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mina welby pronta ad accompagnare a morire chi me lo chiedera - Mina Welby: "Pronta ad accompagnare a morire chi me lo chiederà"

“Sono felice, l’avevo promesso a mio marito Piergiorgio che avrei continuato al posto suo la battaglia per l’eutanasia, anche se all’inizio per me era stato un dolore immenso. Questa sentenza è un passo avanti ma c’è ancora tanto da fare, la legge ancora non c’è e io sono pronta, malgrado gli anni che passano, ad accompagnare in Svizzera chiunque ci chiederà aiuto”. Mina Welby è una donna minuta fatta di passione e acciaio. Ogni sentenza la riporta al giorno in cui ha detto addio a suo marito, malato di sindrome laterale amiotrofica, intrappolato nel corpo, con solo gli occhi per comunicare. Parla con la sua voce esile dopo la sentenza che ha visto lei e Marco Cappato assolti a Massa dall’accusa di istigazione e aiuto al suicidio di Davide Trentini, malato di sclerosi multipla morto in Svizzera a 53 anni come chiedeva.

Come ricorda Davide?
“Soffriva troppo, non ne poteva più della malattia, della sclerosi multipla che lo consumava, lo umiliava da più di vent’anni. Così ci ha cercato, ci ha chiesto aiuto, anche economico. Io l’ho accompagnato oltre confine. Quando siamo partiti dalla sua casa di Massa per la Svizzera mi ha detto: mi sembra quasi di andare in vacanza. L’ho guardato con affetto. Era la settimana santa, mancava poco a Pasqua. Per me era come un altro povero Cristo che aveva bisogno di aiuto. Io sono religiosa, cattolica e per questo l’ho aiutato, l’ho accompagnato oltre confine, gli sono stata accanto fino all’ultimo. E lo rifarei”.

Perché l’ha fatto, perché l’ha accompagnato in Svizzera?
“L’avevo promesso a Piergiorgio, che avrei portato avanti la battaglia per l’eutanasia, per il diritto di andarsene, di essere liberi di scegliere fino alla fine. E pensare che all’inizio quando lui diceva di voler morire io mi arrabbiavo, poi ho capito, ho accettato le sue scelte e le ho rispettate fino in fondo. Con dolore e con rispetto per la libertà altrui. E’ stato un lungo percorso, durante gli anni del nostro matrimonio, man mano che la sua malattia lo intrappolava sempre di più fino al giorno in cui l’unico modo di comunicare era un battito di ciglia, un lettore vocale sintetico”.
 
Glielo aveva promesso?
“Sì l’ultimo giorno prima che lo sedassero e staccassero il respiratore automatico, Piergiorgio mi ha guardato e mi ha detto non essere triste, non piangere. ‘Tu sei un soldatino e il Calibano – che era il suo blog – deve continuare’. Ecco anni dopo mi sono rivista negli occhi della madre di Davide”.

Lei come la madre di Davide?
“Sì, era infortunata e quindi non poteva accompagnare il figlio in Svizzera, lo ha salutato guardandolo, abbracciandolo forte, dicendogli: ‘Va figlio mio’, nascondendo trattenendo le lacrime. Rispettando la sua scelta”.

Lo rifarebbe?
“Si sono tante le richieste, più di novecento  le persone che hanno chiesto aiuto all’associazione per andare a morire oltre confine mentre l’Italia non decide”.

Come vi siete conosciuti con Davide?
“Davide aveva deciso, ma aveva bisogno di aiuto per mandare i documenti in Svizzera, io so il tedesco e quindi quando ha chiesto a Marco Cappato –  che si occupava di trovare i soldi necessari perché Davide non ne aveva – lui ci ha messi in contatto. Siamo andati avanti mesi a mandarci mail, io a tradurre e spedire le carte ai medici svizzeri. Poi ci siamo visti, il giorno prima di partire. Sono arrivata a casa sua a Massa, doveva viveva con la mamma. Mi avevano preparato un letto nella stanza accanto. E lui mi ha detto: ‘Grazie, grazie che mi accompagni, vorrei proprio finire di soffrire. E’ come se stessi per partire in vacanza’ ”.

E in Svizzera?
“Gli sono stata accanto mentre gli mettevano la flebo, mentre lui apriva il contenitore del veleno. L’ho visto addormentarsi per sempre. Sereno. il giorno dopo siamo andati dai carabinieri ad autodenunciarci”.

Per l‘Italia Davide lasciava una lettera: “Spero tanto diventi un Paese più civile, facendo finalmente una legge che permetta di porre fine a sofferenze enormi, senza fine, senza rimedio, a casa propria, vicino ai propri cari, senza dover andare all’estero, con tutte le difficoltà del caso, senza spese eccessive”. Ancora aspetta.

E ora?
“Serve una legge serve per garantire un diritto a tutti i cittadini e serve ad eliminare una potenziale discriminazione. Non possiamo più accettare che ci sia una discriminazione sulla base della tecnica con cui sei tenuto in vita, e non invece un diritto di libertà che dipende dalla tua volontà e dalla tua sofferenza”.

Fonte: Repubblica

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