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Ad aspettare gli americani alle urne il 3 novembre non c’è soltanto la scelta tra Donald Trump e Joe Biden. Il giorno delle elezioni presidenziali è anche quello in cui tantissimi elettori sono chiamati a esprimersi su diverse ballot initiative: petizioni firmate da un numero minimo di elettori, che portano a votazione proposte di leggi o modifiche costituzionali a livello statale, non federale. Quest’anno sono 120 in 32 Stati. E toccheranno i temi più svariati, dal passato razzista del Paese al futuro incerto dei lavoratori 2.0.

Sebbene la costituzione della Georgia le prevedesse in via teorica dal 1777, il sistema moderno risale all’Oregon del 1902. Erano gli anni della rapida urbanizzazione, dell’industrializzazione galoppante, dei monopoli: per i politici riformisti, era il momento di restituire ai cittadini voce in capitolo, consentendo loro di elaborare e approvare leggi senza affidarsi ai rappresentanti. Ironicamente, in un sistema politico bipolare come quello degli States lo strumento ha un significato molto diverso a seconda del luogo in cui è impugnato. Negli Stati “rossi”, roccaforti dei Repubblicani, le ballot initiative propongono spesso leggi progressiste, che arriverebbero altrimenti con molta più difficoltà nei parlamenti statali.

Questa rara forma di democrazia diretta si è rivelata estremamente utile per capire in quale direzione va il Paese. E per prevedere i temi caldi che in futuro investiranno il discorso pubblico nazionale. Ad esempio, già nel 1994 la Prop 187 in California indicava un futuro in cui l’immigrazione irregolare avrebbe spaccato la politica. Il voto che alle Hawaii avrebbe vietato il matrimonio omosessuale nel 1998 prevedeva, invece, la marea di misure anti-LGBT che si sarebbe moltiplicata nel decennio successivo. E la miriade di “referendum” sulla legalizzazione della marijuana negli ultimi anni ha rivoluzionato il modo in cui l’intero Paese discute oggi di droghe leggere.

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In California si fa la storia dei diritti dei lavoratori nella gig economy (e non solo)

 Stato più grande e più prosperoso dell’Unione, la California fa spesso notizia per le sue ballot initiative – e quest’anno non fa eccezione. Con il voto sulla Proposizione 22, nel Golden State si giocherà una partita cruciale tra tech company e governo locale per il futuro dei diritti dei lavoratori. Una legge californiana del 2019 richiede infatti che le aziende che si basano sul lavoro a chiamata – come i servizi di trasporto privato Uber, Lyft e DoorDash – trattino i propri lavoratori come dipendenti piuttosto che come appaltatori indipendenti, assicurando loro salari minimi e tutele.

Le tech company affermano che gli autisti preferiscono invece “la libertà e la flessibilità” e hanno quindi speso circa 200 milioni di dollari per convincere i californiani a sostenere la proposition che li esonererebbe dalla legge. Sono i primi atti di quello che è pronto a diventare un dibattito nazionale sulla regolamentazione della gig economy – ma anche sul futuro della forza lavoro nel suo insieme. Le stesse aziende lo sanno, e stanno cominciando a fare pressioni simili a livello federale.

Sulle spalle dei californiani non pesa però soltanto questa scelta. Diverse delle petizioni nello Stato hanno a che fare con il sistema di giustizia penale: la Proposition 17 ripristinerebbe il diritto di voto di quasi 50mila residenti usciti di galera dopo aver scontato la pena, mentre la Proposition 25 eliminerebbe il sistema della cauzione in contanti, che ha costretto moltissimi colpevoli di reati minori a restare in prigione, incapaci di racimolare la somma necessaria ad essere rilasciati. Un’altra petizione, la 20, va invece nella direzione opposta: se passasse aumenterebbe le pene e ridurrebbe le opportunità di libertà condizionale per chi ha commesso crimini non violenti.

Razzismo e democrazia, dentro e fuori dalle prigioni

Anche altrove il sistema giudiziario è nel mirino: a Columbus (Ohio), e Portland (Maine) potrebbero essere istituite delle commissioni per indagare sulle denunce di cattiva condotta della polizia. Sia nel Nebraska che nello Utah le costituzioni statali potrebbero essere modificate per eliminare delle disposizioni che indicano che la schiavitù o la servitù a contratto possono essere usate come punizione per i crimini – sulla scia delle proteste che hanno gettato nuova luce sul razzismo sistemico di cui è intrisa la storia del Paese. Ha un simile significato anche la ballot initiative che nel Rhode Island cambierebbe il nome ufficiale dello Stato – attualmente “State of Rhode Island and Providence Plantations” – per rimuovere ogni riferimento alle piantagioni, retaggio coloniale. Allo stesso modo, il Mississippi chiede ai suoi residenti di promuovere o bocciare la nuova bandiera: un fiore di magnolia che andrebbe a sostituire quella ispirata alla bandiera degli Stati Confederati.

Non si tratta soltanto di battaglie simboliche. In Oregon e in Virginia, gli elettori sono chiamati a votare per cercare di raddrizzare una delle storture più evidenti della democrazia statunitense: il gerrymandering, ovvero la pratica di ridisegnare i confini dei collegi elettorali in modo particolarmente tortuoso per sfruttare il sistema elettorale maggioritario a proprio favore, escludendo determinate fasce di popolazione – spesso su base razziale o di classe. Gli elettori del Missouri nel 2018 hanno approvato un’iniziativa cittadina che, tra le altre cose, ha modificato il processo di riorganizzazione distrettuale dello stato creando la figura del demografo apartitico, chiamato a disegnare i distretti legislativi in modo più giusto. Il 3 novembre gli stessi elettori sono chiamati a decidere se invertire la decisione o continuare in questa direzione. Ancora più innovativa è la Virginia, dove si potrebbe decidere di privare il parlamento del suo potere di riorganizzazione distrettuale, affidandolo a una commissione bipartisan composta da cittadini e legislatori.

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Non solo marijuana: nell’Oregon sulla scheda elettorale ci sono i funghetti

Ci sono poi gli stupefacenti. Negli ultimi anni le ballot initiative sono diventate uno strumento chiave per i sostenitori della legalizzazione e della depenalizzazione delle droghe. Fin qui, 14 Stati e territori hanno legalizzato la cannabis per l’uso da parte degli adulti e 33 per scopi medici: il 3 novembre Arizona, Montana, New Jersey e South Dakota voteranno per legalizzare la marijuana a fine ricreativo, mentre il Mississippi per scopi medici. La vera sorpresa arriva però dall’Oregon, dove gli elettori potranno dire la loro sulla misura 109. Che, se approvata, renderebbe lo Stato della West Coast il primo a consentire l’uso dei cosiddetti “funghi magici” per la ricerca clinica. Il possesso dei funghi, che è illegale secondo la legge federale, è già stato depenalizzato a Denver (Colorado), Oakland (California) e Ann Arbor (Michigan). Se la proposta dovesse passare, gli individui di età superiore ai 21 anni potrebbero quindi utilizzare la psilocibina in un contesto terapeutico.

Dall’aborto al clima, temi universali si fanno locali

Non verranno risparmiati temi sempreverdi come i diritti riproduttivi e l’azione sul clima. Una settimana dopo la nomina della giudice ultraconservatrice Amy Coney Barrett alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che in molti pensano aprirà le porte al rovesciamento della sentenza che ha legalizzato l’aborto negli Stati Uniti, il Colorado voterà su una proposta che renderebbe illegale l’interruzione volontaria di gravidanza oltre le 22 settimane di gestazione. Ma gli stessi elettori si troveranno anche a decidere su una proposta di congedo di maternità retribuito unica nel suo genere: soltanto 8 Stati su 50 (e Washington D.C.) al momento prevedono programmi di congedo retribuito.

Oltre all’aborto e al congedo di maternità, in Colorado si vota anche su un tema inaspettato: il ritorno dei lupi grigi, scacciati dagli Stati Uniti centrali negli anni Quaranta da una campagna coordinata dagli allevatori che volevano proteggere il bestiame. La loro scomparsa dalle zone montuose ha avuto però conseguenze tragiche per l’ecosistema locale. Così, una vittoria della Proposition 114 potrebbe vedere il ritorno di questi animali, coordinato dalla Commissione statale per i parchi e la fauna selvatica.

A preoccuparsi del proprio ecosistema sembra essere anche il Michigan, dove è stata proposta una misura che mira ad espandere e ristrutturare il fondo fiduciario per la conservazione… alleandosi con l’industria dei combustibili fossili. Per racimolare più soldi per parchi ed aree protette, al Parks Endowment Fund dello Stato sarebbe permesso di vendere contratti di locazione per estrarre petrolio e gas su terreni pubblici.

Più diretta è la Proposta 6 nel Nevada, che richiederebbe alle società statali di ottenere il 50% dell’elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030: un miglioramento netto rispetto all’attuale 25%. La misura in realtà è già stata approvata nel 2018, ma deve però essere sottoposta per legge ad un altro scrutinio.
 

Fonte: Repubblica

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