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“L’Italia, un Paese di orfani e vedove e vedovi, privati dei loro cari, caduti sul lavoro”. Eppure, Emma Marrazzo aveva una speranza: “Dopo la morte di mia figlia, avevo davvero sperato che qualcosa cambiasse. Non è successo niente, spesso penso che è stato proprio un sacrificio inutile”. Luana D’Orazio è morta il 3 maggio a Montemurlo, vicino a Prato, risucchiata in un orditoio che andava alla massima velocità, e giusto due giorni fa il consulente dell’accusa ha depositato le sue conclusioni: la macchina era stata modificata in modo da escludere la saracinesca di protezione. Più velocità, meno sicurezze, per guadagnare qualche minuto nella lavorazione del tessuto, e al diavolo la sicurezza.

E ieri ci sono state tre nuove vittime.
“Ho sentito la notizia alla televisione, allora ho subito detto a mio nipote di cambiare canale e mettere i cartoni. È il figlio di Luana, il mio gioiellino. Comunque, qui non sta cambiando proprio niente, è un Paese così. Quando è morta Luana ricordo che qualcuno mi disse: guarda che qui nel tessile è sempre stato così. Io sono rimasta allibita, è una cosa intollerabile. Ma lo pensavo anche prima della morte di Luanina”.

Anche lei ha lavorato in fabbrica?
“No. Io sono sempre stata a casa, a curare mio figlio Luca, che è disabile e oggi ha 30 anni. L’ho sempre seguito io, è stato ed è un lavoro a tempo pieno che sono felice di fare. Però mio marito ha sempre lavorato in un’azienda tessile, fino alla pensione. Faceva il ramosaio, la ramosa è la macchina che asciuga la stoffa con il vapore. Non gli è mai successo niente, ma ne ha viste tante. E non faceva le 8 ore, ne faceva sempre dodici. So quanto è dura la fabbrica”.

Anche sua figlia lo sapeva, si lamentava dei ritmi, di essere lasciata sola. Lo ha fatto con il suo fidanzato, ma ne parlava anche con voi?
“Sì. E la prima volta che rimase agganciata per la manica, ricordo bene che la sera mio marito le disse che doveva stare molto attenta, che lì si rischia grosso. Una volta era andata bene, ma poi? Poi è successa la tragedia”.

E Luana, aveva risposto?
“Sì, disse che c’erano le fotocellule, e che ‘non siamo mica a 50 anni fa’. Mio marito le aveva detto che lui col cavolo ci sarebbe andato, a lavorare davanti a una di quelle macchine moderne. Poi, è andata come è andata”.

Perché così tanti incidenti? Poi noi sappiamo soprattutto di quelli mortali, ma ogni giorno decine di lavoratori si feriscono, restano magari invalidi per sempre.
“Io non lo so spiegare, vedo che aumentano, però. Subito dopo la morte di Luana pensavo che qualcosa sarebbe migliorato, che il suo era stato un sacrificio, tanti avevano letto la sua storia, e questa avrebbe ben insegnato qualcosa. Da allora ci sono state una cinquantina di vittime, molte in Toscana. Perciò ai giovani come era mia figlia, dico che devono stare attenti, perché il lavoro è sicuro fino a un certo punto. Devono essere preparati, chiedere che gli facciano dei corsi preparatori, se non glieli fa l’azienda di sua iniziativa. Denunciare che il capo ti lascia solo ai macchinari, ad esempio. Chiamare anche l’Ispettorato del lavoro, se nessuno ti dà proprio retta”.

E alle istituzioni, cosa direbbe?
“Che servono più ispettori, e che i controlli devono essere veri, e fatti a sorpresa. Anche una volta al mese, senza preavvisi”.

Cosa ha pensato, quando ha saputo la notizia della consulenza? L’orditoio di Luana era stato manomesso.
“È una notizia che fa comunque male. Ho sempre detto che voglio la verità, e che la giustizia sia giusta. C’è anche scritto nei Vangeli: a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio. Io a Dio ho già dato”.

È arrabbiata? Ha subito un’ingiustizia, e con lei la sua famiglia, il suo nipotino.
“Non ho rabbia, ho tanto dolore. Sono molto credente, e questo mi aiuta. Poi, gli altri capiscono fino a un certo punto il tuo stato d’animo. So come ci si sente quando ti chiamano e ti danno quella notizia. Oggi ho pensato quello: qualcuno avrà telefonato a tre donne e gli avrà detto che erano vedove. Come è successo a me, a noi, solo chi prova quel dolore lo sa. Sono vite umane che se ne vanno, e ci strappano via il cuore”. 

Fonte: Repubblica

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