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BANGKOK – Una condanna a 12 anni di carcere per l’ex premier 67enne della Malesia Najib Razak per uno scandalo da 11 miliardi di dollari che sconvolse il mondo finanziario di mezzo mondo. La sentenza di colpevolezza “aldilà di ogni ragionevole dubbio” è stata emessa stamattina dopo 14 mesi di udienze dall’Alta Corte di Kuala Lumpur. 

Najib, figlio e nipote di ex primi ministri, è rimasto in carica per 9 lunghi anni fino alla sua caduta nel 2018 ed è ancora membro del Parlamento. Ha già annunciato un appello che potrebbe riservare molte sorprese, visto il ritorno al potere in marzo con una sorta di “colpo di stato bianco” del suo ex vice Muhyiddin Yassin, silurato – ma tornato in buoni rapporti con lui – dopo le critiche alla sua gestione del fondo governativo chiamato 1MDB. Il fondo venne creato formalmente dall’ex primo ministro per lo sviluppo economico del Paese, ma in realtà finì in gran parte – almeno 4,5 miliardi – a sua personale disposizione con una serie di operazioni finanziarie senza molti precedenti nella storia della corruzione politica nazionale e mondiale. Lo scandalo gli costò il posto due anni fa e il divieto di lasciare il Paese dopo numerose manifestazioni di piazza e proteste per i dettagli delle sue spese personali e della moglie Rosmah che emergevano dalle indagini. 

Oltre a conti bancari sparsi tra paradisi fiscali e istituti di credito americani e svizzeri, yatch e immobili ai quattro angoli del pianeta, la polizia trovò nella sua casa di Kuala Lumpur un “bottino” di 1400 collane, 300 scatole con 567 borse griffate Hermes e Birkin del valore di centinaia di migliaia di dollari, 423 orologi preziosi, 2200 anelli, 1600 fermagli e 14 diademi che secondo Najib dovevano servire per fare regali a capi di Stato e ufficiali di Paesi alleati.

Ben più consistenti furono i ritrovamenti, segnalati in parte da un’inchiesta del Wall Street Journal nel 2015, di buoni, certificati del tesoro e altre partecipazioni in società e fondi dall’Australia a Hong Kong, dal Lussemburgo all’Indonesia, le Seychelles, Singapore, Svizzera, Emirati Arabi, Inghilterra e Stati Uniti, dove l’FBI mise sotto inchiesta nel 2013 la potente Goldman Sachs per riciclaggio di denaro sporco del fondo 1MDB. Il coinvolgimento nello scandalo per aver garantito obbligazioni risalenti a Najib per 3 miliardi di dollari è costato proprio la settimana scorsa alla grande banca di investimenti americana una compensazione di 3,9 miliardi al governo malese. 

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In attesa di vedere come evolverà il processo con l’appello, la sentenza è stata letta come una sfida dello stato di diritto verso un sistema politico che è tornato a essere guidato dalla stessa coalizione politica del partito “Umno” di Najib. Un partito scosso in passato al suo interno dall’entità delle transazioni attribuite al loro influente membro che ne fu a lungo presidente prima di cedere il potere nel 2018, quando l’inchiesta riprese slancio sotto il governo di Mahatir Mohamad, un altro ex leader Umno rientrato in politica dalla pensione proprio per detronizzare Najib che era stato un suo pupillo ed eliminare il sistema di corruzione imperante. Il ritorno al potere dell’Umno dopo la parentesi di meno di due anni sotto Mahatir, la dice lunga sull’influenza di un partito che ha nominato nei sei decenni del suo mandato quasi tutti i magistrati del Paese. 

Da qui – nonostante la coraggiosa sentenza di oggi – lo scetticismo dell’opinione pubblica che a maggio ha già gridato allo scandalo per il proscioglimento del genero di Najib, il produttore di Hollywood Riza Aziz finanziatore del film “Il lupo di Wall Street”, pellicola piuttosto in tema con lo script dell’inchiesta, filone principale di altre decine di investigazioni che potrebbero in teoria portarlo in carcere per 20 anni.  

Le accuse delle quali Najib è stato dichiarato colpevole oggi sono sette e comprendono abuso di potere, violazione della fiducia e riciclaggio di denaro. L’inchiesta ha preso le mosse dalla testimonianza del banchiere svizzero Xavier Justo, ex direttore di PetroSaudi, dopo la quale il Wall Street Journal scoprì che 700 milioni di dollari erano finiti in diversi conti correnti dell’ex premier, compresi quelli delle British Virgin Islands. Gli investigatori scoprirono poi un megayacht ancorato in Indonesia, un dipinto di Picasso, e le prove dell’investimento da 155 milioni di dollari coi soldi del Fondo per produrre “Il lupo di Wall Street”. 

Najib durante tutte le udienze ha ripetuto di essere stato completamente ignaro delle transazioni avvenute a suo dire alle sue spalle da un certo Jho Low, ricco uomo d’affari malese sparito dalla circolazione con un mandato di cattura. Gli stessi avvocati hanno giocato la carta di una truffa ai danni dell’ex premier che secondo loro era ignaro della provenienza illecita dei soldi, compreso il miliardo e 100 milioni di dollari scoperti nel primo dei suoi conti personali dei quali – hanno assicurato – non conosceva nemmeno il saldo da capogiro. Scettico il capo dei giudici Mohamad Nazlan Mohamad Ghazali che ha pronunciato il verdetto: “Sarebbe straordinario – ha detto – che l’accusato in quanto primo ministro e ministro delle finanze non sapesse niente”.

Resta dunque da attendere il seguito degli eventi, sul quale grava il ruolo del regime di Muhyiddin che sta cercando in tutti i modi di controllare i media indipendenti. Un documentario sul trattamento riservato ai lavoratori migranti privi di documenti durante la crisi del coronavirus è già costato alla tv araba Al Jazeera un’indagine per sedizione, diffamazione e violazione delle leggi sulle comunicazioni. 

Sul piano internazionale, la Malesia gode dell’appoggio di Pechino che secondo diversi rapporti avrebbe usato in passato la sua influenza per cercare di convincere gli Stati Uniti e altri Paesi a smentire le accuse contro Najib di aver “saccheggiato” il Fondo 1MDB. Anche l’Italia ebbe un piccolo ruolo marginale nello scandalo ma non per motivi istituzionali. Attorno al ferragosto del 2014 Najib visitò infatti assieme a sua moglie Rosmah – paragonata dai media a Imelda Marcos, vedova del dittatore filippino Ferdinand – la gioielleria De Grisogono in via del Babuino a Roma. In poche ore spese solo qui 715mila euro, forse in “diamanti neri” specialità della casa. L’ex premier parlò di un “regalo” fatto al membro di una casa reale”, lasciando intendere senza dirlo che si trattava del principe saudita Bin Salman. Tutti hanno smentito, tranne il fatto che Salman gli “donò” a sua volta nel 2013 ben 680 milioni di dollari. Servivano – si disse – alla lotta della Malesia contro i terroristi islamici.

Fonte: Repubblica

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