La nuova ministra degli Esteri

Ma è anche vero che lo scenario nel partito conservatore sta cambiando. Se fino a qualche mese fa, Johnson poteva commettere quanti errori e gaffe volesse senza pagare troppo pegno – vuoi perché non c’è mai stata una vera alternativa a lui tra i tories, vuoi perché l’opposizione laburista sinora è stata a tratti imbarazzante – adesso i rivali interni di Johnson tra i tories stanno crescendo. Non solo Sunak, ma anche la nuova ministra degli Esteri Liz Truss, sempre più in rampa di lancio, e che alcuni conservatori considerano già la “nuova Thatcher”. 

Insomma, nonostante le recenti e gravi traversie e nonostante i titoli dei giornali allarmisti, a meno di clamorose sorprese, Johnson sarà ancora saldamente al potere a Downing Street e potrebbe rimanerci per molto tempo. Ma, d’ora in poi, ogni suo errore verrà soppesato molto più che in passato. E favorirà le quotazioni di Sunak e Truss come suoi successori, anche nell’immediato. Perché questa “House of Cards” di Downing Street è soltanto agli inizi e, come nel caso dell’ex rasputin silurato da Johnson, Dominic Cummings, potrebbe ancora riservare molte sorprese e colpi di scena. 

Fonte: Repubblica

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