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Il rabbino di Brooklyn ha salvato la vita a numerosi afghani aiutandoli a venir via da Kabul. Moshe Margaretten, 41 anni, ormai considerato una sorta di Oskar Schindler (il tedesco che salvò numerosi ebrei dai campi di concentramento cui Steven Spielberg dedicò un film da Oscar) dai tanti afghani che ha aiutato a lasciare il Paese, non aveva in realtà nessuna connessione con quell’area del mondo fin quando non è stato contattato, lo scorso agosto, da un commerciante di tappeti ebreo afghano di nome Zablon Simintov. Sì, proprio il custode della sinagoga di Kabul, la cui storia di “ultimo ebreo dell’Afghanistan” è stata ampiamente raccontata dai media americani. La richiesta d’aiuto ha spinto il rabbino ad attivarsi, tanto da riuscire a portarlo in salvo in poche settimane il 7 settembre.  Quell’operazione gli ha fatto però capire che non poteva limitarsi a salvare una sola vita, sia pure di un correligionario. 

Nel pieno dell’estate ha dunque avviato una raccolta fondi all’interno della comunità ebraica di Brooklyn allo scopo di raccogliere abbastanza denaro da poter portar via dal Paese ormai abbandonato dagli americani più gente possibile. Utilizzando a quello scopo l’organizzazione da lui già guidata – l’Associazione Tzedek – che finora si occupava di uguaglianza sociale.

È proprio alla sua rete che si deve la salvezza delle atlete della nazionale giovanile di calcio, ragazzine di un’eta compresa fra i 13 e i 19 anni, successivamente reinsediatesi in Gran Bretagna dopo essere rimaste per settimane bloccate in Pakistan. E sempre a lui devono la vita alcune attiviste per i diritti delle donne. Insieme a quattro ragazzini minorenni, rimasti indietro dopo che la mamma è riuscita a fuggire. Tutti salvati grazie a un sistema di connessioni efficacissime – e lautamente pagate – coordinate da un ex interprete. 

“Perché un ebreo ortodosso di Brooklyn aiuta i musulmani in Afghanistan? La risposta è semplice” racconta ora Margaretten alla Bbc che ne ha narrato la storia. “I miei genitori e i miei nonni sono ebrei ungheresi sopravvissuti all’Olocausto.Capisco perfettamente cosa vuol dire aiutare chi rischia la vita” dice. Per poi proseguire: “ho rivisto l’orrore che hanno dovuto affrontare quando i nazisti hanno invaso l’Europa nelle sorti di coloro che sono stati travolti dalla caduta dell’Afghanistan”. Peccato, lamenta, che nonostante le risorse messe in campo e le tante vite salvate, migliaia di persone sono ancora in trappola. “Facciamo il possibile. Ma più tempo passa più ogni salvataggio si fa complicato”.

Fonte: Repubblica

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